Browsing Category

storie vere

4612B77000000578-5054141-image-m-39_1509969428310
storie vere,

ANATOLIY EZHKOV: IL CANNIBALE

no comment

Non è la prima volta che i paesi dell’EST facciano parlare di loro riguardo avvenimenti scabrosi e osceni, infatti l’episodio in questione è accaduto in Russia recentemente, ed è una vicenda a dir poco agghiacciante. La sfortunata stavolta è una donna di nome Irina Gonchar (41 anni) vittima di uno squilibrato conosciuto sul web, Anatoliy Ezhkov, di 45 Anni.

Come già anticipato la storia ha inizio nel world wide web, quando i due iniziano a chattare su un sito di incontri. Arrivati al punto di conoscersi di persona l’uomo decide di invitarla ad una cena romantica, o così pareva alla malcapitata Irina. Successivamente però l’incontro è risultato un vero e proprio incubo, sul menu infatti c’era proprio la donna, ma quando se ne rende conto è ormai troppo tardi.

E’ stato come sul set di Hannibal Lecter, la vittima è stata aggredita e legata, poi l’affamato Anatoliy inizia a divorarle il volto. Secondo la ricostruzione della polizia russa, l’uomo era sotto l’effetto di alcol e droga, ma comunque non giustifica il motivo che lo ha spinto a cibarsi di carne umana. Anzi, l’effetto di queste sostanze ha tirato fuori in maniera più accentuata quello che l’aggressore desiderava fare. Si tratta quindi di un fatto premeditato.

Il cannibale russo si è avventato sul volto della donna mangiandole completamente tutto il naso, le orecchie e anche le dita. Dopo questo “assaggio”, l’affamato ha anche tentato di strangolarla, senza successo, a causa dell’eccessiva quantità di sangue che rendeva il tutto “scivoloso”.

Per Fortuna le urla di Irina Gonchar hanno attirato l’attenzione dei vicini di casa di Anatoliy. Di fatto, senza perdere tempo, si sono avvicinati all’appartamento dell’uomo chiamando i soccorsi. Le forze dell’ordine, arrivati sulla scena del crimine, hanno subito trasportato la donna in ospedale ed arrestato il malvivente.

Al momento però il cannibale si trova a piede libero, la decisione del giudice, infatti, è stata più tosto azzardata ed ha suscitato l’ira dei familiari della vittima. L’uomo ha pagato la cauzione e grazie ad essa ha ottenuto di nuovo la libertà e sarà libero finché non verrà organizzato un processo

Altri Casi

Come è già stato anticipato non è l’unico caso di cannibalismo avvenuto in Russia. questa volta però i protagonisti sono una coppia che per anni ha divorato decine di persone. I cannibali in questione oltre ad aver ucciso 30 persone, vantavano della fama di mangiare anche carne appartenente a cani e gatti.

JoyceVincentStudioPhoto-1024x633
storie vere,

IL MISTERO DELLA DONNA TROVATA MORTA DOPO 3 ANNI DAVANTI AL TELEVISORE ACCESO

no comment

Joyce Carol Vincent è nata a Hammersmith il 19 ottobre 1965 da genitori immigrati a Londra. Sua madre morì quando Joyce aveva solo undici anni e dalla perdita della mamma in poi la ragazza venne cresciuta dalle quattro sorelle maggiori, dal momento che con il padre non aveva un buon rapporto.

 

Nel 2001 Joyce passò un po’ di tempo in un rifugio per vittime di abusi domestici a Haringey e lavorò come donna delle pulizie in un hotel. Durante questo periodo tagliò improvvisamente i ponti con la sua famiglia. Si vociferava che Joyce si fosse allontanata dalla sua famiglia a causa della vergogna per aver subito violenze domestiche e che non voleva essere trovata dal molestatore. Nel 2003 Joyce si trasferì a in un appartamento di proprietà del Metropolitan Housing Trust che veniva affittato proprio a vittime di abusi. Nel novembre dello stesso anno si sentì male vomitando sangue: fu subito ricoverata per due giorni a causa di un’ulcera peptica.

 

Joyce morì per cause ancora sconosciute intorno al dicembre 2003: le ipotesi della causa della morte caddero prima sull’ulcera poi su un attacco di asma, malattia di cui soffriva la donna. I suoi resti sono stati descritti come “per lo più scheletrici” secondo il patologo: era sul divano, accanto a una borsa della spesa, circondata da regali di Natale che aveva incartato ma mai consegnato.

 

 

I vicini, non vedendola più nei paraggi, credevano che l’appartamento fosse stato occupato da qualcun altro e l’odore del tessuto corporeo decomposto fu attribuito ai cassonetti della spazzatura. Ma è possibile che nessuno l’abbia mai cercata?

 

Dopo 3 anni e 2.400 sterline di affitto non pagate, gli ufficiali giudiziari decisero di presentarsi nella proprietà per darle lo sfratto. Ciò che scoprirono buttando giù la porta fu agghiacciante: il 25 gennaio 2006 venne scoperto cadavere di Joyce davanti alla televisione ancora accesa, costantemente accesa per 3 anni!

 

 

 

I resti di Joyce erano troppo decomposti per condurre un’autopsia completa e doveva essere identificata dai registri dentistici. La polizia ha dichiarato la morte per cause naturali in quanto non c’erano prove che suggerissero altro, non c’era alcun segno di effrazione. Al momento della sua morte aveva un ragazzo, ma la polizia non riuscì a rintracciarlo. Le sue sorelle, al momento del distacco dalla famiglia, avevano assunto un detective privato per cercarla ma ogni tentativo fu ovviamente vano.

 

Cos’è realmente successo a questa bellissima ragazza? Sapeva di soffrire di asma quindi se le fosse davvero venuto un attacco avrebbe avuto subito qualcosa a portata di mano per riuscire a respirare di nuovo. E per quanto riguarda l’ulcera, aveva avuto un altro copioso conato di vomito? Ma non c’era sangue secco intorno a lei. Era amata dalla sua famiglia, dai suoi amici, dai suoi colleghi…Possibile che in quei 3 anni di buio nessuno abbia mai bussato alla sua porta? La sua morte rimane uno dei misteri più criptici di sempre.

Casa-Smurl
storie vere,

L’INFESTAZIONE DI CASA SMURL – ED E LORRAINE WARREN

no comment

Jack e Janet Smurl di West Pittston, Pennsylvania, affermano che un demone avrebbe abitato la loro dimora tra il 1974 e 1989. Nel 1972 l’uragano Agnese colpì gran parte della Pennsylvania nord-orientale. La famiglia Smurl si ritrovò così costretta a lasciare la loro abitazione di Wilkes-Barre. Nel 1973 i genitori di Jack, John e Mary Smurl, acquistarono una casa in West Pittston per 18.000 dollari. La dimora era bifamigliare e per questo John e Mary Smurl vivevano nell’appartamento di destra mentre Jack, Janet e le loro due primogenite, Down e Heather, in quello di sinistra. Gli Smurl rimisero in sesto la casa fatiscente e per i primi 18 mesi la loro vita trascorse piacevole nella nuova abitazione. Ma ben presto alcuni fenomeni sconosciuti iniziarono a turbare la loro vita.

