Browsing Category

storie vere

BZAHNMWQCLNNTTA5RTY5XPUDJI
storie vere,

Gerard Schaefer: Il carneficie

no comment

“Uccidere coppie da solo è doppiamente difficile, ma si raddoppia il divertimento”

Gerard nasce il 25 marzo del 1946 nel Wisconsis. Durante l’infanzia pensava che il padre volesse più bene alla sorella e quindi Gerard sfogava la sua frustrazione uccidendo animali.


Divenne precocemente un voyeur ed era ossessionato dagli indumenti femminili, in particolare biancheria intima. Diventò anche un guardone, cominciando a spiare Leigh Hainline, una vicina di casa.
La Hainline sparì nel 1969 dicendo al marito che lo lasciava per andare a vivere con un suo amico di quando era ragazzina: sarebbe stata la prima vittima, anche se Schaefer successivamente avrebbe preferito uccidere due donne per volta e il delitto gli è stato associato solo dopo che si trovava in prigione da tempo.
Quando aveva 19 anni, frequentò la diciottenne Sondra London, impressionando a tal punto i suoi genitori per il comportamento da “bravo ragazzo” che lo portarono con loro per le vacanze estive. Dopo un anno i due si lasciarono e Gerard scrisse a Sondra malinconiche poesie in cui tra le righe si potevano leggere inquietanti minacce.
Scrittore talentuoso di racconti violenti e sadici verso le donne, prima di trasformarsi in assassino fece in tempo a sposarsi, giovanissimo, per ben due volte. Le mogli chiesero entrambe il divorzio, la prima per “comportamenti inappropriati” del marito.

Nel 1966, rendendosi conto che le sue fantasie stavano diventando sempre più violente, consultò uno psichiatra. La terapia non lo liberò dalle voci che gli dicevano di uccidere.
In seguito provò a diventare prima insegnante e poi sacerdote, ma fu allontanato dal seminario di San Giovanni perché era privo della necessaria fede. Irato per il rifiuto, Schaefer abbandonò la Chiesa cattolica.

All’inizio del 1972, a venticinque anni, fu assunto come poliziotto in prova nel dipartimento di Wilton Manors, ma venne allontanato dopo un mese perché aveva usato il lavoro per impossessarsi di informazioni relative a giovani donne che avevano commesso infrazioni stradali.
A marzo passò alla contea di Martin e ci riprovò, sempre per poter spiare i dati relativi alle patenti e alle macchine delle sue potenziali vittime. Usò poi la divisa per convincere le donne a seguirlo.

Il 21 luglio 1972 Schaefer fermò due giovani autostoppiste, Pamela Wells (17 anni) e Nancy Trotter (18), sostenendo falsamente che l’autostop fosse illegale. Per riconoscenza all’agente che le liberò subito dopo, le ragazze accettarono di andare in spiaggia con lui il giorno seguente.
Schaefer però il 22 luglio 1972 le condusse nella zona paludosa di Hutchinson Island. Dopo aver minacciato di venderle al mercato della prostituzione, complice la pistola calibro .22 che aveva in mano, le fece scendere dalla macchina e le legò per il collo a un albero in modo che, in equilibro sulle radici, le ragazze si sarebbero impiccate se fossero scivolate. Chiamato sulla radio di servizio, Schaefer fu costretto ad allontanarsi: quando tornò, le ragazze erano sparite.
Telefonò allora allo sceriffo Richard Crowder sostenendo di aver fatto “qualcosa di stupido” ma a fin di bene: voleva spaventare le ragazze al punto che non avrebbero più fatto l’autostop. Patteggiando al processo e dichiarandosi colpevole per l’accusa di aggressione, se la cavo’ con solo sei mesi di carcere.
Il 27 settembre 1972, mentre Schaefer era libero su cauzione in attesa del processo, Susan Place (17 anni) e Georgia Jessup (16) scomparvero da Fort Lauderdale.
L’ultima volta che videro la figlia, i genitori di Susan si annotarono il numero della targa posteriore dell’auto dell’uomo, forse un poliziotto, con cui parlava: nonostante la divisa sembrava un tipo poco raccomandabile. Solo a marzo dell’anno successivo la polizia scoprì che apparteneva a Schaefer, già in carcere per aver aggredito Pamela Wells e Nancy Trotter.

