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AMERICAN HORROR STORY CULT- IL MIO POST FINAL SEASON

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NO SPOILER EVIDENTI.

Il mercoledì sera, da qualche mese a questa parte per me è stato solo American Horror Story, la serie tv del secolo per gli amanti dell’horror. Ho aspettato ogni singolo mercoledì l’uscita della puntata coi sottotitoli che veniva trasmessa da Fox America la notte precedente. E stasera mi sono gustata come un bicchiere d’acqua nel deserto il finale di stagione.

Cult, all’inizio è per me è stata come la prima sigaretta adolescenziale; la fumi, ma non ti convince, boccata dopo boccata non ne puoi più fare a meno. Non me ne vogliano male gli anti tabagisti. E’ stata una scoperta avvenuta un passo alla volta, ed è diventata in pochissimo per me, la stagione meglio riuscita di Ryan Murphy.

Non sapevamo cosa aspettarci dalla scelta di un tema cosi controverso come quello delle elezioni americane del 2016. Devo ammettere che Murphy ha trattato l’argomento con eleganza unica. Non c’è satira, come tutti si aspettavano, ma c’è un’escalation verso una verità unica nel suo genere, che ci spiattella davanti agli occhi quello che sono gli Stati Uniti e credo anche il resto del mondo oggi.

Le minoranze vengono tutte nominate e trattate con particolare cura in ogni loro aspetto. Afroamericani, neonazisti, omosessuali, immigrati, fobici, detenuti, tutti utilizzati per descrivere quello che per noi è il real horror story, ovvero la paura del diverso e dell’ingestibilità di esso.

Il personaggio di Ally, interpretato dalla magnifica Sarah Paulson racchiude tutto quello che è l’uomo oggi. Siamo tutti vulnerabili in un modo o nell’altro e tutti possiamo cambiare idea anche su quello che dovrebbe essere imprescindibile. Io mi ripeto sempre che solo gli stolti non cambiano mai opinione.

La crescita del personaggio di Ally potrebbe essere comparata alla crescita della nostra persona, lo scopo finale della nostra vita è già insito in noi agli albori, ma siamo costretti a soffrire, sbagliare, massacrarci per arrivare al fine ultimo.

Il personaggio interpretato da Evan Peters, Kai Anderson, è un pazzo folle, ma anche un magnifico oratore, come quelli che la nostra storia ci ha sempre presentato fino ai giorni nostri. Le verità assolute che ho sentito uscire dalla sua bocca sono ineccepibili, il problema è che sono state utilizzate in maniera sbagliata da lui stesso, gli si sono ritorte contro. Non tutti gli esseri umani sono pronti a ricevere alcuni messaggi. Qui Murphy ha voluto descriverci quello che è l’uomo comune. Spesso in possesso della verità, ma a causa del vociferare, o meglio del beelare del mondo intero, ne fa un cattivo uso.

L’intreccio dei personaggi nel loro complesso è geniale. L’unione delle minoranze inizialmente ci convince che la rivoluzione estrema sia l’unica via per salvare il mondo, che è ormai nel caos più totale. O forse siamo noi a voler vedere il caos anche dove non esiste.

Andando avanti di puntata in puntata, capiamo invece che anche i leader più convinti sono frutto di un meccanismo comune , che l’essere umano è sempre e comunque debole, facilmente influenzabile dalla globalità esterna.

Sono una persona cresciuta a pane e horror, potrei tranquillamente vedere un film dal tema paranormale, la notte di Halloween in un cimitero. Eppure questa stagione di American Horror Story mi ha lasciato sempre col fiato sospeso ed è riuscita a creare dentro di me la vera paura che dovrebbe trasmettere un horrormovie. La paura dell’incognita e del fatto che tutto quello che noi vediamo è reale. Le vere paure sono dentro di noi e si liberano in diversi modi.

La puntata che parla delle sette americane, con veri documentari misti a scene girate sempre col nostro amato Evan Peters che interpreta tutti i vari leader, penso che sia la puntata meglio riuscita di tutti gli American Horror story visti fin ora. Tutto sembra reale, come se le famose “storielle di Kay” prendessero forma e i personaggi fossero realmente di fianco a me sul divano, a raccontare quello che sono stati e quello per cui vogliono essere ricordati, come se avessero ancora bisogno di trovare dei nuovi adepti, per il loro personale esercito di uomini fidati.

Il finale ci stupisce, non c’è un lieto fine per nessuno a mio avviso. Tutti rimangono ancorati a quello che vorrebbero essere e falliscono.

Lena Dunham

Come la povera Valerie Solanas, interpretata da una fantastica Lena Dunham, che per altro ho amato all’interno della stagione, ha fallito in quello che era il suo obiettivo di pulizia maschile, con la famosa SCUM, ma ha lasciato comunque un segno, che le generazioni femministe future hanno smussato, sistemato e reso sicuramente meno folle.

