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stefranceschetto

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Tra Torino e le colline del Monferrato, aspirante giornalista sportivo, alla costante ricerca di qualcosa da raccontare. Appassionato di cinema, a 8 anni vidi Profondo Rosso. Da qui è nata la mia passione per l'horror, un genere che avrà sempre qualcosa da raccontare. Perché la paura é la più antica delle emozioni umane.

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Hereditary – recensione (senza spoiler)

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Hereditary – le origini del male è un dramma familiare dalle tinte cupe diretto da Ari Aster, al suo primo lungometraggio. La vicenda narra della scomparsa della madre di Annie Graham (Toni Collette), evento che condurrà gradualmente ogni singolo membro della famiglia verso un terribile e tragico destino.

 

 

I presupposti ci sono tutti: una nucleo familiare sfaldato, una morte, una madre psicotica e una regia in grado di far immergere lo spettatore nella narrazione e trascinandolo nel vortice di follia e allucinazione di cui il film, almeno per la prima parte, sembra essere caratterizzato in toto sono gli elementi cardine su cui la pellicola di Aster poggia sin dall’inizio. Peccato che Hereditary sia un esperimento riuscito solo in parte. Non basta l’ottimo comparto tecnico e la grande prova di recitazione non solo di Toni Colette, ma anche di Gabriel Byrne (il marito Steve), di Alex Wolff (il figlio Peter) e Milly Shapiro (la figlia Charlie) a rendere la pellicola di Aster il capolavoro che tutti ci aspettavamo. La troppa discrepanza tra la prima e la seconda parte, unita alla pretesa di caricare di più significati le vicende, senza però ricondurli ad un unico filo conduttore, rende il tutto eccessivamente stucchevole e poco chiaro.

 

 

Un vero peccato viste le ottime premesse della prima parte, in cui il film assume le tinte del thriller psicologico più che dell’horror tradizionale. In seguito alla morte della madre (e ad un altro nefasto evento che, per evitare spoiler clamorosi, non dirò) Annie inizia a crollare psicologicamente e il nucleo familiare – già abbastanza sfaldato – cede di fronte al lutto, un lutto che la protagonista tenta di sublimare attraverso la realizzazione di un plastico raffigurante la propria casa e i membri della propria famiglia. La trasposizione della realtà in opera d’arte (elemento che accomuna madre e figlia), nella sua rappresentazione miniaturiale costituisce un altro elemento interessante, in quanto introduce il tema del rapporto tra realtà e sua rappresentazione e consente al regista di mettere in atto alcune scelte registiche di grande impatto (si pensi alla carrellata in avanti nella scena iniziale). La prima parte procede in questa direzione, quella cioè del dramma familiare in cui lo spettatore vive, esattamente come i personaggi, in un costante stato di incertezza, in bilico tra realtà e allucinazione. Un po’ alla Babadook, se vogliamo. Con l’unica differenza che quella di Babadook è effettivamente una storia fortemente simbolica, in cui l’aspetto ultraterreno (quello cioè di un mostro che perseguita madre e figlio) rappresenta solamente un pretesto per inscenare qualcosa di terribilmente concreto, il cui finale si rivela coerente con il resto della narrazione. E questo è proprio ciò che manca ad Hereditary. Coerenza narrativa e di trama. Nella seconda parte, infatti, l’ingresso in scena di Joan (Ann Dowd) comporta la trasposizione del significato della narrazione su un piano sovrannaturale e spiritico, a tratti riducendo Hereditary al pari delle tante pellicole horror facilmente dimenticabili uscite negli ultimi anni, facendo a poco a poco venir meno quel clima di incertezza che permeava la prima parte della pellicola. Vero è che sin dalla prima parte si hanno alcuni riferimenti a quello che sarà l’andamento del film, ma una materia così interessante andava gestita in maniera diversa, a maggior ragione se si dimostra una così grande abilità nel saper muovere la macchina da presa e nel saper mantenere alta la tensione per i primi quaranta minuti, senza mai spiegare allo spettatore il perché di questo clima così malsano e straziante.