Ad aprile ritrovarono i corpi decomposti delle due ragazze legati a un albero. Gli investigatori notarono le somiglianze con il caso di aggressione dell’ex poliziotto a due autostoppiste, perciò perquisirono la camera da letto di Shaefer a casa della madre.
Vi trovarono alcuni oggetti appartenenti alle vittime e di molte altre donne, in particolare di Collette Goodenough e Barbara Wilcox, entrambe di 19 anni e svanite nel nulla l’8 gennaio 1973 a Cedar Rapids, Iowa. Rinvennero anche 11 pistole, racconti sadomaso in cui le donne erano definite tutte “Whores” (puttane) e un centinaio di foto di donne e di Schaefer stesso in abiti femminili.
Il 18 maggio del 1973 fu perciò incriminato per duplice omicidio e condannato a due ergastoli.
Dopo la condanna vennero alla luce numerosi altri omicidi:


Susan Place e Georgia Jessup nel 1972
Pamela Ann Nater e Nancy Leichner nel 1966
Due bambine di 9 e 8 anni nel 1969. Dichiarerà in seguito di aver compiuto atti di cannibalismo sui loro corpi.
Elise e Mary, 14 enni, nel 1972. Vennero ritrovati dei gioielli a casa del killer
Leigh Hainline, la sua vicina di casa di quando era ragazzo.
Carmen e Belinda, 22 enni, uccise nel 1969. Due denti di Carmen vennero ritrovati a casa di Schaefer, insieme all’agenda di Belinda.


Tutti questi omicidi vengono raccontati in terza persona da Schaefer nel suo libro “Killer Fiction”, corredandolo con numerosi disegni a sfondo misogino. Sempre in terza persona racconta di aver cominciato a uccidere nel 1965 e di aver praticato atti di cannibalismo.
Nonostante la condanna, si dichiarerà sempre innocente.


Il 3 dicembre 1995 Schaefer è stato trovato pugnalato a morte nella sua cella presso il Penitenziario della Contea di Bradford, Florida. Era stato ucciso da Vincenzo Rivera, sembra per una divergenza su una tazzina di caffè. Il detenuto non ha mai confessato il delitto.

Katherine-Knight-main-image
storie vere,

Katerine Mary Knight – La cannibale sangunaria australiana

no comment

Quella di Katerine Mary Knight è una storia davvero disturbante, una storia di violenza e follia con un epilogo che non ha nulla da invidiare ai più famosi serial killer della storia.

Katerine nasce in Australia nel 1955 in una famiglia numerosa, il padre Ken è di professione macellaio. La famiglia si sposta di città in città finché non si stabilisce ad Aberdeen dove tutti, compresa la sedicenne Katerine, trovano impiego nel macello pubblico.

Katerine ci sa fare col coltello, ne fa collezione, la sua cameretta non è tappezzata di poster di cantanti rock come quelle delle sue coetanee, ma di coltelli affilati. Scuoiare animali, farli a pezzi è una passione per la ragazza, e presto al gusto del sangue che sprizza sulle pareti e al fare a pezzi corpi inanimati, si associa una forte eccitazione sessuale.


A soli 18 anni sposa un camionista, David, da cui avrà una figlioletta. Katerine ha un appetito sessuale smisurato e, quando il marito non soddisfa le sue richieste, scoppia in forti attacchi di violenza e isteria.Il matrimonio dura due anni finché David non se ne va lasciandola sola con la bambina.
Katerine si vendica in modo spaventoso sulla piccola: prende la bambina di pochi mesi e la sistema sui binari in attesa di un treno. La piccola si salva grazie al provvidenziale intervento di un senzatetto che la sente piangere.

Katerine è fuori controllo, è aggressiva e minacciosa. Viene internata, le viene diagnosticata una grave forma di depressione post partum, le danno un po’ di medicine e la rimandano a casa.
Un giorno, per un futile motivo, accoltella una donna, che sopravvive per miracolo; poi prende in ostaggio un ragazzino minacciando di ucciderlo, ma viene fermata in tempo e ricoverata di nuovo.

A questo punto David, il marito, torna sui suoi passi, decide di accudire la moglie malata nella speranza che guarisca. La convivenza dura 4 anni e, tra scoppi di violenza improvvisi e appassionate notti d’amore, i due mettono al mondo un’altra figlia.
Esausto dalla situazione, decide di andarsene per sempre, ma questa volta prende le due bambine e torna a vivere dai suoi.

