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Il massacro nel McDonald’s di San Ysidro

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“Vado a caccia di umani”…

James Oliver Huberty nasce nel 1942 a Canton, in Ohio. A 3 anni contrasse la poliomielite che gli provocò un danno permanente alle gambe.

Dopo il divorzio dei genitori si iscrisse a sociologia, ma poco dopo cambiò e studiò scienze mortuarie in Pennsylvania. Ottenne la licenza come imbalsamatore e lavorò per un’agenzia funebre a Canton.

Nel 1965 si sposò ed ebbe due figlie.

Convinto che l’invasione dell’Unione Sovietica fosse vicina e che i banchieri stessero mandando volutamente in rovina il paese, decise di riempire la sua casa di cibo non deperibile, sei fucili, uzi e pistole 9mm.

Nel 1983 si trasferì a San Ysidro, portandosi dietro tutto l’armamentario, dove James trovò lavoro come guardia di sicurezza.

Quello che segue è il resoconto della settimana di James prima del massacro:

– Il 10 luglio venne licenziato.

– Il 15 luglio 1984, tre giorni prima di compiere il massacro, Huberty disse alla moglie, Etna, che sospettava di avere un disturbo mentale..

– Il 17 luglio, chiamò una clinica di salute mentale, richiedendo un appuntamento. Dopo aver lasciato i suoi contatti alla receptionist, gli assicurarono che sarebbe stato richiamato entro poche ore.

James non fu mai richiamato. All’insaputa di Huberty, la receptionist aveva sbagliato a scrivere il suo cognome scrivendo “Shouberty”. I suoi modi gentili non trasmisero un senso di urgenza all’operatrice; la sua chiamata fu quindi inserita nei casi non gravi, da essere richiamati entro 48 ore.

– Il 18 luglio, Huberty portò la moglie e i figli allo zoo di San Diego. Durante la camminata, disse alla moglie che la sua vita era ormai finita. Riferendosi alla mancata chiamata da parte del centro di salute mentale, disse, “Bene, la società ha avuto la sua chance”.

Dopo aver pranzato a un McDonald’s nel quartiere di San Diego Clairemont, gli Huberty fecero ritorno a casa. Poco dopo, andò in camera da letto dove la moglie si stava rilassando sdraiata sul letto; andò verso di lei e le disse “voglio darti il bacio dell’addio”. Etna gli chiese dove stesse andando, e lui rispose “vado a caccia di umani”.

All’incirca alle 4 del pomeriggio del 18 luglio James Huberty guidò la sua berlina Mercury Marquis nel parcheggio di un ristorante di un McDonald’s su San Ysidro Boulevard. Con lui aveva una pistola Browning HP 9mm semi-automatica, una carabina IMI Uzi 9 mm, un fucile a canna liscia Winchester, e una borsa di tessuto riempita con centinaia di munizioni per ogni arma. Nel ristorante erano presenti 45 clienti.

Dopo essere entrato nel ristorante qualche minuto dopo, Huberty prima puntò il fucile a un impiegato di 16 anni di nome John Arnold. Il vicedirettore, Guillermo Flores, gridò, “Hey, John, quel ragazzo sta per spararti”. Secondo Arnold, quando Huberty premette il grilletto, “non successe nulla”. Mentre Huberty ispezionava l’arma, il direttore del ristorante, la ventiduenne Neva Caine, camminò verso Arnold, mentre Arnold – credendo che il tutto fosse uno scherzo – iniziò ad allontanarsi dall’uomo armato. Huberty sparò verso il soffitto prima di puntare l’Uzi verso la Caine, sparandole una volta sotto l’occhio sinistro. Morì qualche minuto dopo.

Subito dopo aver sparato alla Caine, Huberty sparò con il fucile verso John Arnold, ferendo il giovane al petto, e gridando “tutti a terra”.Huberty si riferì a tutti i presenti al ristorante come “sporchi maiali”, gridando che aveva ucciso un migliaio di persone e che aveva intenzione di ucciderne un altro migliaio. Dopo aver sentito le invettive e le imprecazioni di Huberty, ed aver visto Neva Caine e John Arnold a terra, un cliente, il venticinquenne Victor Rivera, tentò di persuadere Huberty a non sparare più. In risposta, Huberty sparò a Rivera 14 volte, gridandogli ripetutamente “stai zitto”, mentre Rivera gemeva a terra.

Mentre molti dei presenti al ristorante cercavano di nascondersi sotto ai tavoli, Huberty spostò la sua attenzione verso sei donne e bambini che si stavano abbracciando. Prima sparò, uccidendola, alla diciannovenne María Colmenero-Silva con un singolo proiettile al petto; sparò poi alla bambina di 9 anni Claudia Pérez allo stomaco, alla guancia, alla coscia, al fianco, al petto, alla schiena, al braccio e alla testa con l’Uzi, e ferì la sorella quindicenne Imelda, sparandole una volta al petto con la stessa arma, poi sparò all’undicenne Aurora Peña con il fucile. Peña – inizialmente ferita alla gamba – era stata coperta dalla zia incinta, la diciottenne Jackie Reyes. Huberty sparò alla Reyes 48 volte con l’Uzi. Dietro il corpo della madre, il neonato di 8 mesi Carlos Reyes iniziò a piangere, e Huberty lo uccise con un singolo colpo al centro della schiena.

Huberty sparò e uccise un camionista di 62 anni di nome Laurence Versluis, prima di puntare una delle famiglie nell’area giochi del ristorante, che avevano cercato di proteggere i figli con i loro corpi sotto ai tavoli. La trentunenne Blythe Regan Herrera aveva protetto il figlio di 11 anni, Matao, sotto uno dei banchi del cibo, e il marito aveva coperto il figlio di 12 anni Keith sotto un altro bancone lontano da loro. Huberty iniziò a sparare alle persone sedute al ristorante mentre camminava verso quelle sotto ai tavoli. Ronald Herrera ordinò a Thomas di non muoversi, coprendolo col suo corpo. Thomas fu colpito due volte alla spalla e al braccio, ma non fu gravemente ferito; Ronald Herrera fu colpito otto volte allo stomaco, al petto, al braccio, alla testa ma riuscì a sopravvivere; sua moglie, Blythe, e suo figlio, Matao, furono entrambi uccisi da numerosi colpi alla testa.

Nelle vicinanze due donne cercavano di nascondersi dietro un bancone. Guadalupe del Rio, 24 anni era contro un muro; fu coperta dall’amico, il trentunenne Arisdelsi Vuelvas Vargas. Del Rio fu colpita diverse volte alla schiena, agli addominali, al petto, al collo, ma nessuna delle ferite fu grave, mentre Vargas fu colpito una volta sola dietro la testa. Morì per la ferita il giorno dopo, e fu l’unica persona a sopravvivere abbastanza da raggiungere l’ospedale. In un altro bancone, Huberty uccise il quarantacinquenne Hugo Velazquez Vasquez sparandogli al petto.

La prima di molte chiamate d’emergenza fu fatta alle 4 del pomeriggio, ma la polizia fu per errore mandata a un altro McDonald’s lontano tre chilometri da quello a San Ysidro. La polizia arrivò al ristorante corretto dieci minuti dopo. Fecero chiudere la zona per sei isolati. Stabilirono poi un posto di comando a due isolati dal ristorante, e sparsero 175 agenti in zone strategiche. (Questi agenti furono raggiunti un’ora dopo dai membri della SWAT, che a loro volta si posizionarono in diverse zone attorno al ristorante.)