 

 

È come se Aster avesse voluto accontentare due tipologie di pubblico differenti: da una parte, gli spettatori desiderosi di qualcosa di innovativo ma che strizzasse l’occhio ai grandi cult del passato (e in questo senso, è palese la citazione di Rosemary’s Baby di Polanski) ma le cui citazioni si renderanno conto  essere state “buttate lì” senza una vera contestualizzazione e, dall’altra, i giovani d’oggi, che ricercano nell’horror il sovrannaturale, lo spavento facile, qualche goccia di sangue e l’ombra nel buio pronta ad assalirti. Come si suol dire, dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte, il regista statunitense ha dato vita ad un’opera confusa, in cui tante – troppe! – cose o vengono lasciate al caso, o vengono inserite con l’intento di arricchire di significati simbolici la trama. Una di queste è la presenza di una sottotrama di stampo mitico, inserita probabilmente con la pretesa di fungere da collante tra le due parti, o forse solo per compiacere lo spettatore più attento (perché si sa, il mito ha sempre un certo fascino), ma rendendo il tutto ancora più… confusionario.

 

 

Sostanzialmente, Hereditary è un film che parte bene, con una prima parte che promette grandi cose, ma che si perde poi in un horror “come tanti”, con la pretesa però di distaccarsi dalla commercialità attraverso richiami a pellicole storiche, sottotrame erudite, significati nascosti  e (questo è da ammettere), un comparto tecnico e un cast di attori veramente di livello. Ma a volte bastano poche idee semplici e coerenti per tutta la durata della narrazione per fare un buon film. E proprio semplicità e coerenza sono le grandi assenti di una pellicola che, ad una prima visione, non sembra valere la grande pubblicizzazione che ha avuto.

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The Shape of Water – Recensione (senza spoiler)

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Leone d’Oro a Venezia, vincitore di due Golden Globe e candidato a ben 13 Oscar. Ecco The Shape of Water, l’ultima fatica del maestro Guillermo Del Toro.

Baltimora, 1962. Elisa (Sally Hawkins), donna delle pulizie affetta da mutismo, lavora in  un laboratorio dove vengono condotti esperimenti segreti. L’arrivo di una creatura acquatica strappata da un fiume in Amazzonia,  cavia per esperimenti condotti dal colonnello Strickland (Michael Shannon), sconvolgerà la sua vita e quella di chi le sta intorno. 

The Shape of Water è un’opera ammaliante. È impossibile restare indifferenti di fronte alla bellezza delle immagini di questa pellicola, che fa della fotografia volutamente espressionista (presentando una palette di colori acquatici) il suo vero punto di forza. Anche la realizzazione del mostro, interpretato da un maestro come Doug Jones (che già aveva impersonato il celebre fauno ne Il Labirinto del Fauno) è perfetta.

Insomma, che Guillermo del Toro fosse un regista a cui piace sperimentare ed incantare si sapeva. E con The Shape of Water riesce a farlo ad un livello ancora superiore, ovvero senza raccontarci nulla che non sia già stato detto in precedenza nel cinema come in qualunque altra forma d’arte, ma con una delicatezza e allo stesso tempo una potenza visiva veramente straordinarie. La storia è semplice, quasi prevedibile, ma Del Toro ci ricorda per l’ennesima volta che la trama, in un film, non è tutto. The Shape of Water è una fiaba dalle tinte gotiche; l’ambientazione è fiabesca, i personaggi sono fiabeschi (la dicotomia buoni-cattivi è più che mai evidente), l’andamento della vicenda lo è.

Nessuna fiaba pretende intrecci particolarmente intricati, ma è proprio per questo che questi racconti ci affascinano e continuano ad affascinarci ancora oggi, dopo migliaia di anni che vengono tramandati. È la sospensione del dubbio, dell’incredulità e delle proprie facoltà critico-razionali che permette allo spettatore di godere di un’opera di pura fantasia, ma che sa parlare dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, affondando le proprie radici nella realtà.