Katerine colleziona uomini, è attraente (almeno per gli standard australiani) e soprattutto sessualmente disinibita e calda. Conosce un minatore, David, un brav’uomo, anche se coltiva il vizio del bere. I due convivono per qualche tempo, ma i litigi sono frequenti e culminano nel 1987 con Kate che sgozza il cagnolino del compagno.
A David Kate piace parecchio, se è disposto comunque a tollerare tutte le sue violenze e le sue stranezze (colleziona animali imbalsamati, crani e ossa di mucche e pecore, ritagli di giornale, pelli di animali); quando è “normale” diventa simpatica e poi a letto è molto calda e disponibile, qualità che un uomo apprezza. Ma anche lui alla fine cede e la abbandona.

Si mette con un altro uomo, John Chilliworth, da cui avrà un altro figlio. La relazione dura due anni, giusto il tempo di conoscere un altro uomo, quello fatidico, John Price.
Fin qui la storia di Katerine è una storia tutto sommato “comune”: è una donna malata, probabilmente le verrebbe diagnosticato un disturbo di personalità, una storia come tante ai margini delle nostre società, un problema da servizi sociali e centri di salute mentale.
Ma Kate è qualcosa di più di una semplice psicopatica…

Price è un minatore, guadagna bene, e Kate decide di andare a vivere da lui. Lascia la sua casa, la relazione procede come le altre di Kate: a slanci di passione con sesso sfrenato, si alternano liti furibonde e violente. Kate soffre di un disturbo borderline molto estremo, lo si capisce dal modo in cui si allontana quando la relazione si fa più stretta e da come cerca di ricucire quando teme di essere abbandonata. A Price ne combina di cotte e di crude, arriva a farlo persino licenziare. Gli amici gli consigliano di lasciarla, ma Price è troppo coinvolto, Kate lo manipola. Quella del borderline e del compagno/vittima è una dinamica fin troppo conosciuta ai giorni nostri.
Nel 2000 arriva però l’episodio che lo convince a lasciarla, dopo l’ennesimo litigio, Kate lo colpisce con una coltellata. Price corre in tribunale e ottiene l’ordinanza per cacciarla di casa.

Il 29 Febbraio Kate si presenta alla porta di Price che non resiste e la fa entrare. I due finiscono a letto. Poi forse litigano, o forse Kate aveva già in mente quello che voleva fare.
Uccide Price con un coltello, lo scuoia in modo professionale. Poi lo decapita e taglia un po’ di carne dalle sue natiche che cucina e mangia. Dopodiché torna a dormire di sopra.
La polizia fa irruzione la mattina dopo e si trova di fronte ad uno spettacolo agghiacciante: trova la pelle dell’uomo attaccata all’architrave della porta, accanto i suoi genitali. Le pareti e il pavimento sono coperti di sangue.


In cucina c’è una pentola sul fuoco, nella pentola galleggia una testa umana scuoiata perfettamente. Sul tavolo due piatti di carne e verdure. La carne proviene dal corpo in salotto, immerso in una pozza di sangue.
Risultati immagini per katherine mary knight house
Kate è in camera, dorme profondamente. Non ricorda nulla di quanto è successo.

Il tribunale che si occupa del caso la considera disturbata, ma in grado di intendere e volere, e la condanna all’ergastolo senza condizionale.
Kate, ancora oggi, si dichiara non colpevole e ritiene che la pena sia eccessiva per il crimine commesso.

darya_nikolayevna_saltykova_-_grpergament
storie vere,

Dar’ja Nikolaevna Saltykova – La terribile serial killer

no comment

Oggi ci spostiamo in Russia in cerca di una delle più spietate serial killer donna.
Correva l’anno 1730 quando venne alla luce Dar’ja Nikolaevna, chiamata anche l’Orchessa, appartenente all’importante e ricca famiglia dei Saltykov di Mosca.
Del tutto analfabeta (non sapeva firmare neppure i documenti ufficiali), nonostante la grande ignoranza, sin da giovane si fa subito apprezzare nei circoli aristocratici, dove conosce e sposa Gleb Alekseevich Saltykov, un capitano delle guardie del reggimento di cavalleria, dal quale avrà due figli maschi. La sua vita coniugale si conclude bruscamente a causa della morte del marito nel 1756, quando lei ha soltanto ventisei anni. Una ricca e giovane vedova.