Proprio la scelta di Murphy di inserire un’icona femminista  controversa dei giorni nostri come la Dunham, ci fa comprendere quello che a mio avviso è stato l’obiettivo finale del regista. Un inno al femminismo moderno, che mette in guardia su quello che sta accadendo oggi. Ha giocato sui sentimenti di oppressione delle donne di questo ultimo decennio, che possono però essere molto pericolosi se gestiti in malo modo.

Ally è l’esempio del femminismo sbagliato. E’ il raggiungimento di emancipazione a discapito di tutto quello che ostacola il suo cammino. Credo che Murphy abbia voluto sensibilizzare le persone in egual modo, al di la del sesso, delle razze e di tutto il resto.

Solo con una sensibilizzazione al bene comune potremo vincere, al di la di ogni ideologia e partito politico.

Rimango in trepidante attesa per quella che sarà la nuova stagione e sono curiosa di capire se Murphy è riuscito a creare un filone horror più attento e intelligente, che può andare oltre alla passione per lo splatterismo incondizionato degli horror popolar vincenti.

Jigsaw
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LA RECENSIONE UFFICIALE DI: JIGSAW – NO SPOILER

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Bene ragazzi, finalmente è giunto il momento di scrivervi per la pellicola appena uscita e già amata: Jigsaw, ovvero l’ottavo capitolo del franchise dell’enigmista.

Locandina Jigsaw

La carica è stata alta per tutto questo tempo, personalmente per me che ritengo Saw come uno delle più belle pellicole mai realizzate nel suo genere. Purtroppo però l’attesa e le aspettative sono state un pò “tranciate” da “IT” la pellicola che è uscita qualche settimana fa. Questa sarà una recensione un po diversa dalle solite, non includerò SPOILER quindi per chi ancora la deve vedere, state tranquilli non vi rovinerò il film.

Scena Jigsaw 

La pellicola ha un ritmo abbastanza incalzante anche se a parere mio non si può comparare con la forte vivacità strutturale delle prime tre pellicole di Darren Lynn Bousman. Le scene sono ben strutturate e ben girate ed è comunque facile intuire il percorso di senso del film.

Tutto si apre con la polizia investigativa che cerca risposte in merito ad una nuova serie di omicidi che si stanno susseguendo nella città. Varie persone verranno trovate morte in circostanze del tutto particolari che sembrano ricondurre alla firma dell’enigmista, colui che è già morto da 10 anni.

Jigsaw - Laser

Nel susseguirsi della pellicola vi giurò di non essermi perso nemmeno un pezzo e quando c’è stato il colpo di scena finale, posso confessarvi di non averlo intuito fin da subito, mi sono voluti parecchi aiuti esterni per capire fino in fondo quell’oasi di significato che sembrava sperduto.

Devo dare un giudizio non molto positivo alla traduzione della versione Italiana del film, poichè avendo visto anche quella in Inglese, tutto tornava perfettamente negli schemi e non ebbi quella difficoltà nel capire la pellicola.

Nonostante questa piccolezza negativa, DOVETE andare a vederla perchè vi prometto che quello che ci aspettiamo dal trailer “ovvero il ritorno in qualche maniera dell’enigmista” non è stato usato solo come metodo pubblicitario, ma vi ci assistiamo proprio.

Tutte le promesse vengono mantenute magistralmente e meticolosamente.

Se la vostra paura è quella di incorrere nel classico seguito di un film famoso che usa una frase d’esca per far correre tutti al cinema, fare il botto e poi sparire, posso assicurarvi che non è questo il caso e senza paura dovete andare al cinema.

Mi ripeto ancora una volta e ammetto di essere dispiaciuto dalla copertura che l’ultimo Saw ha subito da IT.

 

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1921 IL MISTERO DI ROOKFORD – RECENSIONE [RITA]

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Credere o non credere, questi sono i due blocchi sui quali si articola la pellicola 1921 Il Mistero di Rookford. La regia è firmata da Nick Murphy, si può dire che questa pellicola lo abbia consacrato al genere horror! Personalmente spero che prima o poi si faccia vivo con qualche altra opera di regia. La trama è un susseguirsi intenso di colpi di scena, che trattengono lo spettatore dinnanzi allo schermo.

Florence è una sorta di detective, sempre alla ricerca di una spiegazione scientifica che possa giustificare un evento paranormale! La sua razionalità però dovrà vacillare dinnanzi a qualcosa di misterioso, e non scientificamente spiegabile. Siamo in un collegio nel cuore di  Rookford, i bambini dicono che ”c’è un fantasma!!” sarà vero?! Parallelamente ci vengono proposti flashback poco nitidi che hanno come protagonista proprio Florence. Quel posto la metterà dinnanzi al suo passato sulle note impetuose di una musica classica anche noi, accanto a lei, scopriremo una difficile quanto inaspettata verità.