La realtà è quella dell’America degli anni ’60, quella della xenofobia, del razzismo, dell’omofobia e della paura del Diverso, la stessa diversità che fa di Elisa e della creatura due emarginati. Tutte problematiche sociali che hanno afflitto gli Stati Uniti (e non solo) degli anni ’60 ma che eppure continuano ad essere attuali (ricordiamo che Del Toro è messicano e, visti i tempi, la critica all’universo politico e sociale statunitense assume una carica simbolica ancora maggiore). Il film prende le mosse dalla guerra fredda, ma allo stesso tempo trascende ogni periodo storico, raccontando una storia senza tempo e ponendo al centro di tutto il rapporto tra Elisa e la creatura. È la storia infinita e già vista dell’amore impossibile che fa di tutto per realizzarsi, dell’emarginato contro i dogmi della società, del diverso come eroe, ma è anche molto di più.

Con un vero e proprio inno all’essere umano, ai suoi sentimenti più puri e a chi è ancora in grado di saperli comunicare con naturalezza anche laddove la comunicazione pare impossibile, The Shape of Water è la vittoria del diverso, di un Mostro… tra i mostri.

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Recensione Insidious – L’ultima chiave (senza spoiler)

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Il quarto capitolo della tetralogia iniziata nel 2010 da James Wan è la degna conclusione di una delle saghe horror più amate degli ultimi anni.

New Mexico, 1953. Qualcosa di terribile accade nello scantinato di casa Rainier. L’infanzia di una bambina viene irrimediabilmente segnata. Questa bambina è Elise Rainier e qui ha inizio la sua storia.

Cosa c’è di più spaventoso di un padre violento, di un’infanzia travagliata e di un passato fatto di mostri (umani e non) da cui è impossibile scappare? Si potrebbe riassumere così la fanciullezza di Elise Rainier (Lin Shayne), personaggio cardine della saga che impariamo a conoscere in tutte le sue sfaccettature. Mostrataci sempre come una donna forte, risoluta e senza paura -forse più vicino agli essere dell'”Altrove” contro cui ha lottato per tutta la vita che agli esseri umani, a cui non ha mai fatto mancare il suo aiuto- viene ora mostrata per quello che effettivamente è: un essere umano, con le sue paure e le sue debolezze, con un passato che non la lascia dormire la notte. E sarà proprio questo passato a farla ritornare nel luogo dove tutto ebbe inizio: la sua vecchia casa a Five Keys in New Mexico.

Ombre, presenze dietro l’angolo e jumpscares sono i classici espedienti su cui si sono sempre basati questi film e Adam Robitel, dopo James Wan e Leigh Whannel, non vuole certo spezzare la tradizione. Lo stile questo è e, seppur i fasti dei primi due capitoli siano irraggiungibili, Robitel ne omaggia lo stile registico, facendoci rivivere atmosfere a tratti molto simili al primo Insidious. La costruzione della tensione, i colpi di scena, i movimenti della macchina da presa in alcune scene rimandano irrimediabilmente ai film di James Wan, così come la fotografia degli spazi interni, composta da colori freddi e spenti.

Insomma, un film gradevolissimo, anche per chi non ha mai visto gli altri tre, ma con alcuni difetti. La lentezza della prima parte (eccezion fatta per il prologo) non rende giustizia ad una seconda parte decisamente più coinvolgente, mentre i dialoghi, a volte, lasciano a desiderare. Non è neanche mai mancato l’elemento “comico” nella saga, incarnato soprattutto dai personaggi di Specs e Tucker, risultante a tratti stridente con il resto della narrazione (pur restando i due “ghostbusters” due personaggi piacevolissimi).

