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La recensione de “La prima notte del giudizio”

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Ebbene si, sono pronto per raccontarvi “La prima notte del giudizio” (The First Purge), il quarto capitolo del Franchise horror sulla notte più pazza dell’anno.


Dopo l’ultimo capitolo “The Purge – Election year” non vedevo l’ora di gustarmi questo nuovo scorcio sulla purga annuale dove ognuno è libero di scatenare la bestia, anche uccidendo. In questo quarto capitolo vengono raccontate le origini della purga annuale, se nei primi la purga era già in voga, qui assistiamo ad “una prima volta”. Questo esperimento sociale viene infatti attuato solamente nel distretto di New York City chiamato Staten Island. Qui seguiamo le vicende di varie persone quasi tutte povere che cercano di mettersi in salvo dai pazzi.


Le sequenze sono ben strutturate, i colpi di scena si susseguono velocemente senza lasciare troppo spazio alla noia. Il ritmo del film è inclazante e non lascia tregua. Ci sono anche alcuni colpi di scena, anche se sono abbastanza prevedibili. La pellicola non racconta qualcosa che non sapevamo già, lasciando il colpo di scena finale, abbastanza amorfo. Una pellicola che parte con modeste aspettative guadagnandosi comunque la sua fetta. Un bel film da guardarsi e che ha parer mio, nonostante la distinta inferiorità con gli altri capitoli, ha saputo mantenere alto il nome del franchising. Guardatevelo!

The strangers prey at night - Recensione
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The Strangers: Prey at Night (2) – Recensione Ufficiale

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La pellicola: “The Strangers prey at night” è il sequel o secondo capitolo del film: “The Strangers”. Nel primo film abbiamo seguito le vicende di un gruppo di individui mascherati che si irrompevano nella casetta di montagna di una coppia, spaventandoli e ferendoli a morte. La cosa che aveva colpito di questo film era sicuramente la sua ispirazione ad eventi realmente accaduti, ma in parte anche al fatto che gli omicidi perpetrarti da questi sanguinari non abbiano avuto un senso. Perchè avevano ammazzato, perchè la ragazza mascherata (pin-up girl) prima di iniziare il martirio aveva chiesto alla coppia se Tamara era in casa? Tutte queste incognite, aggiunte al fatto che il regista Bryan Bertino sembra aver avuto qualcosa di personale legato ai veri omicidi dai quali è stato tratto il film, hanno contribuito a rendere la pellicola un must horror. (SCOPRITE LA STORIA VERA DI THE STRANGERS)

Nella pellicola seguiamo le vicende di una famiglia americana formata da due figli, la mamma ed il babbo. La figlia sembra essere la problematica e quella che crea i problemi. I genitori sono intenzionati a portare la figlia all’interno di una struttura per farla educare. Prima però, un’ultima gita a trovare lo zio.

Dovete sapere che lo zio però, dirige un parco di camper e di alloggi precari per avventurieri e non. Il luogo è molto cupo e non appena arrivano c’è aria di cambiamento. Non passa molto tempo da quando la Pin-Up girl bussa alla porta chiedendo se Tamara è in casa.

Dopo una breve lite con la sorella i genitori sono molto tristi, così ella pensa bene di andarsene fuori in giro per il campeggio. Una volta li fuori scoprirà che già qualche visitatore era stato ucciso all’interno del proprio bungalow. Una volta allertato anche il fratello inizierà la vera propria mattanza. La madre verrà uccisa all’interno della roulotte mentre per il padre il fratello e la sorella si avvierà una vera e propria caccia all’uomo.

In questa pellicola vi è un piacevole colpo di scena che a me è piaciuto molto e rende la pellicola particolare. Andatevela a vedere perchè è ancora disponibile in sala.

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The Shape of Water – Recensione (senza spoiler)

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Leone d’Oro a Venezia, vincitore di due Golden Globe e candidato a ben 13 Oscar. Ecco The Shape of Water, l’ultima fatica del maestro Guillermo Del Toro.

Baltimora, 1962. Elisa (Sally Hawkins), donna delle pulizie affetta da mutismo, lavora in  un laboratorio dove vengono condotti esperimenti segreti. L’arrivo di una creatura acquatica strappata da un fiume in Amazzonia,  cavia per esperimenti condotti dal colonnello Strickland (Michael Shannon), sconvolgerà la sua vita e quella di chi le sta intorno. 