Durante il periodo del matrimonio nessuno notò in lei segni di squilibrio o di violenza, anzi veniva riconosciuta da tutti come una donna pia che donava alle chiese e i monasteri ed impegnata ad aiutare i poveri.

Dopo la morte del marito Saltykova conobbe un uomo, Nikolay Tyutchev, e se ne innamorò. Solo più tardi scoprì che Nikolay intratteneva una seconda relazione con una ragazza più giovane e che i due si sposarono in segreto. Accecata dalla rabbia, Saltykova tentò di uccidere i due amanti che però riuscirono a fuggire e a salvarsi.

Da quel giorno il temperamento della Orchessa mutò radicalmente. Iniziò a scaricare la propria rabbia sui servi, spesso giovani ragazze; più erano giovani e più le odiava. Torturava fino alla morte bambine e giovani madri incinta, spezzava loro le ossa, le gettava fuori casa nude nel gelido inverno russo, versava loro acqua bollente e altre torture sanguinolente. Non era solita uccidere gli uomini, ma capitò di uccidere tre mariti delle ragazze.

Si pensa possa aver ucciso dalle 38 alle 139 ragazze.

Nell’estate del 1762 i servi Sakhvely e Ermolay, che avevano perso le mogli picchiate a morte da Saltykova, scrissero all’imperatrice Caterina II nella speranza che prendesse provvedimenti contra l’Orchessa. L’imperatrice ordinò che si facesse luce sulle possibili torture e omicidi avvenuti e emanò un fermo contro Saltykova. Venne arrestata nel 1762 e tenuta in custodia per 6 anni, mentre gli investigatori raccoglievano prove e testimonianze da parte dei servi. Pochi parlarono per timore che l’Orchessa potesse ucciderli una volta libera.

Alla fine Saltykova venne accusata ufficialmente dell’omicidio di 38 ragazze, sospettata di 139 morti, tra cui due bambine di 10 e 12 anni.

Nell’ottobre del 1768, poichè la pena di morte era stata abolita nel 1754 in Russia, Saltykova venne condannata all’ergastolo. Prima di essere trasferita a vita nel seminterrato di un convento però, venne incatenata per un’ora in mezzo alla Piazza Rossa di fronte alla folla con al collo un cartello con la scritta: “Questa donna ha torturato e ucciso”.

Elisa Claps
storie vere,

L’omicidio di Elisa Claps

no comment

Aveva solo 15 anni quando Elisa è stata uccisa e il suo corpo nascosto per 17 anni nella soffitta della chiesa della Santissima trinità a Potenza. Il suo caso, coperto dal segreto di Stato, coinvolge la Chiesa, la magistratura e Danilo Restivo, un giovane ragazzo problematico, ma innocuo. La famiglia Restivo viveva nel comprensorio del seminario, accanto alla Chiesa, e grazie al padre, avvocato, scultore, pittore e uomo carismatico apprezzato dalla comunità, le “bravate” del figlio Danilo venivano tollerate. Come quando entrando in una stanza diceva “arrivederci”, invece di salutare, come quando, armato di forbici che portava sempre con sé, sui pullman cittadini si appostava dietro alle ragazze per tagliar loro ciocche di capelli che custodiva gelosamente nella sua stanza. Più di una volta l’avvocato Restivo era intervenuto in soccorso di quel figlio difficile. Lo aveva fatto nel 1986, quando un Danilo 14enne, era stato denunciato per aver ferito con un coltello un ragazzino. Lo aveva attirato in un container del seminario insieme alla cugina, lo aveva bendato e poi, dopo aver calzato un guanto da cucina gli aveva tagliato il collo con un trincetto. La ragazzina aveva avuto la prontezza di spingerlo a terra e trascinare via il cugino. La ferita fu medicata con alcuni punti.

