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Hell Fest – Recensione

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Un gruppo di sei ragazzi decide di passare la serata di Halloween all’Hellfest, uno spettacolo itinerante a tema horror composto da labirinti,giostre, nascondigli e attori mascherati che tentano di spaventare gli spettatori. Quello che i protagonisti non sanno è che un pericoloso maniaco si è infiltrato nel parco, mimetizzandosi con una maschera da Halloween, e da quel momento comincerà a dare la caccia alle sue vittime…

Diretto da Gregory Plotkin ( regista di Paranormal Activity 5 ), Hellfest è uno dei tanti film horror che sfrutta il tema della festa di Halloween per costruire la sua trama, e in questo caso possiamo pure dire che lo fa nella maniera più prevedibile e derivativa. La pellicola è il classico slasher con adolescenti che vengono inseguiti dal serial killer di turno, che in questo caso si mimetizza nel luna park, e tutto ciò che ne consegue senza particolari innovazioni.

Nota positiva per quanto riguarda l’ambientazione : lo spettacolo dell’Hellfest è veramente ben rappresentato, bella location, belle attrazioni e i costumi degli attori sono ben fatti. Menzione anche per la presenza di Tony Todd (che molti ricorderanno per Candyman) in un simpatico cameo.

Quello che non convince di questa pellicola è la continua sensazione di “già visto” che permane per tutta la visione, lasciando lo spettatore piuttosto distaccato dalle vicende che accadono, senza mai “acchiapparlo” e coinvolgerlo.

Veniamo adesso alla figura del serial killer : qualcuno potrebbe lamentarsi del mancato “approfondimento psicologico” dell’assassino, ma parliamoci chiaro: ben vengano queste derive dell’horror psicologico che negli ultimi anni ci hanno regalato ottime pellicole, ma in un film così le motivazioni interiori del maniaco hanno un importanza piuttosto marginale ed è anche giusto che sia così. Semmai la critica che gli andrebbe mossa è quella di una totale mancanza di carisma e un impatto visivo abbastanza anonimo che non riesce a trasmettere inquietudine. Non ultimo anche una lentezza sconcertante nel compiere gli omicidi : l’assassino passeggia tranquillo per tutto il luna park, se la prende comoda, fa il “giro lungo” e quando arriva il momento clou, tergiversa.

C’è da dire che se non si è dei palati troppo fini, la pellicola non è poi così terribile e si può anche guardare, certo con l’intenzione di passare una serata con un horror come tanti, non di certo con l’idea di trovarsi davanti ad un capolavoro. A voi la scelta.

Halloween Jamie Lee Curtis
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Halloween 2018 – Recensione Ufficiale

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2018. Sono passati 40 anni dalla terribile notte di Halloween del 1978, in cui lo psicopatico Michael Myers seminò morte e terrore. Da allora Laurie Strode non è più riuscita a superare quel trauma, passando le sue giornate barricata in casa nell’attesa del ritorno di Michael. Ritorno che non si farà attendere oltre, perché Myers riesce a fuggire dal manicomio e comincerà a dare la caccia non soltanto a Laurie, ma anche a sua figlia Karen e alla nipote Allyson…

Diretto da David Gordon Green, Halloween si colloca temporalmente come sequel dell’originale di John Carpenter : dimenticate perciò tutti i capitoli, sequel e remake emersi dal 1978 in poi, perchè la storia fa un salto temporale di 40 anni catapultandosi direttamente ai giorni nostri.

Diciamo subito che il tentativo è quello di ritornare al Myers delle origini: ovvero uno psicopatico semi-immortale che uccide dietro ad una maschera. Ed era proprio questo ad aver reso i primi capitoli della serie così inquietanti : la figura di Michael non rappresentava altro che il Male nella sua forma più pura, un male senza volto simboleggiato da un inquietante maschera inespressiva, senza spiegazioni e cause che ne motivassero le gesta. E c’è da dire che questa sensazione ritorna, anche se con meno potenza, in questo film, dove le scene in cui Myers uccide, accompagnate dalla classica melodia raggelante che lo caratterizza, fanno la sua bella figura.