The Shape of Water è un’opera ammaliante. È impossibile restare indifferenti di fronte alla bellezza delle immagini di questa pellicola, che fa della fotografia volutamente espressionista (presentando una palette di colori acquatici) il suo vero punto di forza. Anche la realizzazione del mostro, interpretato da un maestro come Doug Jones (che già aveva impersonato il celebre fauno ne Il Labirinto del Fauno) è perfetta.

Insomma, che Guillermo del Toro fosse un regista a cui piace sperimentare ed incantare si sapeva. E con The Shape of Water riesce a farlo ad un livello ancora superiore, ovvero senza raccontarci nulla che non sia già stato detto in precedenza nel cinema come in qualunque altra forma d’arte, ma con una delicatezza e allo stesso tempo una potenza visiva veramente straordinarie. La storia è semplice, quasi prevedibile, ma Del Toro ci ricorda per l’ennesima volta che la trama, in un film, non è tutto. The Shape of Water è una fiaba dalle tinte gotiche; l’ambientazione è fiabesca, i personaggi sono fiabeschi (la dicotomia buoni-cattivi è più che mai evidente), l’andamento della vicenda lo è.

Nessuna fiaba pretende intrecci particolarmente intricati, ma è proprio per questo che questi racconti ci affascinano e continuano ad affascinarci ancora oggi, dopo migliaia di anni che vengono tramandati. È la sospensione del dubbio, dell’incredulità e delle proprie facoltà critico-razionali che permette allo spettatore di godere di un’opera di pura fantasia, ma che sa parlare dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, affondando le proprie radici nella realtà.

La realtà è quella dell’America degli anni ’60, quella della xenofobia, del razzismo, dell’omofobia e della paura del Diverso, la stessa diversità che fa di Elisa e della creatura due emarginati. Tutte problematiche sociali che hanno afflitto gli Stati Uniti (e non solo) degli anni ’60 ma che eppure continuano ad essere attuali (ricordiamo che Del Toro è messicano e, visti i tempi, la critica all’universo politico e sociale statunitense assume una carica simbolica ancora maggiore). Il film prende le mosse dalla guerra fredda, ma allo stesso tempo trascende ogni periodo storico, raccontando una storia senza tempo e ponendo al centro di tutto il rapporto tra Elisa e la creatura. È la storia infinita e già vista dell’amore impossibile che fa di tutto per realizzarsi, dell’emarginato contro i dogmi della società, del diverso come eroe, ma è anche molto di più.

Con un vero e proprio inno all’essere umano, ai suoi sentimenti più puri e a chi è ancora in grado di saperli comunicare con naturalezza anche laddove la comunicazione pare impossibile, The Shape of Water è la vittoria del diverso, di un Mostro… tra i mostri.

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Recensione Insidious – L’ultima chiave (senza spoiler)

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Il quarto capitolo della tetralogia iniziata nel 2010 da James Wan è la degna conclusione di una delle saghe horror più amate degli ultimi anni.

New Mexico, 1953. Qualcosa di terribile accade nello scantinato di casa Rainier. L’infanzia di una bambina viene irrimediabilmente segnata. Questa bambina è Elise Rainier e qui ha inizio la sua storia.

Cosa c’è di più spaventoso di un padre violento, di un’infanzia travagliata e di un passato fatto di mostri (umani e non) da cui è impossibile scappare? Si potrebbe riassumere così la fanciullezza di Elise Rainier (Lin Shayne), personaggio cardine della saga che impariamo a conoscere in tutte le sue sfaccettature. Mostrataci sempre come una donna forte, risoluta e senza paura -forse più vicino agli essere dell'”Altrove” contro cui ha lottato per tutta la vita che agli esseri umani, a cui non ha mai fatto mancare il suo aiuto- viene ora mostrata per quello che effettivamente è: un essere umano, con le sue paure e le sue debolezze, con un passato che non la lascia dormire la notte. E sarà proprio questo passato a farla ritornare nel luogo dove tutto ebbe inizio: la sua vecchia casa a Five Keys in New Mexico.

Ombre, presenze dietro l’angolo e jumpscares sono i classici espedienti su cui si sono sempre basati questi film e Adam Robitel, dopo James Wan e Leigh Whannel, non vuole certo spezzare la tradizione. Lo stile questo è e, seppur i fasti dei primi due capitoli siano irraggiungibili, Robitel ne omaggia lo stile registico, facendoci rivivere atmosfere a tratti molto simili al primo Insidious. La costruzione della tensione, i colpi di scena, i movimenti della macchina da presa in alcune scene rimandano irrimediabilmente ai film di James Wan, così come la fotografia degli spazi interni, composta da colori freddi e spenti.