 

Nel gennaio del 1974 una strana macchia comparve sulla moquette, il televisore esplose, dai tubi iniziò a fuoriuscire acqua e sul lavandino, sulla vasca e sul parquet furono rinvenuti profondi graffi. Nel 1975, la figlia maggiore, Down, vide ripetutamente della “gente” vicino alla sua camera da letto.

 

Entro il 1977, gli Smurl si resero conto che la loro casa era infestata: lo sciacquone del water si tirava da solo, si sentivano continuamente passi sulle scale, i cassetti si aprivano e si chiudevano, la radio suonava anche se spenta e con la spina staccata e le sedie scricchiolavano e oscillavano come se qualcuno vi fosse seduto. Con il passare del tempo, la famiglia Smurl cominciò a sentire un orrendo odore di acido per tutta la casa. A volte Jack avvertì la presenza di una mano invisibile che lo accarezzava. Di lì a poco nacquero le gemelle Shannon e Carin.

 

 

Nel 1985 la situazione precipitò dando inizio ad esperienze definite dalla famiglia a dire poco spaventose: la temperatura in casa era sempre bassissima, una volta John e Mary sentirono delle voci oscene provenire dall’appartamento di Jack e Janet nonostante essi non fossero in casa, nel mese di febbraio mentre Janet si trovava nello scantinato sentì qualcuno chiamarla per nome nonostante non vi fosse nessuno in casa. Sempre nel febbraio 1985, mentre si trovava in cucina, a Janet apparve un’ombra umana che attraversò la cucina e scomparve nel muro che dava nell’appartamento dei genitori di Jack comparendo così a Mary dal lato opposto della casa.

 

Da quel momento, l’attività spiritica aumentò sia di frequenza che di intensità: il ventilatore cadde dal soffitto addosso a Shannon e per poco non la uccise; Jack e Janet iniziarono a levitare; una notte Janet venne spinta fuori dal letto senza che Jack potesse fare nulla perché paralizzato a letto; sulle pareti furono rinvenuti graffi terribili; una notte Shannon venne spinta fuori dal letto e fatta cadere giù per le scale. Neppure i vicini sono stati risparmiati; molti di loro hanno sentito le grida ed i rumori strani che provenivano dalla casa anche quando gli Smurl erano assenti.

 

Nel mese di gennaio del 1986, Janet sentì parlare di Ed e Lorraine Warren, ricercatori e demonologi di Monroe, Connecticut, e decise di contattarli. I Warren arrivarono accompagnati da Rosemary Frueh, un’infermiera con poteri psichici. Dopo mesi di indagini ai coniugi Warren fu chiaro che la casa fosse infestata da un demone.

 

 

I Warren tentarono di scacciare le oscure presenze dalla casa usando preghiere ed acqua santa e sembrarono avercela fatta. Poco tempo dopo Jack venne violentato da un demone sotto le sembianze di una donna anziana con un corpo giovane dalla pelle scagliosa. Anche Janet venne violentata sessualmente. Gli Smurl chiesero allora aiuto alla diocesi cattolica di Scranton, senza però ottenere da essa alcun aiuto concreto. I Warren intervennero presentando agli Smurl Padre Robert McKenna, un prete tradizionalista che aveva rifiutato di attenersi ai cambiamenti della chiesa emanati dal Concilio Vaticano Secondo e che aveva fatto più di 50 esorcismi per i Warren. L’esorcismo compiuto dal prete non risultò però efficace, e lo stesso esito lo ebbe un secondo esorcismo compiuto tempo dopo.

 

Secondo quanto riferito dalla famiglia, il demone li avrebbe persino accompagnati nei viaggi di campeggio al fiume Poconos e infastidito Jack sul lavoro. Dopo i ripetuti rifiuti dalla chiesa di aiutarli, gli Smurl si fecero intervistare da Richard Bey in una trasmissione locale per chiedere aiuto. Di lì a breve, sempre a detta degli Smurl, Jack avrebbe visto per casa una creatura enorme assomigliante ad un maiale e Janet sarebbe stata nuovamente aggredita dal demone.

 

Nell’agosto 1986, gli Smurl rilasciarono un’intervista ad un giornale. Quasi immediatamente, la loro casa si trasformò in un’attrazione turistica per la stampa pressante, per i curiosi e gli scettici. Secondo alcuni, compresi alcuni vicini di casa, gli Smurl avevano inventato tutta la storia nella speranza di guadagnarci qualcosa. La medium Mary Alice Rinkman esaminò la casa e confermò le tesi dei Warren circa l’infestazione da parte di quattro spiriti.

 

 

Identificò uno come una donna anziana di nome Abigail ed un altro come un uomo di colore di nome Patrick che aveva assassinato sua moglie ed il suo amante e a causa di ciò fu impiccato dalla folla inferocita. A suo dire non poté però identificare il terzo ma riuscì a capire che il quarto era un potente demone. Sempre nel 1986, un prete della locale diocesi trascorse due notti nella casa degli Smurl e affermò che non era successo nulla di inusuale durante la sua presenza nella dimora.

 

Padre McKenna, anche a causa della pressante richiesta della stampa, compì un terzo esorcismo nella casa e questa volta il rituale sembrò funzionare, dal momento che non vi furono più disturbi per quasi tre mesi. Poco dopo il Natale del 1986 Jack vide nuovamente la forma nera, i colpi ripetuti ripresero ad essere uditi ed ebbero luogo nuove aggressioni ai membri della famiglia. Stanchi e privati ormai di ogni speranza, nel 1987, gli Smurl si trasferirono a Wilkes-Barre.

 

Dopo la partenza della famiglia Smurl, nel 1988, Debra Owens si trasferì nella loro ex casa. In seguito disse ai reporter di non aver mai incontrato nulla di paranormale mentre viveva in quella casa. Sempre nel 1988 la chiesa compì un quarto esorcismo, il quale finalmente sembrò dare pace alla famiglia Smurl.

 

La loro storia è stata riportata nel 1986 nel libro “The Haunted”, dal quale nel 1991 è stato tratto il film “La casa delle anime perdute“. Il terzo capitolo della saga di “The Conjuring“, in uscita nel 2017, sarà ispirato proprio a questo caso.

evidenza
storie vere,

BILL RAMSEY-IL LUPO MANNARO INDEMONIATO

no comment

La letteratura e la cinematografia hanno ben contribuito a renderci vivida l’idea di lupo mannaro. Se tutto ciò che abbiamo visto e letto riguardo questa creatura potesse in qualche modo esistere, ci credereste?! Ecco dunque la storia di Bill Ramsey, altrimenti conosciuto come il lupo mannaro indemoniato. 