Va detto che il cast non è di certo mal-fornito, Imelda Stauton (che qualcuno ricorderà in Harry Potter spiacevolmente) è qui una governante che nasconde un bel segreto, ella è inoltre affiancata da Dominic West, viso non sconosciuto al nostro genere horror.  Il finale lascia un bellissimo punto interrogativo, una sorta si sospensione tra reale ed irreale. Tocca allo spettatore sentenziare! Per me è un validissimo 9.

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MAREBITO: IL VISIONARIO FANTASY-HORROR

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Takashi Shimizu (The Grudge) ci propone questa pellicola giapponese surreale che narra la storia di Masuoka (Shinya Tsukamoto), un operatore video free lance, che da quando riprende il suicidio di un individuo in metropolitana decide di seguire la sua ossessione per il terrore e quindi di indagare sui fatti che hanno spinto l’uomo a compiere l’estremo gesto.

Il protagonista, come si può intendere, già possiede diverse problematiche mentali e saranno man mano aggravate dal suo rifiuto di assumere ancora psicofarmaci. Tutto questo porterà Masuoka a percorrere un viaggio mistico nei tunnel sotterranei della metropolitana in cui regnano strane creature e una bella ragazza che si nutre solo di sangue umano.

L’operatore free lance ha scelto dunque di impazzire? La risposta non è piacevole. Egli è ossessionato dal terrore, lo ricerca con foga eccessiva, ma il problema non è quello. Masuoka, nonostante le apparenze, ha una vita, che durante la pellicola non vuole raccontare e di cui si dimentica volontariamente. Per la sua ricerca, vaga per la città riprendendo a caso l’umanità che lo circonda, ma il terrorizzato è lui. Gli occhi dell’uomo suicida che guarda la telecamera lancia un invito a seguirlo nell’oscurità indicandone la via. La metropolitana è lo scenario perfetto per una storia nera, infatti il pretesto del terrore è solo l’inizio, altro sarà la scoperta dei retroscena che il protagonista ha mascherato distraendo l’attenzione di chi, rapito guarda la bella creatura, quindi un “marebito” (persona rara), che lecca il sangue dal pavimento.

Le creature che abitano i cunicoli sotterranei, vere e presunte, rappresentano il potenziale fantastico che abita in ognuno di noi e la scoperta di queste non è da sottovalutare. In più l’alienazione di chi si nutre di sangue per vivere genera un meccanismo che progressivamente renderà alieno anche chi si prende cura di lei, o forse non è andata così la storia veramente…

La telecamera per la prima volta vi mentirà, generando confusione e donando senza sconti angoscia e paranoia. La follia che regna nella narrazione amplifica la visione e nello stesso momento la rende “poetica”.

Il film, uscito nel 2004, è stato girato interamente in digitale e la fotografia sgranata e l’immagine in movimento lasciano intuire il senso dell’instabilità che, oltre che visiva ci lascia immaginare sia anche mentale.

La recitazione di Tsukamoto ci porta a credere persino ai vampiri, coinvolgendo lo spettatore ad allontanarsi dalla realtà dei fatti, che ad un certo punto non importerà più. Sarà letteralmente trasportato nel viaggio di un uomo che da urbano diviene mistico, così di botto, senza alcun perché a motivare l’accaduto.

Insomma un film decisamente per pochi, che lascia un senso di smarrimento col pallino di capire il motivo di alcune scelte e l’ostinazione nel farle.

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SOMNIA – RECENSIONE

Somnia (Before I Wake) è un film del 2016 diretto da Mike Flanagan (Hush, Ouija, Oculus), regista che non ho mai apprezzato molto ma qui riesce a dare il meglio di sè. e che vede per protagonisti una giovane coppia che dopo aver perso il proprio figlio in un incidente domestico, decidono di adottarne uno. Il nuovo arrivato però si dimostrerà fin da subito molto problematico e inoltre fatti inquietanti inizieranno ad accadere alla giovane coppia. Nel cast troviamo Kate Bosworth, Thomas Jane, Jacob Tremblay e Justin Gordon.

Somnia può essere considerato un “Horror”? Questa è una domanda che mi sono posto molte. Se per horror si intende una forza malefica o sovrannaturale che minaccia gli esseri umani la risposta è sicuramente positiva, ma se per horror intendiamo semplicemente una storia in cui un entità o mostro uccide tutti per puro divertimento o sadismo e basta allora non è un horror, è molto di più.

Somnia

Quante volte avremo sentito una trama del genere? Eppure senza fare troppi spoiler, il film riesce ad arrivare dove molti altri film del genere non si “sognerebbero”mai di arrivare. A parere mio può essere considerato uno dei migliori film horror degli ultimi 10 anni. Un’ultima raccomandazione munitevi di fazzolettini vi serviranno.