Altro punto di forza della pellicola è il personaggio di Laurie strode, interpretato magistralmente dall’ottima Jamie Lee Curtis, qui al suo ritorno nella saga. Un personaggio ambiguo, che vive costantemente nel terrore della ricomparsa del suo incubo, e a cui hanno sottratto la figlia per i suoi metodi di educazione. Ma allo stesso tempo tenace e che ha passato gran parte della sua vita ad escogitare espedienti per salvarsi e liberarsi da Michael.

E proprio su questo rapporto tra i due si snoda l’intera vicenda, a sottolineare questo dualismo e ostinazione che nutre e anima entrambi. Perchè anche Myers ha atteso 40 anni per Laurie, sopravvivendo all’isolamento in manicomio con l’unico scopo di poter tornare un giorno dalla sua preda prediletta.

Una vera e propria resa dei conti tra due personaggi diversi ma allo stesso tempo simili.

Buona la regia e oltre alla ottima interpretazione di Jamie Lee Curtis si segnalano anche le prove di Judy Greer e Andy Matichak.

Le atmosfere in stile anni 80 completano il quadro dal sapore vintage delle strade di Haddonfield.

Insomma, questa nuova frontiera di Halloween supera la prova e si dimostra un buon prodotto, scorrevole, con buoni momenti di tensione e diversi spunti interessanti. Da vedere.

Lake-Bodom-Taneli-Mustonen-Movie-Poster-Shudder
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Lake Bodom – Recensione

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Nel 1960 quattro adolescenti che avevano deciso di passare la notte al lago Bodom, in Finlandia, vennero attaccati e tre di loro persero la vita. L’unico sopravvissuto affermò di essere stato aggredito da un uomo con un coltello, che uccise gli altri tre ragazzi. Il colpevole di quella strage non è stato tuttora trovato.

Ambientato ai giorni nostri, Lake Bodom percorre la vicenda di quattro ragazzi che decidono di accamparsi sullo stesso lago andando a ricreare la stessa situazione, nel tentativo di scoprire qualcosa di più sulla faccenda, ignari di quello che sta per accadere…

Film di origine finlandese del 2016 diretto da Taneli Mustonen, ispirato alla triste strage realmente accaduta il 5 Giugno 1960, si colloca nel filone degli horror nordici che ultimamente stanno prendendo sempre più piede nello scenario attuale.

Inizia come un classico slasher con la combriccola di adolescenti(due ragazzi e due ragazze) caratterizzati nel più tipico dei modi: una ragazza introversa e l’amica più espansiva, il classico ragazzo marpione e l’amico un po’ nerd. In effetti i primi 40 minuti seguono esattamente il medesimo filone narrativo ben noto agli appassionati, con la “gita fuori porta” che si rivela dannosa, i rumori notturni e i primi omicidi, che rendono il tutto abbastanza prevedibile.

Questo per quanto riguarda la prima parte, perchè da metà film in poi un plot twist (ben congenato) mischia le carte in tavola ribaltando la situazione. La pellicola si stacca così dalla tipica vicenda slasher e questo sicuramente è un bene, ma allo stesso tempo non riesce ad imprimere la giusta forza e il giusto sviluppo da quel momento in poi, mettendo molta carne al fuoco e creando un certo senso di confusione, salvo poi ritornare ai classici schemi.

Peccato, perchè l’ambientazione nei laghi finlandesi è sicuramente inquietante e ben fotografata, la regia è tutto sommato buona e gli 80 minuti scorrono senza annoiare. Quello che manca a Lake Bodom è quella dose di coraggio in più che lo avrebbe senza dubbio reso più accattivante elevandolo rispetto a pellicole della stessa caratura. Invece si limita al compitino, a rendere tutto perfetto e lineare, senza andare a cercare elementi che sconvolgano lo spettatore.