Ma a parte ciò, il film funziona alla grande. Il più grande pregio di tutta la saga è quello di aver rinnovato un genere che si pensava avesse ormai detto tutto quello che c’era da dire grazie ad idee originali, con personaggi ben delineati e storie avvincenti. Sicuramente uno dei migliori prodotti che la “Blumhouse Productions”  abbia offerto al grande pubblico. Insidious – L’ultima chiave è la chiusura di un percorso iniziato nel 2010, con un finale che non potrà non provocare i feels di chi (come me) ha adorato questa saga.

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“La Forma dell’Acqua” e “Scappa-Get Out”: due horror da Oscar!

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Tutto ci potevamo aspettare dalle nomination agli Oscar di quest’oggi, ma che ben due film horror collezionassero in totale 17 nomination, proprio no. I film in questione sono La Forma dell’Acqua (già vincitore di due Golden Globe) del maestro Guillermo Del Toro e Scappa-Get Out di Jordan Peele. Il primo, ancora inedito in Italia, si presenta alla grande notte di Hollywood forte di ben 13 candidature, tra cui “miglior regia” e “ miglior fim”. Che Guillermo Del Toro fosse un regista visionario ed innovativo, già si sapeva. Basti pensare a film come Il Labirinto del Fauno, alla celebre serie tv The Strain, di cui è stato autore insieme a Chuck Hogan, o al tanto criticato Crimson Peak, pellicola dalla storia scontata ma dalla fotografia e dalla regia eccelse. Ma 13 nomination sono un traguardo tanto inaspettato quanto meritato, che non può che accrescere l’hype dei fan per l’uscita del film in Italia,  fissata per il 14 febbraio 2018.

 

La vera e propria bomba di queste nomination, riguarda però il film di Jordan Peele. Scappa- Get Out  è  in concorso per le categorie “miglior film”, “miglior regia”, “miglior attore protagonista” (Daniel Kaluuya) e “miglior sceneggiatura originale”. Jordan Peele fino a questo momento non aveva mai lavorato dietro alla macchina da presa, ma come esordio non si può di certo lamentare. Il suo è un film che vuole essere una critica alla società moderna (a quella americana soprattutto), trattando il tema del razzismo in un contesto originale e mai sperimentato prima. Un film che racconta verità scomode e che distrugge in un solo colpo tutta l’apparenza ed il finto perbenismo che si celano dietro a quella che dovrebbe essere la più grande Nazione del mondo. Nomination più che meritate e, se non l’avete ancora visto, correte a recuperarlo!

 

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Insidious (saga) – recensione

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Insisious 4: l’ultima chiave è finalmente uscito ieri nei nostri cinema, portando con sé grandi  aspettative, visto l’enorme successo ottenuto dalla saga cinematografica in questi anni. Dunque, come ogni attesa che si rispetti, riviviamo insieme quella che è stata una delle saghe horror  più avvincenti degli ultimi anni, una saga che non ha di certo rivoluzionato il genere, ma che ha saputo portare una vera e propria ventata d’aria fresca dove c’erano tante idee stantie, viste e riviste.

ATTENZIONE: IN QUESTO ARTICOLO CI SARANNO SPOILER, DUNQUE, SE NON AVETE ANCORA VISTO I PRIMI 3 CAPITOLI, NON PROCEDETE NELLA LETTURA.

Il primo capitolo è un gioiellino. Nella sola regia di James Wan risiede tutto il valore di un film minimalista sotto certi aspetti, ma che sa davvero mettere paura. Un horror con molti rimandi ai classici del genere (L’Esorcista, Poltergeist e Shining su tutti) e la cui bellezza risiede oltre che nell’abilità registica di James Wan, nella bravura degli attori. Tutto il film scorre a meraviglia in un susseguirsi di situazioni-tipo: infestazione della casa (o meglio, di Dalton, il figlio maggiore), intervento della medium Elise (Lin Shaye) e scioglimento che lascia aperta la porta sul sequel:

Josh, con alle spalle il demone che tiene prigioniero suo figlio

già, perchè durante un viaggio astrale nell’”Altrove” (il mondo in cui Dalton rimane intrappolato), Josh (padre di Dalton, interpretato da Patrick Wilson) rimane posseduto da un demone terribile, “la sposa in nero”, che lo tormentava già in tenera età.  Si scopre infatti che l’abilità di viaggiare in questo mondo parallelo è stata tramandata di padre in figlio.