Somnia

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LEATHERFACE – UN PREQUEL CHE NON DECOLLA

Prodotto dalla Lionsgate, ed uscito lo scorso mese nei nostri cinema, Leatherface narra eventi precedenti ai fatti di Non Aprite Quella Porta.

Il film è diretto da Alexandre Bustillo e Julien Maury e troviamo, nel cast, Lili Taylor (The Conjuring), Finn Jones(Iron Fist), Stephen Dorff, Nicole Andrews e Sam Strike.

Quattro adolescenti violenti, scappati da un ospedale psichiatrico, rapiscono una giovane infermiera e la portano con loro in un viaggio all’inferno inseguiti da un poliziotto altrettanto squilibrato in cerca di vendetta. Uno dei ragazzi è destinato a vivere eventi tragici e una serie di orrori che distruggeranno la sua mente per sempre trasformandolo in un mostro noto come Leatherface, o Faccia di cuoio.

Devo dire che, come tanti altri film, questo lo aspettavo da tanti anni. Parliamo di una delle figure che ha fatto la storia. Faccia di Cuoio è sempre stato nel mio cuore come “cattivo” di quello che è il mio genere preferito ed ero curioso di scoprire come questo regista avrebbe potuto spiegare le sue origini nel migliore dei modi.

Il film segue un unico ordine cronologico: Leatherface, Non aprite quella porta (1974) e Non aprite quella porta 3D.

Fino ai tre quarti di questo film nessuno sa chi è / sarà Leatherface e quando finalmente le risposte vengono date … il film finisce !

Purtroppo penso che per salvare questa pellicola ci voglia un seque,l legato in tutto e per tutto, perchè faccio decisamente fatica a collocarlo prima di Non aprite quella porta (1974) e guardarlo con soddisfazione.

I due Leatherface manco si somigliano…per dire…

Vi lascio i primi quattro minuti di film, probabilmente i più stuzzicanti…

 

Se anche voi lo avete visto commentate qui sotto o condividete la vostra esperienza con noi tramite i nostri canali social

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SPLIT-RECENSIONE

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Split è una pellicola decisamente molto interessante! Quando si parla di Shyamalan, regista anche  de Il sesto senso  e The visit, è inevitabile chiedersi ”come finirà questo film?”. Shyamalan ormai con i suoi lavori ci ha abituati a delle sorprese davvero non di poco conto, personalmente posso dire che con Split ha dato una ulteriore conferma di questa sua peculiarità stilistica. 

Nella pellicola ci vengono proposte tematiche di particolare spessore, come il bullismo, gli abusi perpetrati a danni di minori ed infine vi è il riferimento ben articolato alle teorie dei disturbi dissociativi della personalità. Proprio qui il cammino di noi spettatori viene ampliato attraverso l’uso tattico di riferimenti scientifici, che non sono per nulla inattendibili. Bisogna riconoscere che James McAvoy, protagonista/i di Split, ha dato gran prova del proprio talento. Parliamo un pò della trama.

Casey, Claire e Marcia vengono rapite da ”un” uomo, che le tiene rinchiuse in una sorta di stanzino. Quale destino spetterà loro?! Mentre le tre cercano una via di fuga, noi spettatori facciamo nuove conoscenze. Ci viene proposta infatti la personalità di Hedwig, un bimbo di 9 anni, che ci fornisce molte informazioni riguardo le altre personalità, che di tanto in tanto vogliono la luce. La dottoressa Fletcher, che ha diagnosticato il disturbo dissociativo di personalità a Kevin, si trova ad incontrare Barry, altra personalità di Kevin, una delle più equilibrate! La dottoressa si allerta nel momento in cui comprende che su tutte le personalità tracciate hanno prevalso Dennis e Patricia. 

Non svelerò altri elementi, poichè credo che il film meriti di essere visto. Dato il finale è ormai non più mistero che il buon Shyamalan abbia deciso di lavorare a un sequel, la cui uscita è prevista per il 2019. La pellicola sarà la connessione tra Split e Unbreakable-il predestinato (2000).

VOTO 8

 

Backcountry
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BACKCOUNTRY: IL CONFINE FRA UOMO E NATURA – RECENSIONE

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Titolo: Backcountry  (Canada Usa-2014) di  Adam MacDonald

Trama:
Due giovani trentenni, in procinto di fidanzarsi ma diversi fra loro, decidono di fare un gita e trascorrere un weekend libero in un area selvaggia del Canada per stare un pò da soli e lontano dalla consueta routine cittadina. Arrivati sul posto, equipaggiati di sacco a pelo e viveri, uno dei due, appassionato di campeggio lascia di propria volontà i cellulari in auto per godersi in tranquillità il loro percorso turistico.
Faranno la conoscenza in un accampamento di Brad,una guida per turisti un pò eccentrica, che sembra voler indirizzare e consigliare la coppia a scegliere la strada giusta da seguire…