In definitiva una pellicola guardabile, da 6 in pagella, ma allo stesso tempo dimenticabile e poco originale. Vale una visione per i soli irriducibili del genere.

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Nails – Recensione

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La vita di Dana, madre di famiglia e preparatrice atletica, viene sconvolta quando una mattina esce di casa per fare jogging e subisce un brutto incidente. Viene così ricoverata e a causa di danni alla gola è costretta a comunicare attraverso un apposito programma software. Ma durante la notte Dana percepisce di non essere sola, trovandosi presto a fare i conti con una terrificante entità…

Diretto dall’esordiente Dennis Bartok, Nails è una pellicola che parte con ottimi presupposti: c’è la rappresentazione dell’incidente, molto realistica, che porta al ricovero della protagonista. C’è la buona idea dell’impossibilità di parlare del paziente, obbligata ad utilizzare un software che trasforma in parole quello che scrive sulla tastiera. C’è anche una presenza malvagia inquietante, ben realizzata e caratterizzata. Inizialmente si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un horror coraggioso e diverso dal solito. Inizialmente, perchè poi qualcosa va storto. Più che la storia va avanti e più che vengono fuori tutti i difetti di un’opera che poggia su basi poco solide, ricorrendo a tutti i classici clichè del genere. La sceneggiatura ripete il solito schema per un’ora : di notte Dana si ritrova a contatto con l’entità rischiando la vita, la mattina seguente è terrorizzata e avverte tutti del pericolo, ma nessuno le crede. Dopo 2-3 ripetizioni il tutto assume un contorno di prevedibilità che sicuramente non giova alla pellicola. Si aggiunge a tutto ciò una serie di situazioni inverosimili e di comportamenti bizzarri da parte dei protagonisti che lasciano piuttosto interdetti.

Eppure le potenzialità per fare qualcosa di buono c’erano: come già detto la creatura malefica dell’ospedale è angosciante e le scene dove appare funzionano bene, creando un discreto senso di tensione. Da segnalare anche la presenza della brava Shauna MacDonald(che molti ricorderanno per la sua interpretazione in The Descent), nei panni della protagonista.

Purtroppo queste qualità non vengono usate a dovere e gli ultimi 20 minuti della pellicola sono un delirio totale, un miscuglio di scene frenetiche che non fa altro che aumentare la confusione creando un senso di disorientamento totale.

In conclusione Nails è una pellicola che alla fine della visione ti lascia amareggiato e con la netta impressione di aver assistito ad un’ occasione sprecata. Peccato.

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The Ritual – Recensione

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Horror Stab

Un gruppo di quattro amici (Dom, Luke, Hutch e Phil) decide di avventurarsi in un escursione di qualche giorno nelle terre svedesi. A causa di un incidente di percorso Dom si infortuna al ginocchio; i ragazzi decidono così di tagliare il percorso e passare direttamente dai boschi. Una decisione che si rivelerà tutt’altro che azzeccata…

Distribuito nelle sale cinematografiche britanniche e successivamente adottato da Netflix, che si è occupata della distribuzione internazionale, The Ritual si colloca nel filone horror ambientato nei boschi che ricorda a tratti le atmosfere di The Blair Witch Project, nonostante lo stile narrativo sia diverso.

Il tutto si apre con un dramma che fa da preludio all’intera vicenda e caratterizza la psicologia dei personaggi. Un viaggio nelle lande svedesi alla ricerca di un elaborazione spirituale di una tragedia che ha drasticamente segnato le vite dei protagonisti. Ed è a questo punto che il film si divide in due: da una parte il lato più psicologico e introspettivo che analizza le dinamiche del gruppo e dall’altra l’horror duro e puro, truce e sanguinolento. Diciamo che per la prima metà del film non si capisce bene se la vicenda horror faccia da contorno ad una storia drammatica, oppure se al contrario la cornice drammatica faccia da sfondo alla carneficina. Da un certo punto in poi la pellicola svolta in una direzione che naturalmente gli assegna un’identità ben precisa ma che allo stesso tempo lascia in sospeso molti aspetti interessanti che se fossero stati approfonditi la avrebbero sicuramente impreziosita.