Una giovane donna, Lydia Flores, arrivò con la macchina nel parcheggio del ristorante poco dopo le 4, notando finestre rotte e rumori di spari, prima di “alzare lo sguardo e vederlo che sparava e basta”. La Flores fece retromarcia fino a quando la macchina non sbatté contro una recinzione; si nascose quindi con la figlia di due anni fino a quando gli spari cessarono.

Tre bambini di 11 anni arrivarono in bici nel parcheggio per comprare qualcosa da bere.] Sentendo qualcuno gridare, tutti e tre esitarono, prima che Huberty gli sparò addosso col fucile e con l’Uzi. Joshua Coleman cadde a terra ferito in maniera grave alla schiena, al braccio e alla gamba; ricordò più tardi di aver guardato verso i suoi amici, Omarr Hernández e David Delgado, vedendo che Hernández era a terra con diverse ferite alla schiena e iniziò a vomitare; Delgado era stato colpito diverse volte alla testa e morì. Coleman sopravvisse, mentre Hernández, insieme a Delgado, morì sul posto.

Huberty notò una coppia di anziani, Miguel e Aida Victoria, camminare verso l’entrata. Mentre Miguel stava per aprire la porta per far entrare la moglie, Huberty fece fuoco con il fucile, uccidendo Aida con un colpo alla faccia e ferendo Miguel. Un sopravvissuto non ferito, Oscar Mondragon, disse che vide Miguel chinarsi verso la moglie e cercare di pulirle la faccia dal sangue. Miguel iniziò poi ad insultare Huberty, che lo uccise sparandogli in testa.

All’incirca alle 4 e 10, una coppia di messicani, Astolfo e Maricela Felix, guidarono verso una delle aree di servizio del ristorante. Notando i vetri rotti, Astolfo inizialmente pensò che stessero facendo dei lavori di ristrutturazione e che Huberty – che stava camminando verso la macchina – fosse un operaio. Huberty sparò con il fucile e con l’Uzi alla coppia e alla loro figlia di 4 mesi, Karlita, colpendo Maricela in faccia, alle braccia e al petto, accecandola a un occhio e rendendole permanentemente inutilizzabile una mano. La figlia fu gravemente ferita al collo, al petto e all’addome. Astolfo fu ferito al petto e alla testa. Mentre Astolfo e Maricela scapparono dal fuoco di Huberty, Maricela mise la bambina nelle braccia di una donna che stava scappando e le disse in spagnolo, “Per favore salva mia figlia”, prima di ripararsi dietro una macchina parcheggiata. La donna portò la bambina in un ospedale vicino mentre il marito prestava soccorso ad Astolfo e Maricela in un palazzo vicino. Tutti e tre i Felix sopravvissero.

Diversi sopravvissuti dichiararono più tardi che Huberty accese una radio portatile, probabilmente alla ricerca di notiziari prima di mettere una stazione con della musica e ricominciare a sparare. Poco dopo entrò in cucina, scoprendo sei impiegati. Iniziò quindi a sparare, uccidendo la ventunenne Paulina López, la diciannovenne Elsa Borboa-Fierro e la diciottenne Margarita Padilla, ferendo gravemente il diciassettenne Alberto Leos.

Sentendo il giovane teenager Jose Pérez lamentarsi, Huberty lo uccise sparandogli alla testa. Pérez morì a fianco degli amici e della vicina, Gloria González, e di una giovane donna di nome Michelle Carncross. A un certo punto, Aurora Peña, che giaceva distesa vicino alla zia morta, alla cugina neonata e ai due suoi amici, notò una pausa negli spari. Aprì gli occhi, e vide Huberty vicino che la guardava. Imprecò e le lanciò un pacchetto di patatine fritte addosso, poi ricaricò il fucile e le sparò al braccio, al petto e al collo. Sopravvisse, nonostante il fatto che rimase in ospedale per il periodo più lungo tra tutti i sopravvissuti.

La polizia, appostata nei pressi del ristorante, non sapeva inizialmente quanti erano i carnefici, dal momento che Huberty stava usando diverse armi da fuoco e sparava rapidamente. Inoltre dal momento che molte finestre del ristorante erano state rotte dagli spari, i riflessi dei vetri rotti rendevano difficile per la polizia vedere all’interno. Un cecchino della SWAT si posizionò sul tetto di un ufficio postale accanto al ristorante. Fu autorizzato ad uccidere Huberty non appena avesse avuto una visuale chiara.

Alle 5.17 il cecchino ottenne la visuale chiara di Huberty dal collo in giù; sparò una sola volta, il colpo gli trapassò l’aorta uscendo dalla spina dorsale, causandogli una ferita di circa due centimetri che lo fece cadere di schiena.Il petto di Huberty si sollevò, per poi distendersi. La sparatoria durò 78 minuti, durante i quali Huberty esaurì non meno di 245 cartucce, uccidendo 20 persone e ferendone altre 20, di cui una morì il giorno dopo in ospedale. Diciassette persone furono uccise nel ristorante, quattro nelle immediate vicinanze. Molti feriti cercarono di tamponare le perdite di sangue con dei tovaglioli, spesso invano.

Tra le vittime, 13 furono uccise per colpi alla testa, 7 perché furono colpite al petto e una vittima, il bambino di 8 mesi Carlos Reyes, da un singolo proiettile da 9 mm che lo colpì alla schiena. Le vittime, la cui età variava dagli 8 mesi ai 74 anni, erano quasi tutti di origine messicana, riflettendo la demografia della zona. Nonostante Huberty durante la sparatoria disse che aveva ucciso migliaia di persone in Vietnam, non aveva fatto parte di nessun reparto militare.

Elva Zona Heaster
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Elva Zona Heaster – La testimonianza post mortem

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Se un giorno doveste trovarvi nel West Virginia, tra le tortuose strade di montagna, vicino al cimitero di Greenbrier potreste vedere una targa recante la scritta:”Interrata nel vicino cimitero c’è Zona Heaster Shue”.

Fantasma Greenbrier

Il cartello che racconta del fantasma al cimitero “Greenbrier” nel West Virginia.

La sua morte nel 1897 fu ritenuta naturale, fino a quando il suo spirito apparve a sua madre per descrivere come era stata uccisa da suo marito Edward. L’autopsia sul corpo riesumato ha confermato il resoconto dell’apparizione. Edward, riconosciuto colpevole di omicidio, fu condannato alla prigione di stato. Solo caso noto in cui la testimonianza di un fantasma ha contribuito a condannare un assassino”.

Elva Zona Heaster aveva solo 23 anni quando incontrò, nell’ottobre del 1896, uno sconosciuto da poco arrivato in zona, Edward Trout Shue, di 37 anni, che aveva trovato lavoro come fabbro proprio lì, nella contea di Greenbrier.