Insomma, un film gradevolissimo, anche per chi non ha mai visto gli altri tre, ma con alcuni difetti. La lentezza della prima parte (eccezion fatta per il prologo) non rende giustizia ad una seconda parte decisamente più coinvolgente, mentre i dialoghi, a volte, lasciano a desiderare. Non è neanche mai mancato l’elemento “comico” nella saga, incarnato soprattutto dai personaggi di Specs e Tucker, risultante a tratti stridente con il resto della narrazione (pur restando i due “ghostbusters” due personaggi piacevolissimi).

Ma a parte ciò, il film funziona alla grande. Il più grande pregio di tutta la saga è quello di aver rinnovato un genere che si pensava avesse ormai detto tutto quello che c’era da dire grazie ad idee originali, con personaggi ben delineati e storie avvincenti. Sicuramente uno dei migliori prodotti che la “Blumhouse Productions”  abbia offerto al grande pubblico. Insidious – L’ultima chiave è la chiusura di un percorso iniziato nel 2010, con un finale che non potrà non provocare i feels di chi (come me) ha adorato questa saga.

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Insidious (saga) – recensione

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Insisious 4: l’ultima chiave è finalmente uscito ieri nei nostri cinema, portando con sé grandi  aspettative, visto l’enorme successo ottenuto dalla saga cinematografica in questi anni. Dunque, come ogni attesa che si rispetti, riviviamo insieme quella che è stata una delle saghe horror  più avvincenti degli ultimi anni, una saga che non ha di certo rivoluzionato il genere, ma che ha saputo portare una vera e propria ventata d’aria fresca dove c’erano tante idee stantie, viste e riviste.

ATTENZIONE: IN QUESTO ARTICOLO CI SARANNO SPOILER, DUNQUE, SE NON AVETE ANCORA VISTO I PRIMI 3 CAPITOLI, NON PROCEDETE NELLA LETTURA.

Il primo capitolo è un gioiellino. Nella sola regia di James Wan risiede tutto il valore di un film minimalista sotto certi aspetti, ma che sa davvero mettere paura. Un horror con molti rimandi ai classici del genere (L’Esorcista, Poltergeist e Shining su tutti) e la cui bellezza risiede oltre che nell’abilità registica di James Wan, nella bravura degli attori. Tutto il film scorre a meraviglia in un susseguirsi di situazioni-tipo: infestazione della casa (o meglio, di Dalton, il figlio maggiore), intervento della medium Elise (Lin Shaye) e scioglimento che lascia aperta la porta sul sequel:

Josh, con alle spalle il demone che tiene prigioniero suo figlio

già, perchè durante un viaggio astrale nell’”Altrove” (il mondo in cui Dalton rimane intrappolato), Josh (padre di Dalton, interpretato da Patrick Wilson) rimane posseduto da un demone terribile, “la sposa in nero”, che lo tormentava già in tenera età.  Si scopre infatti che l’abilità di viaggiare in questo mondo parallelo è stata tramandata di padre in figlio.

La fine del film è spiazzante: Elise scatta una foto a Josh e l’immagine mostra proprio il volto del demone, che ucciderà la medium.

Da qui, incomincia il secondo capitolo. Insidious 2 – Oltre i confini del male è (parere personale) uno degli horror più belli degli anni 2000, in cui James Wan dà prova di aver raggiunto la maturità registica, la stessa dell’altro suo film campione di incassi: The Conjuring – L’Evocazione. (2013). Qui, le vicende seguono il nostro Josh intrappolato nell’Altrove, aiutato dalla stessa Elise, che cercherà di ricongiungersi con il suo corpo nel mondo reale. Ma il vero colpo di genio della pellicola risiede nel fatto che i tanti episodi che nel primo capitolo sembravano avere poco senso, vengono qui spiegati: durante il viaggio astrale, i personaggi compiono gesti che si ripercuotono nella nostra dimensione e che sono funzionali all’intera comprensione dei due film.