 

In mezzo a tutto ciò anche un po’ di folklore delle tradizioni svedesi, che suscitano sempre un discreto fascino.

La regia di David Bruckner funziona e tiene lo spettatore in balia del vedo/non vedo fino al momento in cui viene svelato l’arcano, certamente di grande impatto. Più che buona anche la recitazione, con i quattro attori principali molto efficaci nell’interpretare le diverse caratterizzazioni dei personaggi. L’ambientazione è ben fotografata e rende bene il classico senso di desolazione e smarrimento che permea tutta la vicenda.

In definitiva The Ritual dimostra di essere un buon prodotto, certo per alcuni versi un po’ derivativo ma che tutto sommato mostra aspetti molto interessanti e nel panorama horror recente si ritaglia uno spazio di tutto rispetto. Consigliato.

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Aterrados-Recensione

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Buenos Aires. La vita di tre persone facente parti dello stesso caseggiato viene improvvisamente sconvolta da strani eventi che sembrano avere a che fare con il paranormale. Tre esperti del settore e un ispettore di polizia decidono di far luce su questi eventi, ma ben presto si troveranno a fronteggiare qualcosa di più grande di loro…

Pellicola argentina diretta da Demiàn Rugna, Aterrados affronta il tema del sovrannaturale in una maniera piuttosto inedita rispetto a quello a cui siamo convenzionalmente abituati. La scelta dell’ambientazione è classica, l’orrore che si svolge all’interno delle case, luogo che per antonomasia dovrebbe rappresentare la sicurezza. Ma è proprio in questo che il film si distingue: gli eventi che ci vengono mostrati non sono mai troppo chiari, ma si compongono di tanti accadimenti che si accumulano con lo scorrere della trama fino all’exploit finale.

In Aterrados il terrore non è mai urlato, ma è un qualcosa che viene sussurrato nelle orecchie dello spettatore per tutti gli 87 minuti, attanagliandolo in un senso di inquietudine. Nonostante il tema trattato, il contatto con la realtà rimane ben saldo, tanto che molte situazioni rimandano a paure ancestrali che ognuno di noi avrà sperimentato almeno una volta nella vita( rumori inspiegabili, giochi di luce, sensazione di non essere soli).

Il tutto si mantiene in bilico e non mancano neanche 4-5 Jumpscare molto ben riusciti.

C’è da dire che la narrazione inizialmente non è molto lineare e a tratti disorienta lo spettatore, ma fortunatamente con il passare del tempo lo svolgimento si fa più chiaro, anche se in parte il senso di ignoto rimane e caratterizza il tutto. Nota positiva per gli attori, tutti convincenti nelle loro interpretazioni.

Se siete alla ricerca di un horror originale e fuori dagli schemi, siete nel posto giusto. In un panorama che è sempre più banale e derivativo, Aterrados rappresenta sicuramente una ventata di aria fresca, in grado di regalare attimi di paura e tensione reali. Da vedere.

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Terrifier – La recensione

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Due giovani ragazze, Tara e Dawn, sono di ritorno da una festa di Halloween in piena notte quando si imbattono in uno strano personaggio travestito da clown che le fissa per poi sparire. Dopo un breve momento di smarrimento, le due sembrando dimenticare l’accaduto e si recano in una pizzeria nel tentativo di smaltire l’alcool della serata. Tutto sembra tranquillo finchè nel locale non entra il solito inquietante soggetto…le due non sanno che si tratta di Art the Clown, un maniaco omicida che da quel momento in poi comincerà a dargli la caccia…

Terzo lungometraggio di Damien Leone, Terrifier segna il ritorno per il regista alla sua creatura prediletta, ovvero Art the Clown, sadico serial killer mascherato da clown, che vide la luce per la prima volta nel 2008 con il cortometraggio d’esordio “The 9th Circle”, seguito dal secondo corto Terrifier del 2011(che da il nome anche alla suddetta pellicola). Dopo il collage malriuscito del suo primo film “All Hallows’ Eve” e la parentesi di “Frankestein Vs The Mummy” arriva finalmente la consacrazione per questo personaggio.