La Heaster con il marito

La Heaster con il marito

Erano le 10 di mattina del 23 gennaio 1897 quando il corpo di Zona fu trovato da un fattorino, Andy Jones, mandato a casa sua per sbrigare una commissione. La ragazza era distesa sul pavimento, a faccia in giù, ai piedi delle scale, con un braccio piegato sotto il petto e l’altro allungato in avanti; la sua testa era inclinata da un lato. Andy corse nella bottega del fabbro per avvisare Trout, mentre sua madre cercava di rintracciare il medico, il dottor George Knapp, che arrivò circa un’ora dopo la scoperta del cadavere. Nel frattempo il marito Shue aveva già spostato il corpo della moglie, adagiandolo nel letto nuziale, ma non solo, aveva vestito il cadavere con un abito a collo alto, circostanza che in seguito apparve sospetta, perché tradizionalmente erano le donne della comunità ad occuparsi dei rituali funebri come il lavaggio e la vestizione di una defunta.

Quando il dottor Knapp iniziò ad esaminare il corpo di Zona, il marito manifestò segni di dolore inconsolabile, abbracciando le spalle e la testa della donna, cullandola dolcemente in preda ai singhiozzi. Il medico interruppe l’esame della salma, per rispetto verso il marito, e imputò la morte ad una “debolezza estrema”.

Inizialmente, nessuno sospettò di Trout Shue, tranne la madre di Zona, Mary Jane Heaster, che ogni notte pregò perché il Signore gli rivelasse la verità.
Secondo il racconto della donna, dopo quattro settimane, nell’oscurità della notte, mentre Mary Jane era completamente sveglia, apparve il fantasma di Zona.

Zona rivelò alla madre una storia di abusi fisici da parte del marito, culminati la sera del suo assassinio, quando l’uomo era andato su tutte le furie perché la moglie non aveva “cucinato la carne”: Shue l’aveva strangolata, dopo averle spezzato il collo “alla prima articolazione”.

L’autopsia, effettuata il 22 Febbraio del 1897, dimostrò che il collo di Zona era rotto tra la prima e la seconda vertebra, mentre la trachea risultava schiacciata: la donna era stata strangolata.

La giuria accettò la testimonianza della madre legata unicamente a ciò che le confidò il fantasma della figlia.
Vero o no, Shue venne condannato all’ergastolo e morì per un’epidemia nel penitenziario in cui era imprigionato.

 

Famiglia Norton
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Il caso nero della famiglia Norton

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Durante l’epoca Vittoriana, la famiglia Norton vantava non solo il pregio di essere una delle più facoltose di Londra, ma anche di essere in stretto contatto con la famiglia reale e di avere conoscenze molto influenti in politica e nella grande industria. Si occupava per lo più di portare avanti le varie industrie tessili in tutto il paese, arricchendosi a dismisura a scapito dei poveri operai che lavoravano giorno e notte per una paga quasi inesistente.

La famiglia Norton


Tutto andava per il meglio fino a quando un membro della famiglia si macchiò di un terribile crimine e di conseguenza infangò il nome della famiglia: era il 1886 quando nel piano interrato di un’industria tessile dei Norton venne ritrovato il corpo di un bambino di soli 9 anni, uno dei tanti bambini sfruttati come dipendenti della fabbrica. La famiglia tentò di arginare lo scandalo, ma i giornali dell’epoca incolparono il padrone, Roy W. Norton, dell’efferato omicidio. A sostegno dell’ipotesi c’erano le numerose testimonianze di contadini che lo avevano più volte visto in atteggiamenti equivoci con i loro figli e molti sospettavano addirittura che intrattenesse rapporti incestuosi con i bambini della sua stessa famiglia, per i quali non nascondeva un attaccamento morboso.


Quella fu solo la punta dell’iceberg perchè da lì in poi molti iniziarono ad interessarsi alle numerose bizzarrie della famiglia, che pian piano vennero a galla e furono rese pubbliche sui giornali.
La famiglia Norton aveva una predisposizione genetica a contrarre la malattia di Lyme, che al tempo, oltre ad essere ai più sconosciuta, era anche incurabile. La patologia comporta diversi stadi di sintomi; tra cui: eritemi, paralisi facciali, cambiamenti di umore, instabilità comportamentale e deformità varie.


Dal 1865 al 1896 ben 6 membri della famiglia si uccisero in circostanze misteriose e stravaganti.
La famiglia si chiuse in assoluto silenzio stampa, ma i molti curiosi si intrufolavano ovunque pur di immortalarli in situazioni compromettenti e di screditarli di fronti alla società. Il fatto che la malattia colpiva i membri della famiglia con stadi avanzati della stessa, non li aiutava di certo a rimanere nell’anonimato, dato che per proteggersi i membri erano costretti ad indossare delle maschere quasi tutto il giorno. Questo insinuò il sospetto nei giovani giornalisti del tempo che la famiglia facesse parte di una setta satanica e che in casa si predicasse chissà quale strano culto.


Forse da quella situazione nacquero le dicerie secondo cui alcuni agenti in borghese scoprirono alcuni membri della famiglia eseguire un rituale occulto in una delle loro residenze nella campagna londinese. Quando la notizia arrivò alle cronache di Londra la famiglia Norton venne fatta a pezzi dall’opinione pubblica che li accusò di essere dediti a satanismo e alla magia nera, e di essere responsabili delle inspiegabili morti dei loro dipendenti.
Da allora vennero soprannominati “la famiglia del Diavolo” e vennero completamente estromessi dalla vita di corte e aristocratica di tutta l’Inghilterra.

Parte malata cervello assassini
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La parte malata del cervello degli assassini

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E’ la teoria del neurologo Tedesco Gerhard Roth, il quale sostiene che tutti i criminali abbiano un’ombra scura nel lobo frontale che li porterebbe a commettere azioni violente.

“Quando sottoponiamo assassini, stupratori e ladri a una radiografia la zona cerebrale rivela quasi sempre gravi carenze nella parte frontale-inferiore”.

Ciò che vuole dimostrare è la famosa predisposizione genetica al crimine; trovare quell’area del cervello che dovrebbe regolare la compassione e la pena.

Un ragazzino, spiega il medico, che mostra un’area più scura nel lobo frontale, quasi certamente è un potenziale criminale, o un violento. Ciò non significa che lo diventerà per certo, ma se il soggetto dovesse trovarsi in un ambiente dove il furto, la violenza e l’omicidio sono all’ordine del giorno, allora sicuramente diventerà un criminale.

Spiega inoltre come, in futuro, intervenendo in quell’area del cervello chirurgicamente, si possa impedire al soggetto di manifestare la violenza:

“Vi sono stati casi di aumento dei comportamenti violenti a causa di un tumore in quell’area del cervello. Dopo l’operazione di rimozione del cancro i soggetti curati sono tornati a vivere nella più completa normalità”.

Pseudoscienza o il medico dimostrerà di avere ragione?

Lui è sicuro: “Quel buco nero è il luogo in cui si cova, nasce e si nasconde il male».

Neurologo Tedesco Gerhard Roth

Neurologo Tedesco Gerhard Roth

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Inquietanti presenze nella masseria di Helen Mirren?

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Capita molto spesso, purtroppo, che alcuni attori di film horror rimangano in qualche modo segnati dalle esperienze vissute sul set. Si tratta solo di finzione, certo, ma se sono suggestionabili gli spettatori figuriamoci quanto possano esserlo le persone che interpretano quelle determinate scene, entrando forse troppo nella parte.

 

Helen Mirren, protagonista del film “La vedova Winchester”, ha acquistato la magnifica masseria Matine di Tiggiano, in Puglia, per trascorrere serenamente i periodi in cui non è impegnata in nessun set. La pace regna sovrana in questo posto magico circondato da vasti terreni, campi da ripulire ed edifici da ristrutturare.