La fine del film è spiazzante: Elise scatta una foto a Josh e l’immagine mostra proprio il volto del demone, che ucciderà la medium.

Da qui, incomincia il secondo capitolo. Insidious 2 – Oltre i confini del male è (parere personale) uno degli horror più belli degli anni 2000, in cui James Wan dà prova di aver raggiunto la maturità registica, la stessa dell’altro suo film campione di incassi: The Conjuring – L’Evocazione. (2013). Qui, le vicende seguono il nostro Josh intrappolato nell’Altrove, aiutato dalla stessa Elise, che cercherà di ricongiungersi con il suo corpo nel mondo reale. Ma il vero colpo di genio della pellicola risiede nel fatto che i tanti episodi che nel primo capitolo sembravano avere poco senso, vengono qui spiegati: durante il viaggio astrale, i personaggi compiono gesti che si ripercuotono nella nostra dimensione e che sono funzionali all’intera comprensione dei due film.

“La sposa in nero”

Anche la figura di Parker Crane (che si rivelerà essere “La sposa in nero”, lo spirito che tormentava Josh) è destinata a diventare iconica nella storia di questo genere come un personaggio che difficilmente verrà dimenticato. Da apprezzare, infine, la scelta di terminare questo dittico con un bel lieto fine. Questo perchè la famiglia Lambert viene presa in simpatia dallo spettatore per un motivo molto semplice: non è la classica famiglia da film horror. Mi spiego meglio, l’inizio dei problemi per i Lambert risale a quando Josh era piccolo, ma questa volta non c’entra nessuna tavola Ouija usata spropositatamente, nessuna casa infestata e nessuno spirito risvegliato dal nulla. La facoltà di viaggiare nell’”Altrove” di Josh e di Dalton è un dono, qualcosa di meraviglioso, ma che li porta accidentalmente ad imbattersi in figure demoniache e malvagie. Di conseguenza, è naturale che lo spettatore provi una certa empatia per questi personaggi, desiderando che le cose si concludano nel migliore dei modi. E James Wan non ci delude affatto.

Ed eccoci al terzo capitolo: Insidious – L’Inizio. Questo capitolo è un prequel, con protagonista assoluta Elise, che aiuta un’adolescente, Quinn Brenner, a mettersi in contatto con la madre defunta. Qui Elise incappa per la prima volta nella figura della sposa in nero, iniziamo a conoscere in parte questo personaggio e abbiamo uno sguardo più ampio sulla saga in sé, tant’è che ci viene mostrato anche l’inizio della collaborazione tra Elise, Specs e Tucker (i due “ghostbusters” che ritroviamo anche negli altri due capitoli). Tuttavia, pur essendo un film gradevole, Insidious 3 non raggiunge il livello degli altri due. La regia di Leigh Whannel (sceneggiatore dei primi due) ricorda in parte quella di Wan, ma il risultato finale è ben diverso. Alcune idee sanno di già visto e, va da sé, non viene retto il confronto con i predecessori.

Quinn Brenner e “l’uomo che non respira”

A ogni modo, quello di Insidious è un vero e proprio microcosmo dell’horror moderno, con personaggi destinati ad entrare nell’immaginario collettivo come figure cult degli ultimi anni. Visto l’enorme successo della saga, le aspettative per questo quarto capitolo sono alte. Sappiamo che sarà un altro prequel, che verrà ulteriormente approfondito il personaggio di Elise Rainier e che dietro alla macchina da presa ci sarà Adam Robitel, un regista giovane già autore di un horror, The Taking of Deborah Logan. La curiosità è tanta, ma sarà all’altezza dei film precedenti? Essendo l’ultimo capitolo della saga, ci auguriamo proprio che sia così.