“La sposa in nero”

Anche la figura di Parker Crane (che si rivelerà essere “La sposa in nero”, lo spirito che tormentava Josh) è destinata a diventare iconica nella storia di questo genere come un personaggio che difficilmente verrà dimenticato. Da apprezzare, infine, la scelta di terminare questo dittico con un bel lieto fine. Questo perchè la famiglia Lambert viene presa in simpatia dallo spettatore per un motivo molto semplice: non è la classica famiglia da film horror. Mi spiego meglio, l’inizio dei problemi per i Lambert risale a quando Josh era piccolo, ma questa volta non c’entra nessuna tavola Ouija usata spropositatamente, nessuna casa infestata e nessuno spirito risvegliato dal nulla. La facoltà di viaggiare nell’”Altrove” di Josh e di Dalton è un dono, qualcosa di meraviglioso, ma che li porta accidentalmente ad imbattersi in figure demoniache e malvagie. Di conseguenza, è naturale che lo spettatore provi una certa empatia per questi personaggi, desiderando che le cose si concludano nel migliore dei modi. E James Wan non ci delude affatto.

Ed eccoci al terzo capitolo: Insidious – L’Inizio. Questo capitolo è un prequel, con protagonista assoluta Elise, che aiuta un’adolescente, Quinn Brenner, a mettersi in contatto con la madre defunta. Qui Elise incappa per la prima volta nella figura della sposa in nero, iniziamo a conoscere in parte questo personaggio e abbiamo uno sguardo più ampio sulla saga in sé, tant’è che ci viene mostrato anche l’inizio della collaborazione tra Elise, Specs e Tucker (i due “ghostbusters” che ritroviamo anche negli altri due capitoli). Tuttavia, pur essendo un film gradevole, Insidious 3 non raggiunge il livello degli altri due. La regia di Leigh Whannel (sceneggiatore dei primi due) ricorda in parte quella di Wan, ma il risultato finale è ben diverso. Alcune idee sanno di già visto e, va da sé, non viene retto il confronto con i predecessori.

Quinn Brenner e “l’uomo che non respira”

A ogni modo, quello di Insidious è un vero e proprio microcosmo dell’horror moderno, con personaggi destinati ad entrare nell’immaginario collettivo come figure cult degli ultimi anni. Visto l’enorme successo della saga, le aspettative per questo quarto capitolo sono alte. Sappiamo che sarà un altro prequel, che verrà ulteriormente approfondito il personaggio di Elise Rainier e che dietro alla macchina da presa ci sarà Adam Robitel, un regista giovane già autore di un horror, The Taking of Deborah Logan. La curiosità è tanta, ma sarà all’altezza dei film precedenti? Essendo l’ultimo capitolo della saga, ci auguriamo proprio che sia così.

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The Midnight Man – La recensione ufficiale

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Rovistando nella soffitta della nonna, Alex trova le istruzioni per un misterioso gioco che, se eseguito correttamente, risveglierà “l’uomo di mezzanotte”: un essere malvagio che trasforma i peggiori incubi in realtà. Alex e i suoi amici inizieranno a giocare.

Questa è l’incalzante trama di “Midnight Man” il “nuovo” horror ora nelle sale italiane. Vi recensisco la pellicola (NO SPOILER) dopo avervi inserito la locandina ufficiale ed il trailer:

Locandina italiana

TRAILER UFFICIALE ITALIANO

Ebbene la pellicola inizia abbastanza “strana”. Mi spiego meglio, la linea temporale della pellicola sembra essere un pochino confusa all’inizio del film e si fa fatica a capire quando i fatti sono successi. Le prime immagini seguono un gruppo di bambini giocare al gioco “The Midnight Man”, tutti muoiono tranne una bambina. Veniamo poi proiettati molti anni più avanti quando la bambina sopravvissuta è la nonna di una teenager che si deve prendere cura di lei causa la sua vecchiaia. Lei ed altri due si troveranno dentro al gioco “dell’uomo di mezzanotte”.

Le inquadrature e gli effetti grafici sono ben fatti. Non ci sono molte lacune. La traduzione italiana purtroppo molte volte fa acqua e non si riesce bene a capire il senso dei discorsi dei protagonisti.

Tutto sommato è una bella pellicola. Da vedere!

Voto 7

 

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Madre – Recensione (senza spoiler)

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Jennifer Lawrence e Javier Bardem sono i protagonisti di una storia oscura, un dramma familiare dalle tinte horror che vive di costanti allegorie e simbolismi.