 

 

 

Una calma apparante, a quanto pare. Una fonte vicina all’attrice avrebbe dichiarato che la Mirren è fuggita improvvisamente in preda al terrore dalla sua amata fattoria, dopo aver assistito a strani fenomeni paranormali: rumori sospetti, oggetti che si spostano da soli ed improvvisi black-out. Ma è davvero andata così?

 

L’avvocato di Helen ha smentito tutto spiegando che si tratta di una notizia del tutto infondata che ha sorpreso negativamente la Mirren, riportano la dichiarazione fatta dall’attrice dopo essere venuta a conoscenza dell’accaduto: “Ho trascorso gran parte dell’estate nella masseria e me ne sono andata poco dopo Natale per impegni di lavoro. La masseria è un posto calmo e bello. Amo rimanerci. La comunità di Triggiano è stata molto accogliente e trascorrerò ancora molti anni in quel posto quando non sarò impegnata altrove per motivi di lavoro”.

 

Ora, a chi credere? È davvero una bufala o un tentativo di nascondere oscuri segreti che aleggiano nella masseria?

Daniel Camargo Barbosa 2
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Daniel Camargo Barbosa – La storia vera

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La bestia delle Ande – La Bestia di los Manglares – Il sadico di Chanquito

Daniel Camargo Barbosa

Daniel Camargo Barbosa diventerà una bestia, un mostro, uno dei peggiori serial killer della Colombia.
Nato nel 1936 in un villaggio delle Ande, Daniel perde la madre alla nascita. Il padre, un uomo rozzo e violento, si risposa con una donna che non sarà in grado di rimanere incinta. La matrigna, con evidenti problemi psicologici, desiderava tanto avere una figlia e, vista l’impossibilità, decide di vestire Daniel come una femminuccia e di trattarlo come tale non solo in casa, ma anche a scuola e in pubblico.

In Daniel inizia a svilupparsi quel risentimento nei confronti delle donne e in particolare delle bambine.
Nonostante gli ottimi risultati a scuola, il padre decide comunque di mandarlo a lavorare per contribuire alla famiglia.
Il tempo passa tutto sommato in tranquillità e Daniel diventa un uomo magro, apparentemente innocuo e alto appena 1,65 m.
Ha però una ossessione: quella di deflorare una vergine.
Esperanza, una donna con cui Daniel conviveva, per ben cinque volte riesce a circuire delle ragazzine e a portarle nell’appartamento di Camargo, dove le droga e le violenta indisturbato.
È il 1964. La quinta vittima stuprata è appena una bambina, ma è determinata. Va dalla polizia e denuncia l’accaduto. Daniel ed Esperanza vengono arrestati e per il futuro serial killer si aprono le porte del carcere, dove sconterà una condanna a otto anni.

Durante la prigionia a Gorgona

Passano gli anni e Daniel invece che redimersi, si convince sempre più che la pena che gli era stata comminata era troppo severa. Una volta uscito decide di non lasciare più testimoni.
Compra un carretto per vendere la sua merce e muoversi così liberamente.
Il 2 maggio 1974 vede una bambina di nove anni che attira la sua attenzione.
Con un raggiro si apparta con lei. La violenta, le ruba la verginità e la strangola per non lasciare testimoni.
Commette, però, un errore grossolano lasciando sul luogo del delitto le merci che offriva in vendita. Cerca di recuperarle il giorno dopo e viene fermato dalla polizia, che lo accusa del crimine.
Al processo, non c’è pietà per un criminale recidivo ed il giudice, visti i precedenti, condanna Camargo a venticinque anni.
Qui succede qualcosa di epico: Daniel sarà l’unico prigioniero a fuggire da una delle prigioni più terribili. Il penitenziario di Gorgona.
Gorgona è un’isola di circa 26 kmq, situata a 35km dalla terraferma.

Isola di Gorgona

Quest’isola dell’oceano Pacifico, fu scoperta nel 1542 da un esploratore spagnolo, Diego de Almagro, che la chiamò San Felipe. Tre anni dopo un gruppo di 170 soldati spagnoli la occuparono per recuperare le loro forze dopo una battaglia con gli Incas. Di questi 170 soldati, ben 87 morirono per i morsi dei serpenti presenti sull’isola.
I serpenti erano i veri padroni dell’isola, tanto che gli spagnoli decisero di chiamarla Gorgona, come la creatura della mitologia greca che aveva i serpenti al posto dei capelli. Alla fine degli anni ’50 le autorità colombiane decisero di convertire l’isola in un carcere di massima sicurezza, dal quale proprio a causa delle migliaia di serpenti presenti nell’area, era impossibile evadere. Nelle acque, inoltre, erano presenti numerosi squali.
La prigione di Gorgona fu aperta nel 1960 e funzionò fino al 1984. I prigionieri venivano reclusi in strettissime celle e non avevano nessun tipo di privacy, controllati continuamente dalle guardie, con le quali spesso si scontravano violentemente.
I prigionieri più deboli venivano sottomessi allo stesso trattamento che avevano riservato alle loro vittime, torturati, seviziati e violentati, in una colonia penale disegnata sul modello dei campi di concentramento nazisti.
Daniel Camargo Barbosa sopravvive, e non solo, ma sarà l’unico carcerato a riuscire a scappare dal penitenziario della Gorgona.
Per lungo tempo studia le correnti marine, le abitudini e gli orari delle guardie, fa tesoro dei racconti degli altri prigionieri che hanno tentato la fuga.
Il 24 settembre 1984 Camargo scappa.

Prima della fuga

È il giorno della Madonna della misericordia ed i controlli sono meno rigorosi. Riesce a nascondersi nella vegetazione e a costruire una zattera di fortuna con assi di legno tenute insieme dalle liane degli alberi tropicali e con questa affronta il mare.
Nessuno è mai riuscito nell’impresa e le autorità della Gorgona lo danno per morto, mentre i giornali riportano la trucida fine dello stupratore divorato dagli squali.
Sembra finita, invece l’incubo è appena iniziato.
Camargo è vivo e si trova in Ecuador. La sua presunta morte e l’aspetto consumato e provato dalle avversità della vita, lo rendono insospettabile agli occhi di chiunque. Ma Daniel, ossessionato dalla purezza e dalla verginità, ucciderà 71 bambine.
Il modus operandi è tanto semplice quanto efficace: si presenta, Bibbia alla mano, alle giovani ragazzine chiedendo loro di mostrargli dove si trova la Chiesa evangelica. Ottenute le indicazioni, al momento propizio, le minaccia con un coltello, le trascina negli arbusti e le violenta. Poi le strangola. Mentre lo fa, si eccita nel vedere il volto angelico delle piccole che si spegne, il loro pianto, le implorazioni e il pensiero di avere tra le dita il loro destino.
Memorizza tutto, ogni attimo, e una volta finito, porta con sè anelli, collanine, abbigliamento e ogni piccola cosa legata alla piccola.
Smembra i corpi a colpi di machete, si orina sulle mani per pulirsi dal sangue e si cambia camicia.