Opinione:
Con questo film, il giovane regista A. MacDonald ci ripro-pone davanti agli occhi una delle più primordiali paure umane in una salsa leggermente più attuale e “gore” per il pubblico più avventuroso e amante del “wild”.
Come da titolo, la zona “di confine” risulta come una sorta di riserva naturale in cui il tempo sembra essersi in qualche modo congelato in una lontana epoca ma nella quale il regista è in grado di tirar fuori l’aspetto più crudo e primigenio degli animali che errano in questa vegetazione. Un luogo non propriamente collocabile  e riconoscibile: tant’é che il ragazzo esperto di escursioni ne ignorava la presenza e ricordava vi fosse un lago in quel posto.

Originale é stata la scelta della foresta, ovviamente a servizio della regia, le cui foglie possiedono più di un colore: oltre al verde caratteristico delle foglie comuni gli alberi della zona “ignota” presentano molteplici tonalità (gialle e rosse) che sembrano quasi confondere la vista e far vacillare le sicurezze di chi si avventura per quei luoghi rupestri e marginali.  L’approccio alla vacanza romantica da parte della coppia, dapprima ingenuo e sbarazzino, lascia poi il posto allo sbigottimento e a un notevole disorientamento.
La natura in questo film non é stata ripresa dal regista in una chiave da documentary movie e nemmeno da eco film per gli amanti dell’ambiente, difatti c’é da dire che non siam di fronte a un semplice film di rivendicazione (genere revenge) o uno scontro uomo-animale per la difesa di un territorio definito e circoscritto (come troviamo nei precedenti animal-movies anni 80), ma piuttosto ad un diretto confronto fra i nostri bisogni e quello dei predatori, il quale é riducibile fondamentalmente a quello di “cacciare per mangiare”. Scontato dire che l’elemento Ambiente-Animale viene messo in primo piano lungo l’intera parte, lo vediamo assurgere a un ruolo direi “superiore” del solito, ponendosi, nei confronti degli stessi protagonisti, come vero e proprio antagonista ma senza alcuna vendetta o male intrinseco, bensì per mero impulso istintivo di sopravvivenza.
Oggettivamente la sceneggiatura della storia risulta un po’ esile e non troppo lineare nello sviluppo: a sua volta, però, risulta essere una scelta funzionale a favore del regista per accrescere l’aspetto realistico e imprevedibile della vacanza “selvaggia”..

Gli eventi che vediamo susseguirsi durante la visione sembrano accadere casualmente e con poca previsione lasciando allo spettatore quel giusto senso di disorientamento. La molta tensione accumulata nella prima metà dà modo alle (poche) scene cruciali di risultare piuttosto scioccanti a primo impatto. Degna di merito, fra tutte, é la scena dell’attacco dell’orso: emblematica e intensa proprio perché in questo frangente tutte le aspettative, le proposte per il futuro della coppia, come anche le incompatibilità che vediamo affiorare dai due sventurati, vengono, nell’immediatezza dell’atto, annullate e strappate via dagli stessi artigli del predatore, un temibile grizzly bruno, e dalla semplice e selvaggia legge della natura dove la razza predominante e senza scrupoli vince su quella più debole.

In ultima analisi, anche la fauna che contorna l’area incontaminata sembra, sul finale, mostrare incuranza e prendere le distanze dall’uomo (in una scena a rallenty un cervo rivolge appena uno sguardo indifferente alla giovane in cerca di soccorso), ciò come a ragione di un luogo inviolato e quasi puro dove l’uomo non é ospite gradito e forse non dovrebbe trovarvisi affatto.

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L’UOMO DI NEVE – RECENSIONE

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L’Uomo di Neve, The Snowman, è un film del 2017 diretto da Tomas Alfredson (La Talpa). Nel cast troviamo Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Val Kilmer e J.K. Simmons. Il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del premiato autore norvegese Joe Nesbø, e attualmente sta ottenendo un discreto successo al botteghino, nelle nostre sale è uscito giovedì 12 Ottobre.

Harry Hole è un detective, con la dipendenza dell’alcol, che indaga su un assassino che firma i suoi omicidi decapitando le vittime.