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Madre – Recensione (senza spoiler)

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Jennifer Lawrence e Javier Bardem sono i protagonisti di una storia oscura, un dramma familiare dalle tinte horror che vive di costanti allegorie e simbolismi.

Lui, uno scrittore alla ricerca di una vena artistica smarrita; lei, disposta a tutto pur di vederlo felice, anche a restaurare la sua casa dopo un devastante incendio. La tranquilla vita di campagna di questa coppia sarà presto sconvolta dall’arrivo di due ospiti a dir poco invasivi, interpretati da due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

Madre!, di Darren Aronofsky, non è un film come altri. È un’opera tanto ambiziosa quanto complessa, aperta a molteplici interpretazioni, che si inserisce perfettamente in quel filone del disturbo, dell’ossessione e dell’angoscia da sempre assoluti protagonisti dei suoi film. Madre! è, infatti, la quintessenza dell’angoscia trasposta su grande schermo, un’angoscia dettata da quel sentimento di repulsione e ribrezzo verso un ospite indesiderato. La violazione del proprio spazio sacro è qui motore di un processo irreversibile: lo scatenarsi di un vero e proprio pandemonio. 

Sa, ci passiamo tutto il tempo qui. E voglio che sia un Paradiso.

Paradiso, pandemonio, perdita della propria sacralità, inferno; una vera allegoria di una parabola biblica, che parte dalla creazione del Paradiso (di cui la Donna, intesa come Madre, è custode assoluta) fino allo scatenarsi dell’Inferno. Ma è anche storia pagana, in quanto l’ambiente domestico è da sempre prerogativa della donna. E così lei è Madonna, ma è anche custode del focolare. Lui è Creatore, in senso cristiano, ma anche Cantore, ovvero artista in senso classico. L’ingresso del Male in questo mondo perfetto è graduale (e il suo culmine è rappresentato da un palese riferimento ad un celebre passo biblico), ma vi irrompe con una tale violenza da modificarne l’intera fisionomia. Il legno marcisce, i muri grondano sangue, tutto si fa oscuro. Il frutto di un duro lavoro, un lavoro gentile di donna, viene brutalmente distrutto. E ad uscirne distrutta è la donna stessa.

 

La sapiente regia di Aronofksy lascia solo all’immaginazione quale sia l’ambiente circostante. Soltanto un paio di inquadrature ci mostrano l’ambiente esterno, ma non sappiamo altro se non che siamo in aperta campagna. Un altro, inquietante, dettaglio emerge sin da subito: i due protagonisti, pur avendo due personalità perfettamente delineate, non hanno nome.

L’opera presenta molti piani sequenza (la scena iniziale è un unico piano sequenza che ci mostra l’interno dell’abitazione) e (quasi) nessuna inquadratura a campo lungo. Il focus è sempre sulla protagonista femminile (bravissima a sostenere la vicinanza della macchina da presa) e lo spettatore vive tutto ciò che le capita, entrando con lei in un rapporto di stretta empatia. Ciò serve ad accrescere il costante senso di oppressione che perdura per tutta la durata della pellicola.

Madre! è, in poche parole, la rappresentazione dell’Inferno sulla terra, reso tramite una regia che sfiora la perfezione. È un film che o si ama o si odia, ma che non manca di difetti, come il cambio repentino di ritmo dalla prima alla seconda parte e la scelta, piuttosto spudorata e autocompiacente, di volerlo arricchire di così tanti significati, che potrebbe far storcere il naso ad alcuni. Comunque, una cosa è certa. Aronofsky è tornato a fare ciò che sa fare meglio, ovvero scioccare. Perché Madre!, alla fine, è questo: choc e disturbo allo stato puro.

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