L’incubo finisce solo nel 1986 a Quito. Daniel ha appena ucciso una piccola di 10 anni. La polizia lo trova a vagabondare per la strada in stato confusionale e decide di fermarlo per un controllo di routine. Nella borsa troveranno i vestiti della piccola sporchi di sangue e Daniel verrà arrestato. Sarà lui a confessare tutto con la lucidità e la fermezza di chi sa di non aver commesso nessun male.
Successive indagine parlano di almeno 150 vittime ma, nonostante il numero elevato, Daniel, che ha studiato il codice processuale Ecuadoriano, sa che non possono condannarlo a più di 16 anni di carcere. E così sarà.
Il giudice lo condanna a 16 anni da scontare nella prigione di Quito.

Il 13 novembre del 1994 la sua cella è aperta ed entra Luis Masache Narvaez, un giovane 29enne fratello di una vittima. Prende Daniel per i capelli, lo costringe a inginocchiarsi e lo pugnala 8 volte. Infine, beve il suo sangue convinto che serva per liberarsi dallo spirito di Daniel che lo perseguita.

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Leonarda Cianciulli: La saponificatrice di Correggio

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Spesso, ingenuamente, si pensa che gli avvenimenti più raccapriccianti non tocchino il nostro paese, purtroppo non è così, ci sono casi in tutto il mondo e l’Italia non è di certo lo stato più pulito dell’intero globo. Uno di questi casi riguarda una donna, Leonarda Cianciulli, autrice di omicidi violenti e assurdi.

Nata a Montella, in provincia di Avellino, nel 1892, non ebbe un’infanzia serena. A causa della sua salute cagionevole era considerata  un peso dai suoi genitori rispetto ai suoi fratelli e per questo motivo tentò più volte di togliersi la vita, impiccandosi o ingoiando oggetti pericolosi, come le stecche di un busto o cocci di vetro e tutte le volte l’espressione di sua madre le faceva capire che le dispiaceva rivederla in vita.

Nel 1914 sposò un impiegato dell’ufficio del registro e si trasferì ad Ariano Irpino e visse lì fino al 1930, perchè a causa del terremoto dell’Irpinia la loro abitazione fu completamente distrutta. Decisero così di andare a vivere a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, grazie ad un cospicuo risarcimento statale concesso ai terremotati e al commercio degli abiti usati portato avanti da Leonarda. Le sue gravidanze furono 17, ma le sopravvissero solamente 4 figli e probabilmente a causa delle perdite questi 4 bambini divennero per lei una vera e propria ossessione.

Nella Cianciulli cominciarono a farsi strada pensieri sempre più tormentati, tanto che decise che per salvare la vita dei suoi figli avrebbe dovuto fare dei sacrifici umani. Sembra che anni prima si fosse fatta leggere la mano da una zingara e che questa le avesse detto: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti i figli tuoi moriranno”. Quindi si era rivolta a un’altra zingara ancora, che le aveva detto: “Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio”. Infatti per il terrore di perdere altri bambini iniziò a studiare la magia nera, apprendendo tutto sui sortilegi e come riuscire a neutralizzarli.

La prima vittima si chiamava Faustina Setti. La Cianciulli le disse di averle trovato un marito a Pola, le consigliò di vendere tutto, ma si raccomandò con l’amica di non parlarne con nessuno perché avrebbe potuto scatenare delle invidie. Il giorno della partenza, Faustina si recò a casa sua per salutarla. Dato che Faustina era semi analfabeta, Leonarda le offrì il suo aiuto, invitandola a scrivere alcune lettere e cartoline per amici e parenti che avrebbe poi spedito da Pola, nelle quali diceva di stare bene e che tutto procedeva per il meglio. L’amica però non giunse mai a destinazione. Quel giorno stesso, Leonarda la uccise a colpi di scure e la trascinò in uno stanzino. Qui sezionò il cadavere e fece colare il sangue in un catino. A tal proposito, nel suo memoriale, scrisse: “Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comperato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, e mescolai il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io”. Qualche giorno, dopo il suo primo omicidio, la “saponificatrice” (come sarà in futuro chiamata) mandò il figlio Giuseppe fino a Pola affinché imbucasse le lettere della vittima per farle giungere ai destinatari con il timbro postale giusto e vendette i suoi indumenti.

Uccise altre due vittime prima della sua cattura, Francesca Soavi Virginia Cacioppo (cantante lirica) entrambe con un modus operandi simile e di ques’ultima Leonarda disse che finì nel pentolone come le altre due, ma la sua carne essendo più grassa e bianca quando fu disciolta insieme ad un flacone di colonia, in seguito ad una lunga bollitura, ne vennero fuori delle ottime saponette cremose. Le diede in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna, secondo la sua mente contorta, era veramente dolce”.

Fu la cognata dell’ultima vittima a insospettirsi dell’improvvisa sparizione di Virginia, che aveva visto entrare nella casa della Cianciulli prima di far perdere le sue tracce per sempre. La casa della stessa donna che poi aveva messo in vendita i vestiti della Cacioppo. Decise quindi di confidare al questore di Reggio Emilia i suoi sospetti, il quale seguì le tracce di un Buono del Tesoro di Virginia, presentato al Banco di San Prospero dal parroco di san Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il prete disse di aver ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla saponificatrice per il saldo di un debito. Le tracce condussero quindi le indagini fino a Leonarda, la quale confessò i suoi tre omicidi senza fare molta resistenza. Gli inquirenti però non riuscivano a credere che una donna anziana, bassa e grossa avesse potuto fare tutto questo da sola e andarono alla ricerca di un complice che l’avesse aiutata a compiere i delitti. Il sospettato numero uno era il figlio Giuseppe che al processo (1946) dichiarò di aver spedito le lettere, senza però sapere la verità. La madre, intenzionata a difenderlo con tutte le sue forze, propose una dimostrazione atta a far capire che lei era l’unica artefice di quella mattanza. Davanti a magistrati e avvocati, in soli dodici minuti, sezionò il cadavere di un vagabondo morto in ospedale e procedette con le tecniche di saponificazione.

Condannata a 30 anni di carcere e a 3 di manicomio giudiziario passò il suo tempo a scrivere memorie, lavorare ad uncinetto e cucinare biscotti, che nessuno aveva voglia di assaggiare. Il 15 ottobre del 1970, morì nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, stroncata da apoplessia cerebrale.

Amelia Killer
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Amelia Dyer – La Levatrice Assassina

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Amelia era una bambina brillante e intelligente, che nutriva un amore per i libri e la letteratura. Tuttavia, la sua infanzia è stata rovinata quando la madre contrasse il tifo e iniziò a soffrire di gravi complicazioni che le causarono un danno mentale permanente. La madre soffriva spesso di attacchi violenti e Amelia fu costretta ad assisterla fino alla sua morte.

Amelia – La Levatrice Assassina

All’età di 24 anni Amelia cominciò a studiare per diventare infermiera. Tuttavia, molto presto scoprì che avrebbe potuto fare soldi molto più facilmente e con molto meno sforzo attraverso mezzi più subdoli. Amelia iniziò dunque ad offrire alloggi per le donne in gravidanza che avevano concepito i loro bambini illegittimamente in giovane età o al di fuori del matrimonio. Una volta partorito, le affidavano il bambino che veniva mantenuto dalla signora Dyer fino a che non avesse trovato una famiglia.