IL PARERE:

Innanzitutto esordisco col dire che non ho letto il romanzo, quindi non farò dei paragoni tra esso ed il film. Che dire di questa pellicola allora? Beh, il trailer lo vidi al cinema e mi piacque moderatamente, poteva essere un bel thriller di quelli avvincenti o semplicemente un buon film, e quindi decisi di vederlo, anche per la presenza di Michael Fassbender, che è uno dei miei attori preferiti. Ieri sono andato al cinema per gustarmelo, con delle aspettative medie, per quello che mi aveva lasciato il trailer, e purtroppo sono stato molto deluso; ma andiamo per gradi. La regia è proprio l’A B C, nel senso che è una regia normalissima, senza alcun guizzo particolare e in certi tratti si perde anche con degli errori banali. Gli effetti sono terribili, salvo qualcosa. Dal punto di vista visivo è stato veramente ma veramente brutto, e non parliamo di un film action con delle grosse esplosioni o alieni e quant’altro, quindi non capisco veramente come sia possibile che non siano riusciti a rendere credibili gli ambienti e gli elementi naturali. Il film è stato girato in Norvegia, perché non sfruttare i paesaggi naturali per delle belle inquadrature? La fotografia inutile dire che in certi momenti è pessima, poiché appunto non sfrutta per niente l’ambiente circostante e le atmosfere, per creare qualcosa di significativo. Le musiche sono praticamente anonime, in qualche scena vengono aggiunte, ma più che aggiunte mi sembrano buttate lì, giusto perché ci dovevano essere. Ultima cosa tecnica: il montaggio. Mi dispiace lamentarmi anche di questo aspetto, ma il montaggio di questo film è fastidioso, ci sono degli stacchi fatti senza senso, togliendo suspense e facendoci fare domande del tipo “Ma qui come è entrato? La porta era aperta? Perché passiamo a questa scena?”. Il punto di vista tecnico, per quanto mi riguarda, è stato deludente nonché fastidioso, mi è sembrato seriamente di vedere una fiction su Canale 5. Passiamo ora alla trama. Il caso che ci viene presentato sembrava essere potenzialmente interessante, tuttavia alcune scelte iniziali tolgono un po’ di sano mistero al film (non dico quali ovviamente), che comunque può ancora dire la sua. Nonostante ciò, dopo i primi 20 minuti, ho iniziato ad annoiarmi pesantemente. I personaggi non sono caratterizzati, a parte quello interpretato da Michael Fassbender, che almeno un poco viene presentato e caratterizzato, anche se molto superficialmente. Ci sono scene morte, ossia delle scene che potevano benissimo non essere mostrate, poiché futili allo svolgimento della trama; idem con alcuni personaggi. I dialoghi in alcuni momenti non funzionano, sono imbarazzanti, così come alcune azioni dei personaggi stessi; sembra che ognuno agisca per sé, senza comunicare il perché si faccia quella cosa piuttosto che quell’altra. Arriviamo al finale: c’è un colpo di scena, che a mio parere è troppo stupido e buttato lì perché non sapevano più che scrivere nel copione, con i personaggi che impazziscono ( è impazzito chi ha scritto la sceneggiatura), facendo e dicendo cose da mani nei capelli; il tutto girato da mal di testa, vi giuro che ci sono dei momenti che dici “MA COME È SUCCESSO?”.

Le uniche note positive sono:

  1. La recitazione di Michael Fassbender, che a mio parere è sempre sul pezzo, pur non essendo questa una delle sue migliori interpretazioni (ed il suo personaggio non era malaccio);
  2. Alcuni momenti di caratterizzazione dell’assassino.

Film consigliato? Io credo che tutti debbano vedere tutto, per farsi la propria idea. Ovviamente io non lo consiglio, sono 2 ore (ahimè) buttate. Noioso e brutto visivamente.

VOTO: 4

Oltre il guado
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OLTRE IL GUADO: IL REGISTA BIANCHINI RISCATTA L’HORROR ITALIANO

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Trama
L’ etologo Marco Contrada (Marchese) lavora con passione e dedizione nei territori dei boschi del friulano a ridosso del confine sloveno, posizionando delle videocamere in punti strategici o fissandole direttamente su alcuni animali catturati in modo da poter osservare il loro comportamento a distanza.
Immerso in questa natura, si ritroverà a dover fare i conti con la sua integrità mentale (e fisica) quando le registrazioni lo condurranno a visitare un sinistro villaggio, luogo di un’antica leggenda, in cui rimarrà intrappolato a causa della forte pioggia che alza il livello del fiume e inonda l’unica via praticabile…

Commento
In un periodo in cui il genere horror sembra sia quasi scomparso del tutto nel cinema italiano, ecco che il regista di origine friulane Lorenzo Bianchini, poco conosciuto in Italia e autore in passato di medio e corto-metraggi ad ambito locale, confeziona invece un horror con un piccolo budget ma potente e di pregevole qualità, portando sullo schermo una favola oscura in grado di far rabbrividire anche lo spettatore più indulgente e disincantato.
Il giovane Bianchini, considerato regista scomodo, indipendente e dal personale stile minimale, ci presenta un horror atipico, fuori dai canoni e dagli schemi convenzionali degli ultimi anni, utilizzando solo un pugno di attori semisconosciuti, con un copione di pochi dialoghi in italiano e girando sapientemente luoghi e paesaggi suggestivi per lo spettatore: cio sembra un lavoro quasi artigianale dal punto di vista tecnico, tuttavia mai grossolano o banale nel suo sviluppo.
Il regista da vità così a una storia di fantasmi dal tratto più maturo del consueto, unita sia al mistery, sia a un quasi genere “documentary” .
Difatti per quasi metà della visione viene illustrata scrupolosamente l’attività dell’etologo Marco (su cui come vedremo ruota praticamente tutta la trama..).