Nel 1991 i coniugi Warren si dedicano alla creazione di una sorta di compendio, che contiene la descrizione della storia di Bill Ramsey. Quest’ultimo attirò l’attenzione dei Warren grazie alla sua partecipazione a una puntata di un noto talk-show inglese. Ma prima di allora la vita di Bill non era stata molto semplice. Tutto ebbe inizio quando Bill a soli 9 anni si trovò  in balia di un attacco incontrollabile di rabbia, che lo vide protagonista di una repentina aggressione ai danni del padre e poi successivamente anche di alcuni compagni di giochi. L’occhio vigile dei genitori non fu in grado di limitare i danni di queste fasi violente. Per molti anni Bill convisse con questo problema, che lo affliggeva non poco. Egli divenne falegname, mise su famiglia. Finchè nel 1983 non fu vittima di una crisi di violenza così forte da dover recarsi in ospedale, ivi aggredì una infermiera strappandole quasi un braccio. L’episodio con il medesimo tenore di violenza si svolse anche in un’altra occasione, durante la quale però l’animo fu placato da ben 6 poliziotti. 

L’intervento dei Warren fu caratterizzato dalla collaborazione di più persone, partendo dalla moglie di Bill, per passare all’esperto di paranormale John Zaffis ed infine il vescovo McKenna. L’esorcismo fu portato a termine proprio a Southend-on the sea, località inglese in cui Bill era nato e cresciuto. Non appena si concluse l’esorcismo, Bill dichiarò di sentirsi leggero, sensazione che (forse) non aveva effettivamente mai provato. 

 

 

 

 

Possession-640x479
storie vere,

ARNE JOHNSON-L’ASSASSINO INDEMONIATO

no comment

Devil made me do it”/”Il diavolo me l’ha fatto fare”, questo è il sunto della linea difensiva che fu usata nel processo che vedeva la Corte Superiore del Connecticut contro Arne Cheyenne Johnson, accusato dell’omicidio di Alan Bono, quarantenne suo proprietario di casa. Il processo si concluse il 24 Novembre 1981 con la condanna di Arne, decisione presa dalla giuria dopo tre giorni di attenta ponderazione. Solitamente la pena in casi del genere va dai 10 ai 20 anni di reclusione, Arne scontò solo 5 anni, evidentemente la linea difensiva aveva sortito un qualche effetto! Per comprendere meglio i fatti conviene però fare riferimento al precedente di questa macabra storia.

Nel 1980 la famiglia Glatzen sta attraversando un periodo decisamente particolare, soprattutto a causa delle strane storie di David, il piccolo di casa. Il bimbo infatti asserisce di percepire una oscura presenza, egli stesso la assimila a un demone, che non ha buoni propositi nei suoi confronti e in quelli dalla famiglia. La signora Glatzen si allarma allorquando il figlio le descrive in modo particolareggiato una creatura mostruosa e animalesca provvista di corna e della capacità di parlare altre lingue. A quel punto la famiglia entra in contatto con i coniugi Warren, i quali diranno successivamente di aver sottoposto David a ben 3 esorcismi. Qualcosa però non era andata nel verso giusto! Durante uno degli esorcismi era presente anche Arne Cheyenne Johnson, fidanzato di Debbie Glatzen, sorella di David. Arne, in base alle informazioni, si sarebbe rivolto ai demoni con un invito, quello cioè di possederlo. 

Da quel momento Arne non ebbe pace. Debbie, durante il processo, confesserà infatti che il compagno aveva strani incubi, spesso lo ritrovava tremolante accanto a se mentre digrignava violentemente i denti. Una sera Arne si trovò in compagnia di Alan Bono, le dinamiche che compongono gli ultimi momenti di vita di Alan sono confusi e incerti. L’unico dato sicuro attiene alla morte di Alan, risulta infatti che costui fu accoltellato violentemente 3 volte, finchè non morì agonizzante. Siamo in una piccola e ridente cittadina, estranea a certi atti di pura e immotivata crudeltà, questo incrementò l’attenzione dei media, che si cibò della notizia ricamando su determinati aspetti, che ancora oggi risultano poco chiari. 

A due anni dalla fine del processo venne prodotta una pellicola, intitolata The Demon Murder House. La trama si ispira a questa storia, e vede protagonista un giovanissimo Kevin Bacon, che per l’appunto interpreta il ruolo del giovane Arne. Intorno al 1989 la pellicola giunse in Italia, intitolata Ostaggio per il demonio. Il caso di Arne Cheyenne Johnson, o meglio il caso ”Demon Murder Trial” è ancora oggi coperto da un grosso punto interrogativo. Credere alla possessione o affidarsi alla logica scientifica che suppone un disturbo psichiatrico?!

 

esorcismo
storie vere,

CODY E L’UOMO – ESORCISMO DEI CONIUGI WARREN

no comment

Un vero e famoso caso di possessione demoniaca al quale sembrano essersi dedicati i coniugi Ed e Lorraine Warren, i coniugi conosciuti con l’aggettivo di demonologi.

La storia riguarda la famiglia Foster la quale viveva nel Kentucky. Jan, Dale Foster ed il figlio Cody di sette anni si trasferiscono in una nuova dimora. Qui il giovane inizierà a dire ai genitori di parlare abitualmente con un amico immaginario a cui il bambino attribuisce l’aggettivo di: “L’uomo”.

Questo presunto amico immaginario sembra iniziare ad imporre a Cody imperativi sempre più malevoli. Inizia a chiedere a Cody di essere sempre più scontroso nei confronti dei suoi genitori e cerca così facendo di allontanarlo dalla propria famiglia. Il bambino accusando questi colpi diventa sempre più aggressivo.

Nella casa iniziano poi ad accadere fenomeni abbastanza strani come: rubinetti dell’acqua che si aprono autonomamente, rumori di passi e rumore di porte che si chiudono. La famiglia ben presto consci del fatto che “l’amico di cody” non è un semplice scherzo della sua tenera immaginazione, decide di chiamare i coniugi Warren.

La sera in cui i Warren arrivarono succese subito qualcosa di molto strano. Ed Warren inciampo nel gradino e Cody nonostante si trovasse lontano dai fatti, sapeva dell’accaduto. Anche Lorraine avvertì fin da subito una sensazione di pesantezza, di qualche cosa di malevolo all’interno di quel posto.

Una sera la madre di Cody vide anche il demone, il quale si stagliava sopra di lei mentre essa dormiva.

I coniugi decisero così di chiedere l’aiuto di uno sciamano nativo americano, che attraverso alcune procedure e riti speciali sarebbe stato in grado di scacciare quell’entità maligna. Finalmente Cody fu liberato dalla presenza di quell’essere il quale diceva di essere stato sepolto nel vicino cimitero.

Questo caso è diventato celebre anche grazie alla trasmissione intitolata “The Demon Child” da parte dell’emittente TV Discovery Channel.