In realtà, Amelia faceva tutto ciò solo per intascarsi i soldi e poi lasciava morire di fame i bambini, che ormai non le servivano più. In particolare i bambini rumorosi o cattivi venivano sedati con alcool oppure con oppio, che a quel tempo erano prontamente disponibili e venduti tra i normali medicinali e sciroppi. E’ ben documentato che molti bambini in quel periodo morirono in seguito a sedazione, non a causa di un’overdose, ma a causa della drastica riduzione dell’appetito determinata dall’assunzione di tali sostanze stupefacenti. Altri, invece, moriravano di malnutrizione.
Ad un certo punto della sua ‘carriera’, Amelia decise di smettere di “consentire” ai bambini di morire lentamente per malnutrizione. Cominciò così ad ucciderli rapidamente, subito dopo essere stati posti nelle sue “cure”. In questo modo avrebbe potuto intascare tutti i soldi che percepiva dalle loro madri e non doversi più preoccupare delle spese di latte e cibo.
Le frequenti morti insospettirono i medici che rilasciavano i certificati di morte e fu così che la signora Dyer venne arrestata.


Uscita di prigione Amelia Dyer tornò ad uccidere i bambini che le venivano affidati. Decise, però, di non coinvolgere più i medici per redigere i certificati di morte ed iniziò ad usare vari pseudonimi cambiando spesso città, in modo da riguadagnare il proprio anonimato e riprendere i propri affari.
Nel gennaio del 1896, una cameriera di 25 anni chiamata Evelina Marmon diede alla luce una figlia illegittima e l’affido alla Dyer.
Fu incredibilmente difficile per Evelina vedere sua figlia nelle mani di un’altra donna e decise di scrivere ad Amelia per informarsi sulla sua bambina. Amelia rispose dicendo che la bambina stava bene e che tutto procedeva nel modo migliore. La figlia di Evelina, invece, era stata strangolata lentamente con un nastro da sarta stretto intorno al collo. La piccola soffocò lentamente in una morsa lancinante. Amelia in seguito dichiarò che le piaceva guardare i bambini soffocare, ma non durava abbastanza a lungo:
“Sono morti troppo in fretta”, disse.

I corpi venivano messi in sacchi e gettati nel fiume. La Dyer però non era solita pesare i sacchi e fu così che tornò a galla un sacco contenente il cadavere di una bambina, che venne recuperato da un barcaiolo insospettito. Sulla carta da imballaggio c’era un nome ancora vagamente leggibile “la signora Thomas” e un indirizzo. L’indirizzo permise alla polizia di rintracciare Amelia Dyer e arrestarla.

Si calcola che uccise circa 400 bambini.
Amelia Dyer fu dunque condannata a morte per impiccagione.

Due anni dopo l’esecuzione della Dyer, alcuni impiegati delle ferrovie, ispezionando le carrozze di un treno nel Devon, trovarono un pacco contenente una bambina di tre settimane di età. La bambina era stata affidata ad una certa signora Stewart, per 12£. Non serve dirvi chi fosse in realtà la signora.

Morti In Piede
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“Morti in Piedi” – Una Nuova e Macabra Usanza Del Golfo del Messico

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Da qualche anno a questa parte, nel bacino del Golfo del Messico, sta prendendo piede l’usanza dei “morti in piedi” (muertos paraos). Il primo caso di muerto parao avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico, quando le spoglie di David Morales Colon, un uomo vittima di una sparatoria, vennero allestite pittorescamente , per volere dei parenti, nella camera ardente: il cadavere venne fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada .

David Morales Colon

Fu poi la volta del pugile 24enne Christopher Rivera, imbalsamato e portato sul ring, allestito appositamente per il funerale, dove familiari, amici e fan gli hanno potuto dare l’ultimo saluto. Messo sul quadrilatero, il giovane venne vestito come se fosse pronto al combattimento, con guantoni, scarpe, pantaloncini e occhiali neri.

Christopher Rivera

Infine, l’82enne biker Bill Standley, seppellito in Ohio in una bara di plexiglas, appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

Bill Standley

Diteci cosa ne pensate di questa nuova e macabra usanza?

mangiatore
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JOHN STRAFFEN – LO STRANGOLATORE DI BAMBINE

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John Straffen nacque nel 1930 in un campo militare di Bordon, nella contea di Hampshire, Inghilterra. Prima di lui, già sua sorella maggiore era nata con un grave ritardo mentale, al punto che morì per complicazioni nel 1952.

JOHN STRAFFEN

Anche a lui venne diagnosticato un problema alla corteccia cerebrale, ma i dottori erano speranzosi che crescendo avrebbe recuperato, fino ad una vita normale.
Suo padre, John Straffen Sr, era un soldato nell’esercito britannico e venne inviato in diversi luoghi durante la guerra. Quando suo figlio aveva solo 2 anni venne mandato in India e tutta la famiglia ci trascorse 6 anni. Il piccolo John all’età di circa 6 anni ebbe una grave encefalite che ne compromise le facoltà psichiche al punto da renderlo un ritardato.

Nel marzo del 1938 il padre di Straffen si congedò dall’esercito e la famiglia si stabilì a Bath, nel Somerset. Già allora il comportamento del bambino preoccupò i genitori per via dei suoi atteggiamenti aggressivi e degli scatti di ira improvvisi; nell’ottobre gli insegnanti chiesero che venisse sottoposto ad una visita clinica per diversi furti, aggressioni e fughe da scuola, ma il padre si oppose fermamente.

Nel giugno del 1939 John finì per la prima volta davanti a un tribunale dei minori per aver rubato una borsa da una ragazza ed averla aggredita con un bastone: gli vennero dati due anni di libertà vigilata. L’addetto alla sorveglianza dichiarò che Straffen non aveva realmente capito cosa avesse fatto di male e il perchè della punizione.

Il padre e la madre di Straffen erano alla costante ricerca di un lavoro e non avevano tempo per occuparsi dei figli, tanto che fu l’addetto alla sorveglianza ad accompagnare il ragazzo dallo psichiatra per i controlli periodici. A Straffen nelle lunghe sedute venne diagnosticata una grave deficienza mentale, accentuata dalla malattia che aveva contratto in India.
Il rapporto su di lui venne stilato nel 1940 e attestò un quoziente di intelligenza di 58, paragonabile a un’età di 6 anni (ne aveva 10).

Dal giugno 1940 l’autorità locale lo mandò in una scuola per bambini ritardati, la San Joseph di Sambourne.
Due anni più tardi gli Straffen si trasferirono a Besford e il piccolo John perse nuovamente i pochi amici che si era fatto. Divenne un ragazzo solitario e prese molto male la scuola correttiva.
All’età di 14 anni venne fortemente sospettato di aver strangolato due oche di proprietà della scuola, ma su di lui non vennero trovate prove.
All’età di 16 anni il suo QI era 64 e la sua età mentale di 9 anni. Il rettore della scuola di correzione consigliò vivamente ai genitori di affidarlo ad un istituto di igiene mentale.

Gli Straffen presero casa a Bath nel marzo 1946, dove il Medical Officer of Health lo esaminò e confermò un’evidente deficienza mentale, ma il padre si ostinava a trattarlo come una persona normale e cercò di inserirlo in diverse fabbriche come manovale.

Straffen, dopo aver aggredito una ragazza, commesso piccoli furti e strangolato alcune galline, venne inviato a Hortham, un centro specializzato nel recupero di criminali mentalmente disabili e nel reinserimento nella comunità. Straffen si trovò molto bene e nel luglio del 1949 venne dichiarato non più pericoloso e non violento, al punto da essere mandato in una struttura di minore sicurezza a Winchester, una cascina agricola isolata dove venivano trattati i soggetti disadattati.