Con questa pellicola Damien Leone dimostra di aver trovato una maturità come regista e ci regala 85 minuti di pura carneficina che rimanda al sapore degli anni 80, pur con una sua precisa identità. Star indiscussa di tutta la pellicola è il già citato Art, personaggio veramente inquietante a metà strada tra clown e mimo che pur non dicendo una sola parola in tutto il film riesce ad imprimersi con la sua spaventosa presenza e espressività, merito del makeup dello stesso regista Leone e della bravura dell’attore, ovvero David Howard Thornton.

Terrifier è uno slasher duro e puro, che non cerca moralismi e significati profondi ma vuole soltanto rappresentare la mattanza di uno squilibrato che si diletta ad uccidere nei modi più disparati, il tutto condito da una discreta dose di splatter. Risulterà perciò inutile approcciarsi a questa pellicola cercando di trattare un disegno psicologico dell’assassino perchè vi dico già da subito che non c’è niente da analizzare, Art the Clown è semplicemente quello che ci viene presentato, ovvero un terrificante assassino brutale.

Godetevi perciò questa visione, in un panorama di film horror che punta sempre più alla visione psicologica e intimista, Terrifier rappresenta una sterzata controcorrente con delle ottime trovate che esaltano la visionarietà del regista e che difficilmente vi toglierete dalla testa. Consigliato.

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Chi l’ha vista morire? – Recensione

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La vita dello scultore Franco Serpieri viene improvvisamente stravolta quando sua figlia Roberta, arrivata a Venezia per fargli visita da Amsterdam, viene ritrovata barbaramente uccisa in uno dei canali. Comincia così una sua personale indagine alla ricerca dell’assassino, arrivando a scoprire delle similitudini con un omicidio commesso quattro anni prima, sempre ai danni di una bambina con i capelli rossi, proprio come Roberta…

Diretto da Aldo Lado, Chi l’ha vista morire è un film del 1972 che segue il filone del thriller all’italiana dei tempi. Ambientato in una venezia oscura e angosciante, si distingue per portare alla luce il tema dell’omicidio dei bambini e lo fa con un notevole coraggio, considerata anche l’epoca in cui è uscito. La vicenda si snoda sostanzialmente in due parti : il prologo che vede protagonista la bambina fino ad arrivare al delitto e la successiva indagine da parte di Serpieri nel disperato tentativo di risalire al serial killer.

Sicuramente risulta molto più impressiva e d’impatto la prima parte, con svariati momenti di tensione accompagnati dall’inquietante cantilena infantile (opera di Ennio Morricone) che da il titolo al film. Mentre invece la parte relativa alla caccia all’assassino risulta perdere un po’ di mordente, anche se la pellicola riesce comunque a mantenere l’attenzione dello spettatore nonostante lo svolgimento un po’ confusionario della vicenda.

Ottima l’ambientazione di una Venezia tanto bella quanto misteriosa, grazie anche alla bella fotografia di Franco Di Giacomo. Nota di merito anche per gli attori, su tutti George Lazenby nei panni di Franco serpieri e della piccola Nicoletta Elmi. Anche Anita Strindberg si difende bene nei panni della madre di Roberta.

Aldo Lado dimostra di saper usare la macchina da presa e imbastisce una storia che si distingue dalle pellicole dell’epoca sicuramente per il tema trattato e per una convincente caratterizzazione del serial killer che tiene alto il mistero fino al finale, in un susseguirsi di sospetti, false piste e tentativi di infangamento, fino ad arrivare alla soluzione.

Insomma, Chi l’ha vista morire è una pellicola di tutto rispetto che anche a distanza di anni riesce ancora a mantenere un certo fascino. Consigliata a tutti i fan del cinema di genere, che portranno riscopire in essa un certo valore.