TeresaFidalgo
storie vere,

IL FANTASMA DEL SOTTOPASSAGGIO

no comment

Era una notte piovosa del 1923. Una ragazza di nome Lydia e il suo ragazzo stavano tornando a casa a High Point, dopo aver partecipato ad una festa. I due ragazzi si trovavano nel sottopasso della Highway 70, quando la loro auto si scontrò con un’altra vettura che veniva dal senso opposto.

 

Lydia, quella notte indossava un abito da sera bianco. La ragazza, a causa del forte impatto, morì sul colpo. Da quella notte molte persone affermano di aver visto, in quel sottopassaggio, un’autostoppista donna che indossa un abito da sera bianco.

 

Uno degli avvistamenti più incredibili, fu quello che vide come protagonista l’automobilista Burke Hardison.
Una notte mentre guidava, arrivato in corrispondenza del sottopassaggio, vide una donna con un bellissimo abito da sera bianco che chiedeva aiuto, Hardison si fermò subito e la fece salire sull’auto.

 

 

La donna sembrava molto agitata, gli disse che doveva tornare in fretta a casa a High Point, dal momento che sua madre doveva essere molto preoccupata per la sua assenza. Burke si fece dare l’indirizzo, ma quando arrivarono di fronte la casa indicata dalla donna, sul sedile passeggero non c’era più nessuno.

 

Tuttavia, Hardison pensò di bussare ugualmente alla porta. Uscì una donna molto anziana, che dopo aver ascoltato la storia dell’uomo gli disse che sua figlia, Lydia, era morta in un incidente stradale nel sottopassaggio dove lui l’aveva vista. L’anziana, spiegò a Hardison, che prima di lui altre persone avevano bussato alla sua porta, raccontando la stessa storia.

 

Sembrerebbe una leggenda metropolitana, ma i ricercatori hanno scoperto un certificato di morte di una ragazza di 19 anni di High Point di nome Lydia, morta in un incidente stradale il 31 dicembre 1923.

cecil-hotel-los-angeles-xlarge
storie vere,

CECIL HOTEL: UN ALBERGO DA “PAURA”

no comment

Lo Stay on Main è un hotel economico da 600 stanze situato sulla Main Street di Los Angeles, Stati Uniti. Costruito nel 1927, fu rimodernato negli anni ’50 con la funzione di residence. Tuttavia gli amati del mistero lo ricrdano con il nome di “Cecil Hotel“, teatro di numerosi delitti, incidenti mortali, nonché suicidi che si sono susseguiti fino ai giorni nostri.

Uno Dei più recenti risale al 31 Gennaio 2013 in cui la studentessa canadese Elisa Lam scompare misteriosamente durante la sua permanenza al Cecil Hotel. Il 13 febbraio la sorella di Elisa, Sarah, fotografa e make-up artist, tenta, inviando un messaggio in rete, di cercare qualcuno che possa aiutarla a trovare Elisa. Non vi è stata nessuna risposta, ma improvvisamente, si venne a sapere che la telecamera di sorveglianza di un ascensore l’aveva ripresa pochi attimi prima della scomparsa.

Il video viene postato su Youtube e dura ben 4 minuti, mostrando Un Elisa che compie gesti e movimenti inspiegabili. Nelle immagini cerca di spingere tutti i pulsanti dell’ascensore come se stesse cercando di fuggire da qualcosa o qualcuno, ma vedendo che le porte non si chiudono, inizia a delirare comportandosi in modo molto bizzarro. Le porte si chiudono solo quando lei si allontana, come se qualche forza soprannaturale ne condizionasse il funzionamento, e spingono la ragazza a guardarsi intorno, al minuto 1:57 le sue braccia e mani si muovono in modo inumano, successivamente sembra che parli con qualcuno, quindi si allontana e l’ascensore riprende a lavorare.

Il 19 febbraio del 2013, molti inquilini dell’albergo lamentano che l’acqua che sgorga dai rubinetti sia sporca e abbia uno strano sapore. L’impianto idrico dell’edificio è interno (per evitare di creare disagio in caso di interruzione della fornitura idrica urbana, nonché per risparmiare sui costi) ed è collegato a dei grandi serbatoi posti sul tetto, controllati regolarmente da un tecnico della manutenzione. Durante il controllo, all’interno di uno dei serbatoi viene ritrovato il corpo di Elisa Lam, galleggiante e gonfio dalla decomposizione.

Si suppone che dopo le immagini della telecamera di sorveglianza, Elisa, in qualche modo, sia andata sul tetto, salita in cima al serbatoio pieno d’acqua e ci sia caduta dentro annegando.

È stato ipotizzato che la studentessa canadese soffrisse di un disturbo di personalità multipla (bipolarismo), che forse l’ha portata a credere di essere in un altro luogo mentre in realtà si chiudeva nella sua bara liquida. Tuttavia sulla sua morte ci sono un’infinità di dubbi, a cominciare dal modo in cui sia riuscita a salire in una zona inaccessibile dell’albergo protetta dal sistema d’allarme senza farlo scattare. Come abbia fatto poi ad aprire il pesantissimo coperchio del serbatoio e soprattutto a richiuderlo alle sue spalle, non è in alcun modo stato spiegato.

La storia di Elisa Lam è stranamente simile a quella del film horror Dark Water. Dahlia, la protagonista principale del film si muove in un condominio con la sua giovane figlia Cecilia. Entrambi questi nomi non paiono scelti a caso: Black Dahlia è il soprannome di Elizabeth Short, un’inquilina  dell’hotel, vittima di un brutale omicidio rituale avvenuto nel 1947 (il caso è rimasto irrisolto). Il nome della figlia, Cecilia, è invece collegabile a quello dell’hotel.

Secondo la trama, dopo il suo trasferimento, Dahlia si accorge che il soffitto del suo bagno ha delle perdite di acqua scura e putrida. Scopre, infine, che una giovane ragazza di nome Natasha Rimsky è annegata nel serbatoio dell’acqua situato sul tetto dell’edificio, causando il marcire dell’acqua. Il proprietario del palazzo nonostante la conoscenza dei fatti ha rifiutato di agire. Nel finale del film si verificano continui malfunzionamenti degli ascensori nel palazzo e comparse spettrali.

Qualcuno qui può pensare che la pellicola sia stata girata prendendo spunto dalla vicenda in questione. Peccato che il film sia del 2005 (8 anni prima della morte di Elisa Lam), mentre l’originale giapponese è addirittura del 2002.

Un’ulteriore coincidenza si è verificata dopo la scoperta del cadavere di Elisa. Proprio nei pressi dell’hotel, nel quartiere di Skid Row, c’è stata una micidiale epidemia di Tubercolosi ed indovinate il nome del kit usato in queste occasioni… LAM-ELISA!!

Nel 2014 il macabro albergo viene ribattezzato col nome “Stay on Main” e torna a far parlare di se, per la foto di un presunto fantasma affacciato ad una finestra della struttura intento a guardare i passanti.