Lo protegge anche quando viene denunciato per stalking. È il 1992. Le sue vittime in quegli anni erano alcune studentesse universitarie che abitavano davanti alla casa dei Restivo in viale Marconi, a Potenza. Alcune erano amiche della sorella Anna e per questo i loro numeri di telefono erano finiti nella mani di Danilo. Le chiamava decine e decine di volte facendo ascoltare solo le loro voci registrate, inviava loro delle lettere, alcune sconce, altre romantiche, tutte inquietanti. A una di loro mandò un carillon che suonava il brano Per Elisa. Il processo si concluse con un patteggiamento, in casa Restivo fu installato un contascatti al telefono. Danilo non amava le donne, le desiderava e le tormentava, le mutilava tagliando le loro chiome.

Tutto questo Elisa non poteva saperlo. Da un anno la assillava con un corteggiamento serrato, ma lei, pur avendolo respinto più volte, non aveva il coraggio di interrompere i contatti, così, quando l’11 settembre, di sabato, le propose di vedersi l’indomani perché voleva darle un regalo, da quella ragazzina ingenua che era Elisa non seppe resistere. Per l’indomani, domenica 12 settembre 1993, la famiglia Claps aveva programmato di pranzare nella casa di campagna nell’agro di Tito. I genitori e uno dei fratelli di Elisa si sarebbero avviati alle 10 del mattino mentre Elisa e l’altro fratello, Gildo, li avrebbero raggiunti a ora di pranzo, intorno alle 12, insieme a Eliana De Cillis, amica di Elisa. Le due ragazze uscirono da casa Claps intorno alle 11 e 15 dicendo a Gildo che sarebbero andate in chiesa, ma era una bugia, perché Elisa aveva appuntamento con Danilo. Le due ragazze si avviarono in via IV novembre, ma giunte alla piazza di Mario Pagano si divisero. Elisa aveva concordato di incontrarsi con Restivo alla chiesa della Santissima Trinità, dove entrò con lui. E non uscì, non uscì più.

Qualche ora dopo Danilo si presentò all’ospedale, con un taglio sul dorso della mano e i vestiti sporchi di sangue. “Sono caduto”, disse il ventunenne ai medici. Alle quattordici la famiglia Claps entrò in allarme, le ricerche di Elisa cominciarono dappertutto. Emerse quasi subito, perché fu proprio Danilo Restivo a dire agli inquirenti che Elisa quel giorno aveva appuntamento con lui e che erano entrati insieme nella Chiesa della Santissima Trinità. I genitori e il fratello di Elisa avevano già fatto il nome di Restivo a Felicia Genovese, il pubblico ministero incaricato del caso, e avevano raccontato di come Elisa lo considerasse un corteggiatore assillante e molesto. I giorni passavano, ma di Elisa non c’era nessuna notizia. Don Mimì Sabìa nei giorni seguenti si allontanò, come programmato, per un breve periodo di riposo e chiuse la Chiesa, che rimase chiusa anche agli inquirenti.

Mentre le indagini su Elisa Claps procedevano a rilento, un’altra inchiesta venne aperta dal magistrato De Magistris e si chiamava “Toghe lucane” e metteva sotto la lente la condotta dei magistrati della Basilicata, in ordine a una ipotesi di manipolazione di alcuni procedimenti giudiziari a favore di un comitato politico affaristico locale, rinsaldato da legami di tipo massonico, di cui sarebbero stati garantiti e favoriti gli interessi, anche a costo di ‘aggiustare’ i processi. In particolare, Genovese e suo marito Cannizzaro, affiliato alla Massoneria, erano sospettati di condizionare “procedimenti penali in cui risultavano interessati avvocati a loro “vicini”,
L’indagine di de Magistris si incrociò con quella sul caso Claps, quando si trattò di verificare la condotta del pm Genovese all’interno delle indagini sulla scomparsa della ragazza. Il caso passò dunque direttamente alla Procura di Salerno, che ripartì da zero.