Nel 1951, Straffen venne considerato sufficientemente riabilitato per concedergli un periodo di congedo senza scorta. Usò quel tempo per ottenere un lavoro in un giardino e gli fu permesso di continuare il lavoro. Al compimento dei 21 anni Straffen, venne valutato nuovamente dai medici di Hortham, che prolungarono il suo permesso per altri 5 anni.

Il 10 luglio 1951 probabilmente Straffen fu testimone di un evento che lo stravolse: una giovane ragazza di nome Christine Butcher venne strangolata in un vicolo e forse John era lì a vedere l’accaduto. L’assassino venne arrestato e brutalmente colpito dalla polizia prima di essere condotto in centrale. Ciò spiegherebbe cosa successe appena 5 giorni dopo e il risentimento che Straffen iniziò a covare per la polizia, colpevole, a suo dire, di aver rovinato la sua vita sin da quando aveva 8 anni.

Articolo di giornale sul caso.

Il 15 luglio Straffen andò al cinema, ma sul suo percorso incontrò Brenda Goddard, di soli 5 anni, che giocava nel giardino dei genitori adottivi. Secondo la dichiarazione di Straffen alla polizia, lui si offrì di giocare con lei a patto che lo seguisse fino ad un boschetto poco distante. Sollevò Brenda sopra il recinto del boschetto, ma nella caduta la bambina battè la testa su una roccia e perse i sensi; Straffen vide uscire del sangue dal capo della bambina e a quel punto sentì una forza irresistibile che lo portò a strangolarla con le mani.

Crime. England. Circa 1950’s. Fotoritratto di Brenda Goddard, vittima uccisa dal serial killer John Straffen.

Straffen non fece alcun tentativo di nascondere il corpo e se ne andò tranquillamente al cinema.
La polizia lo considerò un sospetto dell’omicidio e lo interrogò il 3 agosto. John ammise l’omicidio, ma incredibilmente uno psichiatra del carcere affermò che l’uomo era estraneo ai fatti perchè, a suo dire, Straffen voleva semplicemente infastidire la polizia.

Straffen venne rilasciato e l’8 agosto era di nuovo al cinema dove incontrò Cicely Batstone, di 9 anni.
Cicely era con un’amichetta e accompagnata dalla madre dell’amica, che all’uscita del cinema la mise su un bus diretto alla periferia di Bath. Straffen salì sul bus e scese alla stessa fermata della bambina. Lì, la strangolò a morte in un prato, non preoccupandosi dei molti testimoni. Quando la famiglia della piccola fece scattare l’allarme furono in parecchi a fornire l’esatta descrizione dell’uomo e Straffen venne arrestato per l’omicidio di Cicely Batstone la mattina dopo.

Straffen ammise di aver ucciso le due bambine e il 17 ottobre 1951 venne processato per duplice omicidio, ma la giuria emise un verdetto secondo cui Straffen era mentalmente instabile e incapace di far valere i suoi diritti.
Venne quindi mandato allo Broadmoor Institution di Berkshire, un manicomio criminale, ma ufficialmente, secondo un decreto del 1948, non era un recluso bensì un paziente. All’interno Broadmoor, Straffen riacquistò una certa pace e tranquillità e addirittura si adoperò come addetto alle pulizie.

Il 29 aprile 1952 Straffen andò con un operatore e un altro paziente a pulire alcuni magazzini della struttura, che erano recintati da un muro di circa 3,5 m e davano sull’esterno. Nel cortile c’erano lattine e taniche vuote ammassate a formare una piccola montagna di rifiuti e Straffen chiese al suo supervisore di potersene occupare; ricevuto il permesso, Straffen salì sul cumulo e saltò oltre il muro.

20 minuti dopo la sua evasione, incontrò Linda Bowyer, di 5 anni, che in sella alla sua bicicletta girava in un vialetto. La convinse a seguirlo promettendole delle caramelle e mezz’ora dopo la strangolò.
Straffen venne catturato pochi minuti dopo.
In macchina, durante il viaggio di ritorno a Broadmoor, Straffen disse:
“Questa volta con il crimine ho chiuso!”

Linda Bowyer – Un’altra vittima del pazzo e animale Straffen.

Processato nuovamente per omicidio, la giuria questa volta lo ritenne capace di intendere e di volere ed emanò un verdetto di colpevolezza. Il giudice Cassels condannò Straffen a morte, ma il 29 agosto il ministro David Maxwell Fyfe raccomandò alla regina Elisabetta II il caso di Straffen, che alla fine venne graziato.
Morì nella prigione di Frankland, nella contea di Durham, il 19 novembre 2007 all’età di 77 anni.

Quali sono le vostre considerazioni in questo caso?

 

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MATTHIAS SCHOORMANN – IL DECAPITATORE

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MATTHIAS SCHOORMANN – IL DECAPITATORE

 

È il 21 febbraio 2008. In piena notte il tedesco Matthias Schoormann entra con il proprio nickname in un forum che frequenta passivamente da alcuni anni. Decide di scrivere il suo primo messaggio, la sua presentazione, il suo biglietto da visita. Tuttavia, quando pubblica le foto di un corpo decapitato nessuno gli crederà e, sentendosi umiliato per l’ennesima volta, pensa ad un finale irreversibile.

Nonostante lo scetticismo degli internauti, che dunque non hanno ritenuto opportuno allertare le autorità, quel corpo e quella testa mozzata non erano opera di Photoshop. Lei era Bianca Brust, una giovane infermiera da tempo oggetto delle ossessioni del meccanico disoccupato. Quest’ultimo, barba e capelli lunghi arruffati, aspetto bizzarro e inquietante, suona in un gruppo metal dal tenebroso nome di Carpe Noctem e scrive canzoni non meno inquiete (Kampf dem Licht – combatti la luce).

Bianca Brust

Tra un brano e l’altro Matthias Schoormann coltiva l’insano rapporto con la sua futura vittima la quale, forse per paura, gli concede una forzata amicizia che la porterà, quella sera del 2008, nell’appartamento del suo carnefice. Probabilmente il meccanico tedesco tenta per un’ultima volta di conquistarla, poi la decapita, denuda il corpo e lo stende sul letto.
Questo è lo scenario del servizio fotografico che il 32enne pubblica dopo poche ore su quel forum che gli infliggerà l’ennesima umiliazione non prendendo sul serio quelle immagini.

Matthias è frustrato, non riesce a credere che, non solo nella vita reale, ma anche in una piazza virtuale nessuno gli dia retta. Non c’è alternativa, non può continuare a vivere in quella tanto odiata società che tenta di combattere anche attraverso le sue canzoni metal.
Dopo averla fotografata in diverse posizioni, perfino facendole indossare i suoi Ray-Ban, il folle infila la testa decapitata di Bianca Brust in uno zaino e si avvia fuori casa, ma non prima di aver dato fuoco a tutto.


Schoormann si mette alla guida della sua vecchia Ford Escort rossa e va a schiantarsi ad alta velocità contro un enorme camion.
Morirà sul colpo, al suo fianco il volto terrorizzato dell’infermiera 27enne.