 

lvdahlia16n-3-web
storie vere,

LA DALIA NERA

no comment

Quella che vi raccontiamo oggi, è la storia di uno degli omicidi piu’ violenti e misteriosi che tutt’oggi rimane irrisolto.

L’omicidio di Elizabeth Ann Short, meglio nota come La Dalia Nera.

Elizabeth Short nacque nel 1924 a Hyde Park, un quartiere della città di Boston. Si trasferì in tenera età a Medford (Massachussetts) con la madre Phoebe Mae e alle quattro sorelle, dopo che suo padre Cleo nell’ottobre del 1930 abbandonò la famiglia per trasferirsi a Vallejo (California)

La giovane Elizabeth, Betty per gli amici (anche se preferiva essere chiamata Beth) soffriva di asma, passava l’estate con la famiglia a Medford e l’inverno in Florida per curarsi. Abbandonò presto gli studi per andare a lavorare come cameriera. A 19 anni, decise di lasciare la madre e andare a vivere con il padre in California, con cui andò a Los Angeles. Dopo poca permanenza, cominciarono i litigi e lasciò la casa per trasferirsi a Campo Cooke, dove trovò lavoro in un ufficio postale.

Andò poi a vivere a Santa Barbara, dove il 23 Settembre 1943 fu arrestata per ebbrezza; per la legge californiana era ancora minorenne e fu quindi riaccompagnata dalle autorità dalla madre, a Medford.

Dopo aver lavorato per un periodo alla mensa dell’Università di Harvard, si trasferì in Florida. Quì incontrò il maggiore dell’Aeronautica statunitense Matthew M. Gordon Jr., all’epoca in procinto di essere trasferito al fronte, sul teatro di operazioni del Sud Est Asiatico.

Mentre era ricoverato in un ospedale militare in India Gordon scrisse ad Elizabeth chiedendole di sposarlo. La giovane accettò, ma Gordon morì il 10 agosto 1945 in un incidente aereo. Betty lasciò la Florida e tornò in California nel luglio 1946 per incontrare nuovamente Gordon Fickling, una sua vecchia fiamma, luogotenente di stanza a Long Beach. Durante la sua permanenza a Long Beach fu soprannominata Dalia Nera a causa della sua passione per il film “La Dalia Azzurra” e l’abitudine a vestirsi sempre di nero.

Nell’agosto del 1946 Beth arrivò ad Hollywood con la speranza d’entrare nel mondo dello spettacolo, ma riuscì solo ad avere ruoli in film pornografici, all’epoca illegali negli USA. L’ultima volta che fu vista viva fu la sera del 9 gennaio 1947 nel salone del Biltmore Hotel di Los Angeles, probabilmente in compagnia di un uomo. Da lì a poco, accadde qualcosa di terrificante e inspiegabile.

Il 15 gennaio Leimert Park divenne il teatro di uno spettacolo raccapricciante, il corpo di Elizabeth Short fu trovato in un terreno abbandonato e non edificato sul lato ovest del South Norton Avenue. Il corpo fu scoperto intorno alle 10 del mattino dalla signora Betty Bersinger, a passeggio con la figlia di tre anni. Inizialmente la signora Bersinger pensò che si trattasse di un manichino abbandonato, ma una volta capito che era un cadavere la Bersinger corse alla casa piu’ vicina e telefonò alla polizia.

Il corpo di Elizabeth era completamente nudo e squarciato in due parti all’altezza della vita, mutilato e con vistosi segni di tortura; aveva i capelli tinti di rosso e le era stato lavato via accuratamente il sangue dal corpo. Il volto era mutilato da un profondo taglio da un orecchio all’altro, creando l’effetto chiamato “Glasgow Smile”. Qui di seguito le immagini dell’efferato omicidio, sconsigliamo la vista ai piu’ sensibili.

 

 

Che cos’era successo? Chi mai poteva essere stato a scagliare su una ragazza così giovane una furia omicida così violenta e calcolatrice? Per quale motivo ripulire il sangue? Tantissime furono le indagini dietro a questo delitto, ma tutt’ora rimane irrisolto.

Chi ha compiuto questo gesto è rimasto impunito e nascosto nell’abisso della psiche umana che di fronte a casi come questi si presenta come un profondissimo vulcano attivo, inquietante e pronto ad esplodere.

9bfab34b4f617c2167d5541b7f2a7e36
storie vere,

ROANOKE: IL MISTERO DELLA COLONIA SCOMPARSA

no comment

Chi segue la serie tv “American Horror Story” saprà sicuramente riconoscere la parola Roanoke. Ma sapevate che Murphy si è sempre ispirato a fatti realmente accaduti? Ovviamente la sesta stagione non poteva essere da meno.

 

Ecco la vera storia della colonia di Roanoke che l’ha affascinato a tal punto da costruirci uno show televisivo: La regina Elisabetta I d’Inghilterra aveva affidato a Sir Walter Raleigh la fondazione di un insediamento nella Virginia. L’impresa, come vedremo, si rivelerà più faticosa del previsto per via della presenza degli indigeni locali che non andavano molto d’accordo con i nuovi invasori europei. Nel 1584 Raleigh incaricò i due esploratori Amadas e Barlowe di cercare il luogo adatto alla colonia a largo della costa a est del North Carolina. I due approdarono sull’isola di Roanoke che era abitata dai nativi Secotani e Croatani. A primo impatto le popolazioni sembrarono abbastanza ospitali, tanto che Barlowe strinse amicizia con due rappresentanti croatani di nome Manteo e Wanchese. I due indigeni assimilarono positivamente usi e costumi inglesi e Raleigh li invitò in Inghilterra, ospiti in una delle sue abitazioni. È uno dei primissimi casi, storicamente attestati, di integrazione razziale. Grazie anche a questi agganci Raleigh pensò bene di fondare la prima colonia a Roanoke e organizzò la prima spedizione di coloni capitanata da Richard Grenville e Ralph Lane.

La permanenza nell’isola non fu però felice, le condizioni climatiche erano avverse e fin da subito ci furono gravi attriti con i nativi locali: Lane fece uccidere il capo tribù Winginia, colpevole di furto, dando così avvio a un periodo di lotte interne che stremò i coloni, i quali furono costretti ad abbandonare l’isola. Su una nave capitanata da Francis Drake fecero tutti ritorno in Inghilterra, ad eccezione di quindici elementi che rimasero li a preservare l’insediamento.Nel 1587 Raleigh organizzò una seconda spedizione formata da più di 100 uomini e capitanata da John White, eletto governatore della colonia. Quando arrivarono sull’isola White e i suoi uomini non trovarono traccia dei quindici coloni precedenti, ad eccezione di uno scheletro di uno di loro, elemento inquietante ma significativo che lasciò pochi dubbi sulla fine dei coloni, massacrati dalla vendetta dei nativi. Stranamente gli ordini che vennero dati furono di persistere sulla stessa strada impiantando questa seconda colonia a Roanoke.