Lui, uno scrittore alla ricerca di una vena artistica smarrita; lei, disposta a tutto pur di vederlo felice, anche a restaurare la sua casa dopo un devastante incendio. La tranquilla vita di campagna di questa coppia sarà presto sconvolta dall’arrivo di due ospiti a dir poco invasivi, interpretati da due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

Madre!, di Darren Aronofsky, non è un film come altri. È un’opera tanto ambiziosa quanto complessa, aperta a molteplici interpretazioni, che si inserisce perfettamente in quel filone del disturbo, dell’ossessione e dell’angoscia da sempre assoluti protagonisti dei suoi film. Madre! è, infatti, la quintessenza dell’angoscia trasposta su grande schermo, un’angoscia dettata da quel sentimento di repulsione e ribrezzo verso un ospite indesiderato. La violazione del proprio spazio sacro è qui motore di un processo irreversibile: lo scatenarsi di un vero e proprio pandemonio. 

Sa, ci passiamo tutto il tempo qui. E voglio che sia un Paradiso.

Paradiso, pandemonio, perdita della propria sacralità, inferno; una vera allegoria di una parabola biblica, che parte dalla creazione del Paradiso (di cui la Donna, intesa come Madre, è custode assoluta) fino allo scatenarsi dell’Inferno. Ma è anche storia pagana, in quanto l’ambiente domestico è da sempre prerogativa della donna. E così lei è Madonna, ma è anche custode del focolare. Lui è Creatore, in senso cristiano, ma anche Cantore, ovvero artista in senso classico. L’ingresso del Male in questo mondo perfetto è graduale (e il suo culmine è rappresentato da un palese riferimento ad un celebre passo biblico), ma vi irrompe con una tale violenza da modificarne l’intera fisionomia. Il legno marcisce, i muri grondano sangue, tutto si fa oscuro. Il frutto di un duro lavoro, un lavoro gentile di donna, viene brutalmente distrutto. E ad uscirne distrutta è la donna stessa.

 

La sapiente regia di Aronofksy lascia solo all’immaginazione quale sia l’ambiente circostante. Soltanto un paio di inquadrature ci mostrano l’ambiente esterno, ma non sappiamo altro se non che siamo in aperta campagna. Un altro, inquietante, dettaglio emerge sin da subito: i due protagonisti, pur avendo due personalità perfettamente delineate, non hanno nome.

L’opera presenta molti piani sequenza (la scena iniziale è un unico piano sequenza che ci mostra l’interno dell’abitazione) e (quasi) nessuna inquadratura a campo lungo. Il focus è sempre sulla protagonista femminile (bravissima a sostenere la vicinanza della macchina da presa) e lo spettatore vive tutto ciò che le capita, entrando con lei in un rapporto di stretta empatia. Ciò serve ad accrescere il costante senso di oppressione che perdura per tutta la durata della pellicola.

Madre! è, in poche parole, la rappresentazione dell’Inferno sulla terra, reso tramite una regia che sfiora la perfezione. È un film che o si ama o si odia, ma che non manca di difetti, come il cambio repentino di ritmo dalla prima alla seconda parte e la scelta, piuttosto spudorata e autocompiacente, di volerlo arricchire di così tanti significati, che potrebbe far storcere il naso ad alcuni. Comunque, una cosa è certa. Aronofsky è tornato a fare ciò che sa fare meglio, ovvero scioccare. Perché Madre!, alla fine, è questo: choc e disturbo allo stato puro.

KAY Copertina
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AMERICAN HORROR STORY CULT- IL MIO POST FINAL SEASON

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NO SPOILER EVIDENTI.

Il mercoledì sera, da qualche mese a questa parte per me è stato solo American Horror Story, la serie tv del secolo per gli amanti dell’horror. Ho aspettato ogni singolo mercoledì l’uscita della puntata coi sottotitoli che veniva trasmessa da Fox America la notte precedente. E stasera mi sono gustata come un bicchiere d’acqua nel deserto il finale di stagione.

Cult, all’inizio è per me è stata come la prima sigaretta adolescenziale; la fumi, ma non ti convince, boccata dopo boccata non ne puoi più fare a meno. Non me ne vogliano male gli anti tabagisti. E’ stata una scoperta avvenuta un passo alla volta, ed è diventata in pochissimo per me, la stagione meglio riuscita di Ryan Murphy.

Non sapevamo cosa aspettarci dalla scelta di un tema cosi controverso come quello delle elezioni americane del 2016. Devo ammettere che Murphy ha trattato l’argomento con eleganza unica. Non c’è satira, come tutti si aspettavano, ma c’è un’escalation verso una verità unica nel suo genere, che ci spiattella davanti agli occhi quello che sono gli Stati Uniti e credo anche il resto del mondo oggi.