L’incidente in cui morì Matthias

 

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LA STORIA DELLE SORELLE FOX- LE BAMBINE CHE INVENTARONO LE SEDUTE SPIRITICHE

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Uno dei più grandi movimenti religiosi del XIX secolo cominciò nella camera da letto di due giovani ragazze che vivevano in una fattoria a Hydesville, New York. 

In un giorno di fine marzo del 1848, Margaretta “Maggie” Fox, 14 anni, e Kate, sua sorella di 11, andarono a chiamare un vicino,  desiderose di condividere un fenomeno strano e spaventoso.

Fu la madre a mandare a chiamare l’amico, voleva mostrare cosa fossero in grado di fare le proprie figlie ed essere tranquillizzata sul fatto che non avesse allucinazioni.

Raccontò che ogni notte, le due ragazzine, parlavano con delle entità ultraterrene, che tramite “KNOCK” al di la della parete, rispondevano alle domande, in modo coerente e veritiero.

La signora Fox mise alla prova le ragazzine, dicendo loro di chiedere all’entità di contare e rispondere a semplici operazioni matematiche, in base al risultato, lo spirito avrebbe dovuto battere dei colpi sul muro. Il vicino rimase senza parole dopo il risultato inatteso e sapendo che nella casa non c’era nessun altro; continuava a chiedersi come fosse possibile.

La famiglia Fox invece fu costretta a trasferirsi. La casa, dopo quel 31 Marzo, non fu più il nido accogliente che aveva sempre rappresentato. L’irrequietezza delle ragazze, si face sempre più problematica. Strane cose accadevano la notte. Mobili che si spostavano e cadevano senza essere sfiorati, incubi e apnee notturne. Nessuno più riusciva a riposare in quella casa e stava portando tutti alla follia.

La famiglia Fox abbandonò la casa e mandò Maggie e Kate a vivere con la loro sorella maggiore, Leah Fox Fish, a Rochester.

La storia delle sorelle Fox avrebbe potuto morire se non fosse stato per il fatto che Rochester era un focolaio di riforme e attività religiose; la stessa zona, la regione dei Finger Lakes dello Stato di New York, ha dato vita al Mormonismo e al Millerismo, il precursore degli “avventisti del settimo giorno”. Proprio i leader di questa comunità, Isaac e Amy Post furono affascinati dalla storia delle sorelle Fox e dalla successiva voce, secondo cui lo spirito che dialogava con le ragazze ad Hydesville, probabilmente apparteneva a un venditore ambulante che era stato assassinato nella fattoria cinque anni prima.

Un gruppo di residenti di Rochester esaminò la cantina della casa della Fox, scoprendo ciocche di capelli e quelli che sembravano essere frammenti di ossa.

 

I Post invitarono le ragazze a un raduno a casa loro, ansiosi di vedere se riuscissero a comunicare con degli spiriti anche in un altro luogo, differente dalla casa in cui erano cresciute.

 

Credo di aver osservato con tutta l’incredulità che provava Tommaso vedendo Gesù morto e risorto

Cosi scrisse Isaac Post, ma il suo scetticismo iniziò a incrinarsi quando sentii colpi molto distinti provenire dal pavimento e le risposte che venivano date erano tutte corrette.

Isaac si convinse ancor di più quando Leah Fox, la sorella maggiore, dimostrò di essere una medium, comunicando con la loro figlia recentemente scomparsa.

Successivamente i Post affittarono la sala più grande di Rochester e venne organizzata la seduta spiritica più numerosa di tutti i tempi, quattrocento persone vennero a sentire i misteriosi rumori.

In seguito Amy Post accompagnò le sorelle in una camera privata, dove furono esaminate da un comitato di scettici, che non trovarono nessuna bufala.

L’idea che si potesse comunicare con gli spiriti era una completa novità.

Su angeli che si interfacciano con l’uomo, ma riguardo agli spiriti praticamente nulla.

Il movimento noto come “Modern Spiritualism” nacque da diverse filosofie distinte e personaggi rivoluzionari.

Le idee e le pratiche di Franz Anton Mesmer, un guaritore australiano del XVIII secolo, si erano diffuse negli Stati Uniti proprio in quel periodo.

Mesmer propose che tutto nell’universo, incluso il corpo umano, fosse governato da un “fluido magnetico” che poteva mescolarsi, causando malattie.

Agitando le mani sul corpo di un paziente, inducendolo in uno stato ipnotico che gli permetteva di manipolare la forza magnetica, poteva guarire cosi tutti i drammi delle persone. I “mesmeristi” divennero un’attrazione popolare nelle feste e nei salotti, alcuni addirittura abbastanza abili da attrarre clienti paganti. Alcuni  pazienti che si sono risvegliati dopo la trance mesmerica, hanno affermato di aver avuto visioni di spiriti da un’altra dimensione.

Il veggente americano del XIX secolo Andrew Jackson Davis, che sarebbe diventato noto come il “John the Baptist of Modern Spiritualism”, combinò mesmerismo e sedute spiritiche, sostenendo che:

“gli spiriti sono in connessione tra loro mentre uno è nel corpo del medium, gli altri sono nelle sfere superiori”.

 

Predisse che tutto il mondo acclamerà con gioia l’inaugurazione dell’era dello spiritismo, quando le menti degli uomini si apriranno, e la comunicazione spirituale sarà stabilita.

Davis credette che la sua predizione sarebbe avvenuta un anno dopo, proprio nel giorno in cui le sorelle Fox incanalarono gli spiriti nella loro camera da letto.

Le sorelle Fox, continuarono ad organizzare sedute spiritiche fino al 1888, quando la sorella Maggie decise di rilasciare un’intervista esclusiva, venendo ricompensata 1500$.

I rapporti tra sorelle si stavano incrinando vorticosamente e questa fu la dichiarazione:

Mia sorella Katie e io eravamo bambine molto piccole quando è iniziato questo orribile inganno. Di notte, quando andavamo a letto, legavamo una mela su un filo e muovevamo la corda su e giù, facendo sbattere la mela sul pavimento, o facevamo cadere la mela sul pavimento, facendo uno strano rumore con la bocca ogni qual volta che rimbalzava. Ci siamo specializzate dalla caduta della mela alla manipolazione delle nocche, per finire con la straordinaria capacità di scrocchiate le ossa delle dita dei piedi.

Continuò:

Un grande numero di persone quando sentono il “knock” immaginano subito che degli spiriti li stanno toccando.È un’illusione molto comune. Alcune persone molto facoltose sono venute a trovarmi alcuni anni fa quando vivevo sulle 42°, chiedendomi di organizzare sedute spiritiche. Ho battuto le nocche sulla sedia e una delle donne ha gridato: “Sento che lo spirito mi batte sulla spalla”. Ovviamente quella era pura immaginazione.

E fu così che il mito delle sorelle Fox si sgretolò. La crème de la crème newyorkese venne beffata da delle giovanissime campagnole. Lo spiritismo invece prese sempre più piede, modificandosi e ampliandosi. Tecniche sempre nuove vennero utilizzate per parlare con gli spiriti. Dalla tavoletta Ouija alla scrittura da parte di un medium.

Chi sente per la prima volta la storia delle sorelle Fox, crede ancora che delle ragazzine abbiano inventato quelle che sono le sedute spiritiche, con cui le persone erroneamente e pericolosamente continuano a giocarci ancora oggi.

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