La nuova colonia si stabili sull‘isola di Roanoke. Il governatore White tuttavia dovette abbandonarla e tornare in Inghilterra per procurarsi i beni di prima necessità, lasciando nella colonia lontana la propria figlia con in cuore la speranza di riabbracciarla presto. I suoi piani di farvi rientro in breve tempo furono drasticamente delusi: a causa della guerra (allora non correva buon sangue fra inglesi e spagnoli) che teneva impegnata in mare l’intera flotta inglese, White riuscirà a riorganizzare il viaggio e recarsi ancora sull’isola solamente tre anni dopo. Ma ad attenderlo troverà una brutta sorpresa: la colonia era deserta; dei 116 uomini, inclusi donne e bambini, non rimaneva nessuna traccia. Nelle strade e nelle abitazioni non vi erano segni di lotte. Le case erano state abbandonate frettolosamente e lasciate in disordine, come se i coloni fossero stati costretti a fuggire improvvisamente e senza preavviso.

White e i suoi uomini non trovarono indizi, ad eccezione di una particolare incisione su un albero: “Croatoan”, che secondo altre fonti sarebbe stata solamente “Cro”. Poteva questo essere un segnale di un trasferimento massiccio alla vicina isola di Croatoan? White non riuscì a raggiungere l’isola in tempi brevi per via del mal tempo, ma una spedizione fu organizzata successivamente: Croatoan era popolata solamente dai nativi. Sulla sorte della colonia ci si interroga ancora oggi. L’ipotesi più accreditata, nel marasma di possibilità congetturate, sembra quella dell’assimilazione dei coloni alle tribù locali. Ma allora, perché fra gli indigeni di Roanoke nessuno ha mai visto un inglese? E perché non avrebbero lasciato comunicazioni più esplicite invece di limitarsi ad una scritta su un albero? Tanto per complicare le cose, la scritta potrebbe non essere stata realizzata dai coloni: White si era caldamente raccomandato di apporre il simbolo della croce di malta alla fine di ogni incisione o messaggio, ma essa non è presente nella corteccia dell’albero esaminato.

Altre teorie riguardano un terribile tornado che avrebbe spazzato tutto e tutti. Ma allora perché le case non hanno subito gravi danni? E in secondo luogo, dove sarebbero i corpi? Proprio per la mancanza di corpi, alcuni hanno ipotizzato che gli indigeni fossero dei cannibali e che avessero fatto sparire ogni brandello di carne dai corpi delle loro vittime. Ma le ossa? Se i nativi hanno davvero ucciso tutti i coloni, come mai non sono stati rinvenuti scheletri come invece è accaduto nel primo caso? Si è arrivati a pensare che la colonia di Roanoke sarebbe stata smantellata da una popolazione di origine demoniaca!

Ancora oggi archeologi e studiosi tentano di far luce su questo mistero. Sovente nuove piste si intravedono nel labirinto dell’isola. In tempi passati sembra che fra gli indigeni di Roanoke alcuni avessero tratti somatici inglesi.
Per un periodo circolò anche la voce del ritrovamento di alcune pietre dove qualcuno dei coloni avrebbe raffigurato le morti in rapida successione dei propri compagni. La voce fu però smentita perché di tali pietre gli studiosi non hanno avuto testimonianza diretta e tangibile. E intanto, col passare del tempo, le speranze di rinvenire elementi probanti alla soluzione del mistero si riducono drasticamente, poiché tutti gli indizi disseminati nel terreno dell’isola o racchiusi nel dna dei nativi sono ormai contaminati dalla vita e dalle azioni delle generazioni moderne. Il mistero della colonia scomparsa, è quindi destinato a rimanere senza risposta?

Fonte: Fantasmi Italia

 

Albert Fish
storie vere,

ALBERT FISH, IL VAMPIRO DI BROOKLYN

no comment

Rapimenti, violenze sessuali, torture, omicidi, mutilazioni e infine il cannibalismo. Queste sono le azioni svolte nell’arco di una vita da Albert Fish, soprannominato il Vampiro di Brooklyn.

È il 19 maggio 1870 e ci troviamo a Washington D.C. 

Albert, Hamilton Howard Fish, proviene da una famiglia altamente disagiata. La madre totalmente allucinata, il fratello e lo zio sono affetti da psicosi religiosa, la sorella è mentalmente disturbata e dopo la morte del padre, Albert, viene dato in affido ad un orfanotrofio dove non verrà mai adottato.

Ancora prima di compiere 10 anni comincia a manifestare particolari ossessioni, quali il  masochismo e il sadismo nei confronti di altre persone.

All’età di 28 anni, dopo essere uscito dall’orfanotrofio ed aver svolto alcuni umili lavori per mantenersi, sposa una 19enne da cui nasceranno 6 figli. Il rapporto che Albert intrattiene con essi è di natura morbosa e perversa, tant’è che non mancheranno giochi di carattere erotico e nemmeno ammiccamenti incestuosi. Anche dopo essere stato arrestato e condannato, all’età di 65 anni, continuerà a scrivere lettere alla figlia. Dopo 20 anni di matrimonio, la moglie lo lascia per un ragazzo più giovane. È proprio da qui che comincia la “carriera” da assassino seriale di Albert Fish.

È il 1927, due anni prima della Grande Depressione, e ci troviamo a New York, dove Albert si è trasferito. New York è una città in continua espansione, dopotutto sono gli anni ruggenti, il Jazz spopola fra le strade ed è in atto un boom economico. Due bambini stanno giocando sulla veranda di un appartamento di Brooklyn, quando uno dei due, Billy Gafney, scompare.

Un anno dopo, sul New York World spunta un’inserzione, da cui Albert viene subito colpito. Si tratta di un 18enne, Edward Budd, che cerca impiego nella città. Così, sotto falso nome Albert si presenta a casa della famiglia Budd, intenzionato ad uccidere il giovane Edward. Tuttavia i suoi piani cambieranno quando noterà la piccola Grace, sorella di Edward, di appena 10 anni. La sua mentalità deviata lo porta sin da subito ad avere morbose fantasie sulla bambina. Convince così i genitori di Grace a lasciarla andare ad una festa di compleanno (chiaramente falsa). È il 3 giugno del 1928 e Grace non farà mai ritorno a casa. Verrà spogliata, soffocata, fatta a pezzi e in seguito cucinata e mangiata. Questi dettagli saranno rivelati proprio da Albert in una lettera che spedirà 7 anni dopo alla famiglia Budd, e sarà proprio questa lettera, di seguito riportata, ad incastrarlo.