Le minoranze vengono tutte nominate e trattate con particolare cura in ogni loro aspetto. Afroamericani, neonazisti, omosessuali, immigrati, fobici, detenuti, tutti utilizzati per descrivere quello che per noi è il real horror story, ovvero la paura del diverso e dell’ingestibilità di esso.

Il personaggio di Ally, interpretato dalla magnifica Sarah Paulson racchiude tutto quello che è l’uomo oggi. Siamo tutti vulnerabili in un modo o nell’altro e tutti possiamo cambiare idea anche su quello che dovrebbe essere imprescindibile. Io mi ripeto sempre che solo gli stolti non cambiano mai opinione.

La crescita del personaggio di Ally potrebbe essere comparata alla crescita della nostra persona, lo scopo finale della nostra vita è già insito in noi agli albori, ma siamo costretti a soffrire, sbagliare, massacrarci per arrivare al fine ultimo.

Il personaggio interpretato da Evan Peters, Kai Anderson, è un pazzo folle, ma anche un magnifico oratore, come quelli che la nostra storia ci ha sempre presentato fino ai giorni nostri. Le verità assolute che ho sentito uscire dalla sua bocca sono ineccepibili, il problema è che sono state utilizzate in maniera sbagliata da lui stesso, gli si sono ritorte contro. Non tutti gli esseri umani sono pronti a ricevere alcuni messaggi. Qui Murphy ha voluto descriverci quello che è l’uomo comune. Spesso in possesso della verità, ma a causa del vociferare, o meglio del beelare del mondo intero, ne fa un cattivo uso.

L’intreccio dei personaggi nel loro complesso è geniale. L’unione delle minoranze inizialmente ci convince che la rivoluzione estrema sia l’unica via per salvare il mondo, che è ormai nel caos più totale. O forse siamo noi a voler vedere il caos anche dove non esiste.

Andando avanti di puntata in puntata, capiamo invece che anche i leader più convinti sono frutto di un meccanismo comune , che l’essere umano è sempre e comunque debole, facilmente influenzabile dalla globalità esterna.

Sono una persona cresciuta a pane e horror, potrei tranquillamente vedere un film dal tema paranormale, la notte di Halloween in un cimitero. Eppure questa stagione di American Horror Story mi ha lasciato sempre col fiato sospeso ed è riuscita a creare dentro di me la vera paura che dovrebbe trasmettere un horrormovie. La paura dell’incognita e del fatto che tutto quello che noi vediamo è reale. Le vere paure sono dentro di noi e si liberano in diversi modi.

La puntata che parla delle sette americane, con veri documentari misti a scene girate sempre col nostro amato Evan Peters che interpreta tutti i vari leader, penso che sia la puntata meglio riuscita di tutti gli American Horror story visti fin ora. Tutto sembra reale, come se le famose “storielle di Kay” prendessero forma e i personaggi fossero realmente di fianco a me sul divano, a raccontare quello che sono stati e quello per cui vogliono essere ricordati, come se avessero ancora bisogno di trovare dei nuovi adepti, per il loro personale esercito di uomini fidati.

Il finale ci stupisce, non c’è un lieto fine per nessuno a mio avviso. Tutti rimangono ancorati a quello che vorrebbero essere e falliscono.

Lena Dunham

Come la povera Valerie Solanas, interpretata da una fantastica Lena Dunham, che per altro ho amato all’interno della stagione, ha fallito in quello che era il suo obiettivo di pulizia maschile, con la famosa SCUM, ma ha lasciato comunque un segno, che le generazioni femministe future hanno smussato, sistemato e reso sicuramente meno folle.

Proprio la scelta di Murphy di inserire un’icona femminista  controversa dei giorni nostri come la Dunham, ci fa comprendere quello che a mio avviso è stato l’obiettivo finale del regista. Un inno al femminismo moderno, che mette in guardia su quello che sta accadendo oggi. Ha giocato sui sentimenti di oppressione delle donne di questo ultimo decennio, che possono però essere molto pericolosi se gestiti in malo modo.

Ally è l’esempio del femminismo sbagliato. E’ il raggiungimento di emancipazione a discapito di tutto quello che ostacola il suo cammino. Credo che Murphy abbia voluto sensibilizzare le persone in egual modo, al di la del sesso, delle razze e di tutto il resto.

Solo con una sensibilizzazione al bene comune potremo vincere, al di la di ogni ideologia e partito politico.