Ad arricchire il lungometraggio vi sono la splendida e suggestiva fotografia, molto cupa e sinistra in alcuni punti, e le  musiche, piacevolmente originali (e disturbanti), che creano un’atmosfera ansiogena e rarefatta capace di calarci psicologicamente, insieme allo stesso protagonista, nelle profondità più sinistre dei villaggi semiabbandonati del Friuli e nella dimensione più onirica e irreale della vicenda.
Altro buon lavoro é stato fatto con i suoni (freddi e angoscianti) che prevalgono per la maggior parte della pellicola.

Una nota di demerito si potrebbe dire sui dialoghi (pochi) in dialetto sloveno e non sottotitolati, a volte un pò fastidiosi per il pubblico meno abituato e per la comprensione della trama prima dell’epilogo, ma evidentemente voluti dal regista per mantenere più originali le voci degli attori e l’atmosfera folkloristica-contadina. Stessa cosa per quanto riguarda alcune inquadrature d’intermezzo non sempre lineari tra di loro, ma che non rovinano o spezzano in alcun modo la tensione generale trasmessaci all’inizio dal regista e permeata in tutta la pellicola.

Inoltre “Oltre il guado” é stato candidato nell’ultimo anno a diversi festival ed ha vinto vari concorsi e premi fra cui: il Trento FilmFestival, Ravenna Nightmare e Fantasia FilmFestival

Un lungometraggio magistrale, quasi del tutto riuscito nell’intento, se vogliamo, di far riscattare il cinema horror italiano e indipendente sopratutto nei confronti di chi abitualmente associa i film a basso costo (low budget) a prodotti facilmente scartabili e dimenticabili nel panorama cinematografico, e che dimostra degnamente e artisticamente che il vero cinema non “appartiene” in modo esclusivo a chi ha disponibilità e risorse finanziarie, ma anche a chi ha le idee, talento e una buona cultura radicata nel proprio territorio.
Ottimo lavoro Bianchini.

IT - Recensione Italiana Ufficiale
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LA PRIMA RECENSIONE ITALIANA UFFICIALE DI “IT”

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IERI 08 SETTEMBRE 2017 E’ SBARCATO NEGLI STATI UNITI “IT” L’ATTESISSIMO RIFACIMENTO TRATTO DAL ROMANZO DI “KING”, CI TROVAVAMO A NY ALL’INTERNO DELL’AMC 25 A TIMES SQUARE E VI SCRIVIAMO LA PRIMA RECENSIONE UFFICIALE IN ITALIANO – NO SPOILER

Ebbene si gli stati uniti hanno già assistito allo sbarco di questa nuova pellicola, purtroppo però per il nostro “bel paese” ci toccherà aspettare il mese di Ottobre. Per fare passare questa estenuante attesa lo staff di HS ha deciso di farvi una breve recensione senza spoiler per farvi capire bene cosa ci attenderà.

Francesco IT

Francesco pronto per vedere per voi “IT”

Ieri notte alla visione di mezzanotte c’era una gran fermentazione e nonostante l’ora tarda la sala era completamente piena e la gente non vedeva l’ora di assaporare la pellicola. La pellicola si apre con la scena di Georgie il fratellino piccolo che è eccitato all’idea di provare la barchetta di carta che il fratello maggiore gli ha accuratamente preparato. Georgie corre lungo la strada mentre il fratello maggiore lo guarda dalla finestra, non appena vicino al tombino la barchetta cade nelle profondità delle fogne e Georgie sporgendosi per vederla si imbatte nella faccia del nuovo Pennywise.

Dopo la scomparsa di Georgie si assaporano molte scene del “Gruppo dei perdenti”, ci si imbatte nelle loro sporadiche battute all’entrata ed all’uscita dalla scuola, i loro rapporti con i bulli e le loro scorrazzate in bici. Una caratteristica molto ben portata a termine di questa pellicola è la rappresentazione cruda e realistica dei genitori dei piccoli protagonisti. Il regista Andrès Muschietti sembra essere riuscito a rappresentarli descrivendoli come nel libro, loro stessi trasmettevano una forte paura ed emotività, quasi più del clown stesso, quasi fossero li per significare che quello era il vero disagio della cittadina di Derry.