«Cara Signora Budd. Nel 1894 un mio amico, John Davis, s’imbarcò come marinaio sulla Steamer Tacoma. La nave salpò da San Francisco per Hong Kong. Non appena arrivammo lui ed altri due scesero dalla nave e andarono a bere. Quando ritornarono la nave era già partita. A quell’epoca c’era la carestia in Cina. La carne, di ogni tipo, andava da 1 a 3 dollari a libbra. La sofferenza era talmente grande tra i poveri che tutti i bambini sotto i dodici anni venivano venduti come cibo allo scopo di evitare di far morire gli altri di fame. Un ragazzo o una ragazza sotto i quattordici anni non era più al sicuro. Potevate andare in qualsiasi negozio e chiedere una bistecca, delle braciole o della carne stufata. Parti del corpo di un ragazzo o di una ragazza sarebbero state prese fuori dalla cella e il pezzo che volevate vi sarebbe stato servito. Il posteriore di un ragazzo o di una ragazza, che è la parte più dolce del corpo, era venduta come coscia di agnello e data via al prezzo più alto. John rimase lì così a lungo che prese ad apprezzare il gusto della carne umana. Al suo ritorno a N.Y. rapì due bambini, uno di 7 e l’altro di 11 anni. Li portò a casa sua, li spogliò e li legò nudi in un ripostiglio. Poi bruciò ogni cosa avessero addosso. Molte volte, giorno e notte, li sculacciava e li torturava per rendere la loro carne buona e tenera. Per primo uccise il ragazzo di undici anni, perché aveva il sedere più grasso e ovviamente era più carnoso. Mangiò ogni parte del suo corpo eccetto la testa, le ossa e le budella. Lo arrostì nel forno, lo bollì, lo grigliò, lo fece fritto e stufato. Il ragazzino più piccolo fu il prossimo, andò allo stesso modo. All’epoca, vivevo al 409 E 100 St., lato destro. Lui mi disse così spesso quanto era buona la carne umana che decisi di provarla. La domenica del 3 giugno 1928 vi chiamai al 406 W 15 St. Vi portai del formaggio fresco e delle fragole. Pranzammo. Grace si sedette sul mio grembo e mi baciò. Decisi che l’avrei mangiata. Con la scusa di portarla ad una festa, diceste che sarebbe potuta venire. La portai in una casa vuota a Westchester, che avevo già scelto. Quando arrivammo lì, le dissi di rimanere fuori. Si mise a raccogliere fiori di campo. Andai al piano di sopra e mi strappai tutti i vestiti di dosso. Sapevo che se non l’avessi fatto si sarebbero macchiati del suo sangue. Quando tutto fu pronto andai alla finestra e la chiamai. Allora mi nascosi in un ripostiglio fino a che non fu nella stanza. Quando mi vide tutto nudo cominciò a piangere e provò a correre giù per le scale. L’afferrai e lei disse che l’avrebbe detto alla sua mamma. Per prima cosa la spogliai. Lei scalciava, mordeva e graffiava. La soffocai fino ad ucciderla, poi la tagliai in piccoli pezzi così avrei potuto portare la sua carne a casa. La cucinai e la mangiai. Come era dolce e tenero il suo piccolo sedere arrostito nel forno. Mi ci vollero nove giorni per mangiarne l’intero corpo. Non l’ho violentata anche se avrei potuto se lo avessi voluto. Morì vergine.»

Questo è sicuramente l’omicidio più famoso del Vampiro di Brooklyn, ma non il primo. Pare che già nel 1910 uccise un uomo in seguito ad un’aggressione letale.

La lettera scritta alla signora Budd segnerà la cattura di Albert, in seguito ad un emblema riportato sulla busta, che permetterà agli investigatori di risalire al luogo dell’omicidio ed all’intestatario dell’abitazione. Albert verrà imprigionato, in seguito alla sua confessione, nel 1935 nel carcere di Sing Sing. Nonostante la sentenza riconosca la follia del killer, e lui si appelli all’infermità mentale, essa verrà negata e l’uomo verrà condannato a morte. A tale sentenza Albert risponderà cosi: «Che gioia sarà morire sulla sedia elettrica. Sarà l’ultimo brivido. Il solo che non ho ancora provato. Ma non è un buon verdetto. Sapete, io non sono veramente sano di mente. E i miei poveri bambini, cosa faranno senza di me, chi sarà a guidarli

A fargli visita in carcere saranno poi i genitori del bambino scomparso, Billy Gafney, e Albert confesserà l’omicidio con dei macabri e mostruosi dettagli:

«Lo accompagnai alle fosse di Riker Avenue. C’è una casa solitaria, non lontano da dove l’ho portato. Portai il bambino lì. Lo spogliai e gli legai mani e piedi e lo imbavagliai con un pezzo di straccio sporco che avevo raccolto dalla fossa. Poi bruciai i suoi vestiti. Gettai le sue scarpe nella fossa. Infine tornai indietro e presi il tram della 59 Street alle 02:00 e da lì camminai fino a casa. Il giorno dopo verso le due del pomeriggio, presi gli strumenti, un gatto a nove code. Fatto in casa. Manico corto. Tagliai una delle mie cinture a metà, incisi queste metà in sei strisce lunghe circa otto pollici. Frustai il suo posteriore nudo fino a che il sangue non scorse sulle sue gambe. Tagliai le sue orecchie, il naso, incisi la sua bocca da orecchio a orecchio. Gli cavai gli occhi. Allora morì. Ficcai il coltello nel suo ventre e tenni la mia bocca vicino al suo corpo e bevvi il suo sangue. Scelsi quattro vecchi sacchi di patate e riunii una pila di pietre. Poi lo feci a pezzi. Avevo una valigetta con me. Misi il suo naso, le sue orecchie e alcune fette del suo ventre nella valigetta. Poi lo tagliai a metà nel mezzo del suo corpo. Appena sotto l’ombelico. Poi le sue gambe, circa due pollici sotto il suo sedere. Misi questo nella mia valigetta con un sacco di carta. Tagliai la testa, i piedi, le braccia, le mani e le gambe sotto le ginocchia. Misi questo nei sacchi appesantiti con le pietre, legai le estremità e li gettai negli stagni di acqua melmosa che voi vedrete lungo tutta la strada che porta a North Beach. L’acqua è profonda da 3 a 4 piedi. Affondarono tutti in una volta. Tornai a casa con la mia carne. Mangiai la parte del suo corpo che mi piaceva di più. Le sue parti intime e un bel piccolo posteriore grasso da arrostire nel forno e mangiare. Feci uno stufato con le sue orecchie, il naso, pezzi della faccia e della pancia. Misi cipolle, carote, rape, sedano, sale e pepe. Era buono. Poi aprii la carne del sedere, tagliai il suo pene e i testicoli e per prima cosa li lavai. Misi strisce di bacon su ogni chiappa del suo sedere e le misi nel forno. Poi presi quattro cipolle e quando la carne era cotta, versai circa una pinta di acqua su di essa per il sugo e misi le cipolle. Ad intervalli frequenti ungevo il suo sedere con un cucchiaio di legno. Così la carne sarebbe stata bella e succosa. In circa due ore, era bella e scura, cucinata da parte a parte. Non ho mai mangiato un arrosto di tacchino buono la metà di quel suo dolce grasso piccolo sedere. Mangiai ogni bocconcino della carne in circa quattro giorni. Il suo pene era dolce come una nocciola, ma i suoi testicoli non sono riuscito a masticarli. Li buttai nel gabinetto»

Condannato a morte, morirà il 16 gennaio 1936 in seguito a due scariche elettriche.