Rimango in trepidante attesa per quella che sarà la nuova stagione e sono curiosa di capire se Murphy è riuscito a creare un filone horror più attento e intelligente, che può andare oltre alla passione per lo splatterismo incondizionato degli horror popolar vincenti.

Jigsaw
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LA RECENSIONE UFFICIALE DI: JIGSAW – NO SPOILER

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Bene ragazzi, finalmente è giunto il momento di scrivervi per la pellicola appena uscita e già amata: Jigsaw, ovvero l’ottavo capitolo del franchise dell’enigmista.

Locandina Jigsaw

La carica è stata alta per tutto questo tempo, personalmente per me che ritengo Saw come uno delle più belle pellicole mai realizzate nel suo genere. Purtroppo però l’attesa e le aspettative sono state un pò “tranciate” da “IT” la pellicola che è uscita qualche settimana fa. Questa sarà una recensione un po diversa dalle solite, non includerò SPOILER quindi per chi ancora la deve vedere, state tranquilli non vi rovinerò il film.

Scena Jigsaw 

La pellicola ha un ritmo abbastanza incalzante anche se a parere mio non si può comparare con la forte vivacità strutturale delle prime tre pellicole di Darren Lynn Bousman. Le scene sono ben strutturate e ben girate ed è comunque facile intuire il percorso di senso del film.

Tutto si apre con la polizia investigativa che cerca risposte in merito ad una nuova serie di omicidi che si stanno susseguendo nella città. Varie persone verranno trovate morte in circostanze del tutto particolari che sembrano ricondurre alla firma dell’enigmista, colui che è già morto da 10 anni.

Jigsaw - Laser

Nel susseguirsi della pellicola vi giurò di non essermi perso nemmeno un pezzo e quando c’è stato il colpo di scena finale, posso confessarvi di non averlo intuito fin da subito, mi sono voluti parecchi aiuti esterni per capire fino in fondo quell’oasi di significato che sembrava sperduto.

Devo dare un giudizio non molto positivo alla traduzione della versione Italiana del film, poichè avendo visto anche quella in Inglese, tutto tornava perfettamente negli schemi e non ebbi quella difficoltà nel capire la pellicola.

Nonostante questa piccolezza negativa, DOVETE andare a vederla perchè vi prometto che quello che ci aspettiamo dal trailer “ovvero il ritorno in qualche maniera dell’enigmista” non è stato usato solo come metodo pubblicitario, ma vi ci assistiamo proprio.

Tutte le promesse vengono mantenute magistralmente e meticolosamente.

Se la vostra paura è quella di incorrere nel classico seguito di un film famoso che usa una frase d’esca per far correre tutti al cinema, fare il botto e poi sparire, posso assicurarvi che non è questo il caso e senza paura dovete andare al cinema.

Mi ripeto ancora una volta e ammetto di essere dispiaciuto dalla copertura che l’ultimo Saw ha subito da IT.

 

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1921 IL MISTERO DI ROOKFORD – RECENSIONE [RITA]

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Credere o non credere, questi sono i due blocchi sui quali si articola la pellicola 1921 Il Mistero di Rookford. La regia è firmata da Nick Murphy, si può dire che questa pellicola lo abbia consacrato al genere horror! Personalmente spero che prima o poi si faccia vivo con qualche altra opera di regia. La trama è un susseguirsi intenso di colpi di scena, che trattengono lo spettatore dinnanzi allo schermo.

Florence è una sorta di detective, sempre alla ricerca di una spiegazione scientifica che possa giustificare un evento paranormale! La sua razionalità però dovrà vacillare dinnanzi a qualcosa di misterioso, e non scientificamente spiegabile. Siamo in un collegio nel cuore di  Rookford, i bambini dicono che ”c’è un fantasma!!” sarà vero?! Parallelamente ci vengono proposti flashback poco nitidi che hanno come protagonista proprio Florence. Quel posto la metterà dinnanzi al suo passato sulle note impetuose di una musica classica anche noi, accanto a lei, scopriremo una difficile quanto inaspettata verità.

Va detto che il cast non è di certo mal-fornito, Imelda Stauton (che qualcuno ricorderà in Harry Potter spiacevolmente) è qui una governante che nasconde un bel segreto, ella è inoltre affiancata da Dominic West, viso non sconosciuto al nostro genere horror.  Il finale lascia un bellissimo punto interrogativo, una sorta si sospensione tra reale ed irreale. Tocca allo spettatore sentenziare! Per me è un validissimo 9.