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La recensione di “The Nun”

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Film che non cattura e non spaventa

La stagione di Halloween è ufficialmente in corso, grazie a New Line Cinema e Atomic Monster di James Wan. Buone recensioni o meno, The Nun diretto da Corin Hardy ha distrutto il box office guadagnando $ 53,5 milioni negli Stati Uniti e altri $ 77,5 milioni a livello internazionale. Questo è $ 131 milioni nel suo weekend di apertura, che lo rende il più grande apertura al botteghino di qualsiasi film Conjuring. Con un budget riferito di circa $ 22 milioni, questo spin-off di Conjuring è già molto redditizio e destinato a diventare un gigante del botteghino.

In The Nun, un prete con un passato infestato e un noviziato sulla soglia dei suoi voti definitivi vengono inviati dal Vaticano per indagare sulla morte di una giovane suora in Romania e affrontare una forza malvagia nella forma di una monaca demoniaca.
Bonnie Aarons riprende il suo ruolo di Conjuring 2 come personaggio del titolo, il che significa più horror fisico e meno CGI, ha detto Hardy.

The Nun vede la candidatura all’Oscar Demian Bichir (“A Better Life”) come padre Burke, Taissa Farmiga (“American Horror Story” della TV) come sorella Irene, Jonas Bloquet (Elle) come abitante del villaggio francese Frenchie, Charlotte Hope (TV “Game of Thrones “) come Suor Victoria e Ingrid Bisu (” Toni Erdmann “) come sorella Oana.

Il film inizia da subito con delle ragazze che si trovano in un collegio e sono vittime delle vessazioni di una suora pazza, che crede che solo col dolore e la sofferenza si possa cancellare il peccato.Perciò, appena questa scopre che una ragazza è incinta, inizia a torturarla e cerca di farla abortire : ma non ci riesce perché le ragazze accorrono per fermarla e finiscono per ucciderla, soffocandola in una vasca da bagno che si trovava lì vicino (sono molti i riferimenti all’acqua e agli elementi naturali).

La suora muore, ma non del tutto : il suo fantasma penetra nelle vite delle superstiti.
Il film non fa affatto paura, non è degno di lode, la sceneggiatura è alquanto ridicola, gli effetti non sono ben riusciti e non sono efficaci, non ci sono tecniche classiche horror, a dire il vero non ci sono proprio tecniche.La trama è scarsa, c’è poco riferimento all’aspetto psicologico, c’è sempre un tentativo da parte del regista di far paura,ma con scarsi risultati.La trama quindi risulta complessa e finisce col diventare noiosa, soprattutto nella parte centrale quando si ”sviluppa” e si entra nel ”clu” della vicenda.Durante la visione di questo film, mi stavo quasi addormentando.Questo non è neanche definibile un film horror. Assolutamente sconsigliato.

Nei cinema Italiani a partire dal 20 settembre 2018.

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Hereditary – recensione (senza spoiler)

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Hereditary – le origini del male è un dramma familiare dalle tinte cupe diretto da Ari Aster, al suo primo lungometraggio. La vicenda narra della scomparsa della madre di Annie Graham (Toni Collette), evento che condurrà gradualmente ogni singolo membro della famiglia verso un terribile e tragico destino.

 

 

I presupposti ci sono tutti: una nucleo familiare sfaldato, una morte, una madre psicotica e una regia in grado di far immergere lo spettatore nella narrazione e trascinandolo nel vortice di follia e allucinazione di cui il film, almeno per la prima parte, sembra essere caratterizzato in toto sono gli elementi cardine su cui la pellicola di Aster poggia sin dall’inizio. Peccato che Hereditary sia un esperimento riuscito solo in parte. Non basta l’ottimo comparto tecnico e la grande prova di recitazione non solo di Toni Colette, ma anche di Gabriel Byrne (il marito Steve), di Alex Wolff (il figlio Peter) e Milly Shapiro (la figlia Charlie) a rendere la pellicola di Aster il capolavoro che tutti ci aspettavamo. La troppa discrepanza tra la prima e la seconda parte, unita alla pretesa di caricare di più significati le vicende, senza però ricondurli ad un unico filo conduttore, rende il tutto eccessivamente stucchevole e poco chiaro.