I bulli rappresentano un punto focale dell’opera di Stephen King e vengono ritratti sufficientemente reali anche nel film. La scena del ragazzo di colore che viene salvato dal “gruppo dei perdenti” viene ritratta con parecchia fedeltà includendo anche la vittoria del gruppo con i lanci dei sassi contro il gruppo dei bulli, costringendoli ad una ritirata devastante.

Divertente notare quanto i dettagli della pellicola siano realistici, anche la parte in cui l’unica ragazza del gruppo viene colpita da una ondata di sangue mentre si trova nel bagno di casa sua e di come il padre non noti nulla del disastro che era successo. Interessante il modo nel quale il regista ha voluto regalare allo spettatore una scena terrificante di Pennywise per ogni bambino della gang, dopo di questo il gruppo dei ragazzini viene spinto ad indagare sempre più a fondo e sarà Bill (il fratello maggiore di Georgie) a spingere il gruppo a seguirlo nell’impresa.

PICCOLA CLIP DALLA SALA

In conclusione senza spingermi oltre posso dire che la pellicola è ben fatta, gli effetti speciali sono buoni e generalmente il contenuto viene riportato in modo genuino. L’apparizione costante e negativa di Pennywise forse spinge un po troppo la pellicola sul ridicolo e la generalizza lasciando poco spazio all’immaginazione. Un problema fondamentale che ho riscontrato nella pellicola è l’ilarità che essa scatenava nel pubblico in sala, molte scene sono in fatti eccessivamente troppo ridicole, le quali portano a far sembrare in alcuni tratti la pellicola una commedia. E’ anche vero che il romanzo di King (opera originale) narra le vicende con un misto di ironia, qualche volta l’ironia è presente ma nel film si esagera. Nonostante questa piccola nota negativa, la pellicola merita sicuramente di essere vista.

VOTO 7

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ANNABELLE 2 : CREATION – RECENSIONE

Il nuovo film è ambiento anni addietro il primo capitolo sulla bambola e narra le origini di Annabelle e di come venne creata, inoltre viene spiegato il perchè la bambola è stata posseduta.

Diversi anni dopo la tragica morte della loro bambina, un fabbricante di bambole e la moglie accolgono una suora e diverse ragazze da un orfanotrofio nella loro casa. Queste diventeranno presto l’obiettivo della posseduta creazione del Fabbricante di bambole, Annabelle.

David F. Sandberg (Lights Out) dirige il film su sceneggiatura di Gary Dauberman (Annabelle).

Ad interpretare questo nuovo spin-off ci sono Stephanie Sigman, Talitha Bateman, Lulu Wilson (Ouija 2, Deliver Us from Evil), Philippa Anne Coulthard, Grace Fulton, Lou Lou Safran, Samara Lee (The last Witch Hunter), Tayler Buck, Anthony LaPaglia e Miranda Otto (Il Signore degli Anelli Trilogia).

Annebelle 2 è il film Horror che questo mondo merita, ma non quello di cui ha bisogno.

Questo è in breve quello che penso dopo aver visto il nuovissimo film dell’universo The Conjuring. Una citazione presa da Il cavaliere Oscuro ma che si adatta perfettamente alla situazione vissuta ieri sera…

Jumpscare jumpscare ovunque. Annabelle 2 gioca con lo spettatore mettendo a dura prova la sua pazienza verso i tanto ricercati “salti di paura”. Lulu Wilson farà strada in questo genere e infatti, come in Ouija 2, interpreta il proprio personaggio alla perfezione.

Andiamo dritti al sodo…come accennato prima, tramite la citazione, reputo questo titolo un buon film ma non il film che amerò per anni e che vorrò rivedere mille volte. Ha tantissimi pregi, i collegamenti agli altri film dell’universo The Conjuring sono un esempio, ma troppe cose sono scontate e troppe cose mi hanno lasciato perplesso. Io, come forse saprete leggendo le altre mie recensioni e seguendo la mia pagina(La mia vita è un Horror), amo i film psicologici, quelli dove lo spettatore deve concentrarsi e immedesimarsi nei protagonisti per capire il significato vero che ruota attorno a tutto…Io non amo i jumpscare e credo che ci possa essere una via di mezzo tra un film pieno ed uno vuoto.

Il film è bello e decisamente sufficiente MA non penso che lo riguarderò più di una volta, a differenza di altri che non smetterò mai di voler riguardare…

Tra un mesetto, quando tutti avranno avuto modo di vedere il film, creerò una RECENSIONE COMPLETA dove inserirò anche spoiler e descrizioni di tutte quelle parti in cui la perplessità ha preso il sopravvento…

Nel frattempo vi informo che a fine film, dopo i titoli di coda, è presente una ulteriore scena che, anche se non troppo significativa, apre le porte verso i nuovi film di questo universo tanto amato da tutti.

VOTO 7

Chiudo proponendovi l’ultimo TRAILER ufficiale di questa nuovissima pellicola che dal 3 Agosto è nei nostri cinema