Profilo Psicologico

Andiamo ora ad analizzare la psicologia della mente disturbata di Albert Fish. Il killer soffre, già negli anni ’20, di una grave psicosi. Sostiene infatti di essere Gesù Cristo e di ispirarsi alla vicenda di Abramo e Isacco invocando il sacrificio di bambini. Oltre ad essere sadico è anche masochista. Sostiene di aver costretto i figli a fargli del male, ed inoltre era sua abitudine infilare aghi di diversa lunghezza nelle zone attorno all’inguine e all’ano. Famose sono le lastre che mostrano ben 29 aghi infissi in corpo. Molte perizie psichiatriche mirano ad identificare i disturbi mentali del soggetto. Ne sono state riconosciute almeno diciotto, tra cui: sadismo, masochismo, pedofilia, coprofagia (ingestione di escrementi umani), flagellazione attiva e passiva, voyeurismo (provare piacere nello spiare persone nude o in atto sessuale), castrazione e autocastrazione, cannibalismo, feticismo. In nessun killer seriale sono mai state diagnosticate così tante parafilie. Sul suo profilo d’assassino possiamo dire che Albert era sicuramente organizzato, sociopatico, edonista e psicopatico. È stato in grado, grazie al suo charm, di guadagnarsi la fiducia della famiglia Budd nel portare via la piccola Grace. Questo è segno di una grande capacità di manipolazione e di fiducia in sé stessi. Se Fish non fosse stato sicuro delle sue abilità manipolatrici, avrebbe sicuramente scelto di rapire la bambina, senza ricorrere all’inganno con le parole. Tuttavia, anche il suo aspetto fisico ha aiutato nella riuscita delle sue imprese. Era un uomo anziano, con un aspetto molto esile e debole, sicuramente non un tizio di cui sospettare. Il fattore masochismo spiega invece il suo dolore interiore. Le persone che praticano autolesionismo tendono ad infliggersi danni corporali al solo intento di concentrare il dolore all’esterno, per deviare quello che sentono dentro sé stessi. Fish utilizzava un estremo autolesionismo, conficcandosi aghi in zone molto delicate, e cominciò a farlo in seguito all’abbandono da parte della prima moglie: ciò conferma che il dolore che provava internamente era aumentato a dismisura e che necessitava di una metodologia efficace per scacciarlo.

Che Albert Fish fosse un uomo estremamente disturbato, nessuno lo ha mai messo in dubbio. Bisogna tuttavia sottolineare la sua burrascosa infanzia, costituita dall’abbandono in tenera età da parte del padre, un albero genealogico ricco di psicosi mentali, le violenze fisiche subite in orfanotrofio, che hanno portato il bambino ad accettare l’idea del dolore e della sofferenza come unico principio. Inoltre, in età adulta si sposa ben quattro volte. Questo sottolinea la sua incapacità di mantenere un rapporto stabile e duraturo nel tempo.

Albert sosterrà di aver violentato più di 400 bambini, quasi tutti di razza afro-americana, e di averne uccisi più di 100, nonostante tutto verrà incriminato solo per l’omicidio di cinque bambini.

Cavada Sara

Emily-la-bambina-cannibale
storie vere,

LA STORIA DI EMILY: LA BAMBINA CANNIBALE CHE MANGIÒ LA MADRE

no comment

Fino al secolo scorso molti paesini non trovavano collocazione nelle mappe geografiche, se si trattava di centri abitati da poche persone. Yellspilld era uno di questi: ebbe l’onore di vedersi citato nella prima cartina geografica solo nel 1970. Eppure a inizio secolo Yellspilld fu teatro di uno degli episodi di cronaca inglese più macabri mai accaduti. Gli avvenimenti che stiamo per raccontarvi sono caduti nell’oblio per oltre un secolo, anche a causa della scomparsa del villaggio. E’ ora di riportarli alla luce.

Nel 1909 gli abitanti di Yellspilld erano appena 90. D’altra parte il clima era decisamente inospitale, e le attività più remunerative, nonchè le uniche possibili, consistevano nella pastorizia e nella cura di quelle poche culture possibili in quel luogo inospitale. La maggior parte delle case si trovava a valle di un’altura, sulla sommità della quale erano state edificate solo poche abitazioni, destinate ad essere abitate solamente in estate, perchè inaccessibili d’inverno.

Nel novembre del 1909 una donna e la sua bambina scompaiono dal villaggio. Quando la loro assenza viene notata dagli altri abitanti (inspiegabilmente tardi), subito cominciano le ricerche. Ma di madre e figlia nessuna traccia. Viene così organizzata una spedizione sulle alture, per verificare se non fossero rimaste bloccate sull’altopiano a causa del maltempo. Ma la spedizione ebbe esito fallimentare, con risvolto tragico: tre volontari infatti morirono durante le ricerche.

Si decise così di riprovare una volta passato l’inverno, dando per scontata la morte tragica della donna con la bambina. E così nel Marzo dell’anno seguente 17 abitanti di Yellspilld si diressero verso le alture, per recuperare i due cadaveri e consegnarli al cimitero del paese. Non si aspettavano di trovare altro che corpi in decomposizione, magari mantenuti in buono stato da temperature rigide, ma la scena davanti alla quale si ritrovarono i 17 volontari, nessuno avrebbe potuto immaginarla.

Madre e figlia erano effettivamente in uno di quei rifugi, ma una era morta, l’altra viva. La sopravvissuta era la bambina. Della madre restavano solo le ossa, in ordine sparso, disseminate per tutta la casa. Alcune di queste ossa presentavano ancora lembi di carne, ed evidenti apparivano le tracce dei morsi della bambina. Avete capito bene: la bambina s’era nutrita di sua madre, probabilmente deceduta a causa del freddo. Ma non è finita qui.

Difficilmente una bambina così piccola avrebbe potuto sopravvivere così a lungo in quel clima, una volta morta la madre, che sicuramente si era privata dei suoi abiti per proteggere dal gelo il fragile corpicino di sua figlia. Ed infatti furono rinvenuti nella casa almeno 10 quintali di legna tagliata non da molto, delle orme di scarponi maschili nel retro, e segni sparsi di una presenza in grado di curare (per quanto poco) la manutenzione della casa, e la salute della bimba. Di questa terza persona non fu mai trovata traccia al di fuori della casa e anche Emily sparì nel nulla qualche tempo dopo, lasciando negli abitanti di Yellspilld una sensazione di timore e di macabro.

Fonte: Quel che non sapevi