 

 

Un vero peccato viste le ottime premesse della prima parte, in cui il film assume le tinte del thriller psicologico più che dell’horror tradizionale. In seguito alla morte della madre (e ad un altro nefasto evento che, per evitare spoiler clamorosi, non dirò) Annie inizia a crollare psicologicamente e il nucleo familiare – già abbastanza sfaldato – cede di fronte al lutto, un lutto che la protagonista tenta di sublimare attraverso la realizzazione di un plastico raffigurante la propria casa e i membri della propria famiglia. La trasposizione della realtà in opera d’arte (elemento che accomuna madre e figlia), nella sua rappresentazione miniaturiale costituisce un altro elemento interessante, in quanto introduce il tema del rapporto tra realtà e sua rappresentazione e consente al regista di mettere in atto alcune scelte registiche di grande impatto (si pensi alla carrellata in avanti nella scena iniziale). La prima parte procede in questa direzione, quella cioè del dramma familiare in cui lo spettatore vive, esattamente come i personaggi, in un costante stato di incertezza, in bilico tra realtà e allucinazione. Un po’ alla Babadook, se vogliamo. Con l’unica differenza che quella di Babadook è effettivamente una storia fortemente simbolica, in cui l’aspetto ultraterreno (quello cioè di un mostro che perseguita madre e figlio) rappresenta solamente un pretesto per inscenare qualcosa di terribilmente concreto, il cui finale si rivela coerente con il resto della narrazione. E questo è proprio ciò che manca ad Hereditary. Coerenza narrativa e di trama. Nella seconda parte, infatti, l’ingresso in scena di Joan (Ann Dowd) comporta la trasposizione del significato della narrazione su un piano sovrannaturale e spiritico, a tratti riducendo Hereditary al pari delle tante pellicole horror facilmente dimenticabili uscite negli ultimi anni, facendo a poco a poco venir meno quel clima di incertezza che permeava la prima parte della pellicola. Vero è che sin dalla prima parte si hanno alcuni riferimenti a quello che sarà l’andamento del film, ma una materia così interessante andava gestita in maniera diversa, a maggior ragione se si dimostra una così grande abilità nel saper muovere la macchina da presa e nel saper mantenere alta la tensione per i primi quaranta minuti, senza mai spiegare allo spettatore il perché di questo clima così malsano e straziante.

 

 

È come se Aster avesse voluto accontentare due tipologie di pubblico differenti: da una parte, gli spettatori desiderosi di qualcosa di innovativo ma che strizzasse l’occhio ai grandi cult del passato (e in questo senso, è palese la citazione di Rosemary’s Baby di Polanski) ma le cui citazioni si renderanno conto  essere state “buttate lì” senza una vera contestualizzazione e, dall’altra, i giovani d’oggi, che ricercano nell’horror il sovrannaturale, lo spavento facile, qualche goccia di sangue e l’ombra nel buio pronta ad assalirti. Come si suol dire, dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte, il regista statunitense ha dato vita ad un’opera confusa, in cui tante – troppe! – cose o vengono lasciate al caso, o vengono inserite con l’intento di arricchire di significati simbolici la trama. Una di queste è la presenza di una sottotrama di stampo mitico, inserita probabilmente con la pretesa di fungere da collante tra le due parti, o forse solo per compiacere lo spettatore più attento (perché si sa, il mito ha sempre un certo fascino), ma rendendo il tutto ancora più… confusionario.

 

 

Sostanzialmente, Hereditary è un film che parte bene, con una prima parte che promette grandi cose, ma che si perde poi in un horror “come tanti”, con la pretesa però di distaccarsi dalla commercialità attraverso richiami a pellicole storiche, sottotrame erudite, significati nascosti  e (questo è da ammettere), un comparto tecnico e un cast di attori veramente di livello. Ma a volte bastano poche idee semplici e coerenti per tutta la durata della narrazione per fare un buon film. E proprio semplicità e coerenza sono le grandi assenti di una pellicola che, ad una prima visione, non sembra valere la grande pubblicizzazione che ha avuto.