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MAREBITO: IL VISIONARIO FANTASY-HORROR

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Takashi Shimizu (The Grudge) ci propone questa pellicola giapponese surreale che narra la storia di Masuoka (Shinya Tsukamoto), un operatore video free lance, che da quando riprende il suicidio di un individuo in metropolitana decide di seguire la sua ossessione per il terrore e quindi di indagare sui fatti che hanno spinto l’uomo a compiere l’estremo gesto.

Il protagonista, come si può intendere, già possiede diverse problematiche mentali e saranno man mano aggravate dal suo rifiuto di assumere ancora psicofarmaci. Tutto questo porterà Masuoka a percorrere un viaggio mistico nei tunnel sotterranei della metropolitana in cui regnano strane creature e una bella ragazza che si nutre solo di sangue umano.

L’operatore free lance ha scelto dunque di impazzire? La risposta non è piacevole. Egli è ossessionato dal terrore, lo ricerca con foga eccessiva, ma il problema non è quello. Masuoka, nonostante le apparenze, ha una vita, che durante la pellicola non vuole raccontare e di cui si dimentica volontariamente. Per la sua ricerca, vaga per la città riprendendo a caso l’umanità che lo circonda, ma il terrorizzato è lui. Gli occhi dell’uomo suicida che guarda la telecamera lancia un invito a seguirlo nell’oscurità indicandone la via. La metropolitana è lo scenario perfetto per una storia nera, infatti il pretesto del terrore è solo l’inizio, altro sarà la scoperta dei retroscena che il protagonista ha mascherato distraendo l’attenzione di chi, rapito guarda la bella creatura, quindi un “marebito” (persona rara), che lecca il sangue dal pavimento.

Le creature che abitano i cunicoli sotterranei, vere e presunte, rappresentano il potenziale fantastico che abita in ognuno di noi e la scoperta di queste non è da sottovalutare. In più l’alienazione di chi si nutre di sangue per vivere genera un meccanismo che progressivamente renderà alieno anche chi si prende cura di lei, o forse non è andata così la storia veramente…

La telecamera per la prima volta vi mentirà, generando confusione e donando senza sconti angoscia e paranoia. La follia che regna nella narrazione amplifica la visione e nello stesso momento la rende “poetica”.

Il film, uscito nel 2004, è stato girato interamente in digitale e la fotografia sgranata e l’immagine in movimento lasciano intuire il senso dell’instabilità che, oltre che visiva ci lascia immaginare sia anche mentale.

La recitazione di Tsukamoto ci porta a credere persino ai vampiri, coinvolgendo lo spettatore ad allontanarsi dalla realtà dei fatti, che ad un certo punto non importerà più. Sarà letteralmente trasportato nel viaggio di un uomo che da urbano diviene mistico, così di botto, senza alcun perché a motivare l’accaduto.

Insomma un film decisamente per pochi, che lascia un senso di smarrimento col pallino di capire il motivo di alcune scelte e l’ostinazione nel farle.

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SOMNIA – RECENSIONE

Somnia (Before I Wake) è un film del 2016 diretto da Mike Flanagan (Hush, Ouija, Oculus), regista che non ho mai apprezzato molto ma qui riesce a dare il meglio di sè. e che vede per protagonisti una giovane coppia che dopo aver perso il proprio figlio in un incidente domestico, decidono di adottarne uno. Il nuovo arrivato però si dimostrerà fin da subito molto problematico e inoltre fatti inquietanti inizieranno ad accadere alla giovane coppia. Nel cast troviamo Kate Bosworth, Thomas Jane, Jacob Tremblay e Justin Gordon.

Somnia può essere considerato un “Horror”? Questa è una domanda che mi sono posto molte. Se per horror si intende una forza malefica o sovrannaturale che minaccia gli esseri umani la risposta è sicuramente positiva, ma se per horror intendiamo semplicemente una storia in cui un entità o mostro uccide tutti per puro divertimento o sadismo e basta allora non è un horror, è molto di più.

Somnia

Quante volte avremo sentito una trama del genere? Eppure senza fare troppi spoiler, il film riesce ad arrivare dove molti altri film del genere non si “sognerebbero”mai di arrivare. A parere mio può essere considerato uno dei migliori film horror degli ultimi 10 anni. Un’ultima raccomandazione munitevi di fazzolettini vi serviranno.

Somnia

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