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La recensione de “La prima notte del giudizio”

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Ebbene si, sono pronto per raccontarvi “La prima notte del giudizio” (The First Purge), il quarto capitolo del Franchise horror sulla notte più pazza dell’anno.


Dopo l’ultimo capitolo “The Purge – Election year” non vedevo l’ora di gustarmi questo nuovo scorcio sulla purga annuale dove ognuno è libero di scatenare la bestia, anche uccidendo. In questo quarto capitolo vengono raccontate le origini della purga annuale, se nei primi la purga era già in voga, qui assistiamo ad “una prima volta”. Questo esperimento sociale viene infatti attuato solamente nel distretto di New York City chiamato Staten Island. Qui seguiamo le vicende di varie persone quasi tutte povere che cercano di mettersi in salvo dai pazzi.


Le sequenze sono ben strutturate, i colpi di scena si susseguono velocemente senza lasciare troppo spazio alla noia. Il ritmo del film è inclazante e non lascia tregua. Ci sono anche alcuni colpi di scena, anche se sono abbastanza prevedibili. La pellicola non racconta qualcosa che non sapevamo già, lasciando il colpo di scena finale, abbastanza amorfo. Una pellicola che parte con modeste aspettative guadagnandosi comunque la sua fetta. Un bel film da guardarsi e che ha parer mio, nonostante la distinta inferiorità con gli altri capitoli, ha saputo mantenere alto il nome del franchising. Guardatevelo!

The strangers prey at night - Recensione
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The Strangers: Prey at Night (2) – Recensione Ufficiale

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La pellicola: “The Strangers prey at night” è il sequel o secondo capitolo del film: “The Strangers”. Nel primo film abbiamo seguito le vicende di un gruppo di individui mascherati che si irrompevano nella casetta di montagna di una coppia, spaventandoli e ferendoli a morte. La cosa che aveva colpito di questo film era sicuramente la sua ispirazione ad eventi realmente accaduti, ma in parte anche al fatto che gli omicidi perpetrarti da questi sanguinari non abbiano avuto un senso. Perchè avevano ammazzato, perchè la ragazza mascherata (pin-up girl) prima di iniziare il martirio aveva chiesto alla coppia se Tamara era in casa? Tutte queste incognite, aggiunte al fatto che il regista Bryan Bertino sembra aver avuto qualcosa di personale legato ai veri omicidi dai quali è stato tratto il film, hanno contribuito a rendere la pellicola un must horror. (SCOPRITE LA STORIA VERA DI THE STRANGERS)

Nella pellicola seguiamo le vicende di una famiglia americana formata da due figli, la mamma ed il babbo. La figlia sembra essere la problematica e quella che crea i problemi. I genitori sono intenzionati a portare la figlia all’interno di una struttura per farla educare. Prima però, un’ultima gita a trovare lo zio.

Dovete sapere che lo zio però, dirige un parco di camper e di alloggi precari per avventurieri e non. Il luogo è molto cupo e non appena arrivano c’è aria di cambiamento. Non passa molto tempo da quando la Pin-Up girl bussa alla porta chiedendo se Tamara è in casa.

Dopo una breve lite con la sorella i genitori sono molto tristi, così ella pensa bene di andarsene fuori in giro per il campeggio. Una volta li fuori scoprirà che già qualche visitatore era stato ucciso all’interno del proprio bungalow. Una volta allertato anche il fratello inizierà la vera propria mattanza. La madre verrà uccisa all’interno della roulotte mentre per il padre il fratello e la sorella si avvierà una vera e propria caccia all’uomo.

In questa pellicola vi è un piacevole colpo di scena che a me è piaciuto molto e rende la pellicola particolare. Andatevela a vedere perchè è ancora disponibile in sala.

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