In mano, il pm Rosa Volpe, aveva solo quello che Genovese aveva trovato nell’ambito delle sue investigazioni: niente. Non erano stati sequestrati vestiti sporchi di sangue dell’unico sospettato (e mai indagato dalla Genovese), non era stata effettuata una perquisizione nella sua casa né nella chiesa. Non era stata disposta una perizia psichiatrica su Restivo, nonostante mostrasse chiari segni di una personalità disturbata. Da qualsiasi punto di vista si guardasse l’indagine si vedevano solo lacune e omissioni. Intanto “Toghe lucane” si conclude in una bolla di sapone, de Magistris viene trasferito per incompatibilità territoriale e la posizione degli indagati, archiviata.
Nel 1998 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri arrivò una segnalazione del Sisde sul coinvolgimento di Danilo Restivo. Proprio sul caso Claps stava indagando Anna Esposito, dirigente della Digos, trovata morta nella sua casa potentina, il 12 marzo 2001. La poliziotta venne trovata impiccata con una cintura di cuoio fissata sulla maniglia di una porta dell’appartamento, a un metro e tre centimetri di altezza. L’autopsia evidenziò traumi e fratture, ciononostante il caso, dopo una breve indagine che vide indagato il compagno della vittima, il giornalista Rai, Luigi di Lauro, fu archiviata. Non fu approfondito il fatto che alcuni colleghi della donna si precipitarono nell’appartamento prima dell’arrivo del giudice inquinando la scena, né fu giustificata la scomparsa di alcuni fogli dall’agenda della Esposito. Alcuni giorni dopo avrebbe dovuto incontrare Gildo Claps, per aggiornarlo su alcune novità. Negli anni a venire altri tre testimoni del caso moriranno in circostanze misteriose.

Nel frattempo Danilo Restivo, pur essendo implicato nella vicenda, fu lasciato libero di andare a Napoli per un concorso e qualche tempo dopo, con il diploma di odontotecnico che aveva a fatica conseguito in un istituto privato all’età di 21 anni dopo il fallimento prima al liceo scientifico e poi all’istituto tecnico, fu mandato dalla famiglia fuori città. Per tutto il tempo che era rimasto a Potenza, in cui era stato additato da tutti come un mostro, aveva tentato diverse volte di depistare le indagini. Nel 1999, da una postazione computer di un sala giochi della città, partì una mail diretta all’indirizzo di posta che la famiglia Claps aveva creato per raccogliere le segnalazioni. Nel massaggio si leggeva che Elisa stava bene, era in Brasile e non voleva essere cercata. Sul sito web il popolodellarete.it compare un post dal titolo “Aiutiamo Danilo Restivo” in cui vengono proposte teorie su presunti complotti ai suoi danni, post di cui si scoprirà essere proprio Restivo l’autore. Intanto a Potenza qualcuno aveva cancellato dalla targa all’esterno della Basilica della Trinità la parola ‘santissima’ e pensava che don Mimì avesse tenuto per sé segreti inconfessabili mentre qualcun altro additava Restivo come mostro. Per sottrarlo a quel clima suo padre gli trovò un lavoro a Roma, ma non resistette a lungo, e si trasferì quindi a Rimini, da dove fuggì un’altra volta dopo l’ennesima denuncia. In questo periodo continua a molestare donne e a nutrire la sua parafilia, arrivando a collezionare ciocche di capelli di ogni tipo, ma non solo. In casa sua a Potenza una perquisizione della DIA aveva trovato foto che ritraggono Danilo in posizioni oscene con donne affette da malformazioni fisiche. La sua perversione peggiora di anno in anno, lontano da casa e dal controllo dei parenti. Le sue vittime sono tutte donne afflitte da gravi difetti fisici, fragili, manipolabili. Inizia una relazione virtuale con Fiamma Marsango, una donna di 15 anni più vecchia di lui, fortemente obesa e residente a Bornmouth, nel Regno Unito. Si trasferisce da lei e la sposa.

Si stabilisce nell’appartamento di lei di fronte a quello di Heather Barnett, madre separata di due figli di 11 e 14 anni, di professione sarta. Anche Heather finisce nelle mire di Restivo che si presenta a casa sua dicendo, nel suo inglese stentato, di voler commissionare delle tende per la camera di sua moglie Fiamma. Qualche giorno dopo, il 12 novembre, 2002, la Barnett viene trovata dalla figlia riversa nel suo bagno, con il reggiseno strappato, i seni mutilati, la testa staccata dal collo. Nelle mani ha delle ciocche dei suoi capelli e ciocche di capelli sconosciute.

Gli inquirenti britannici lo mettono in sorveglianza per un lunghissimo periodo di tempo e lo sorprendono a spiare delle donne al parco. Restivo, però, è astuto e ha una risposta ragionevole anche quando lo fermano e nella sua auto trovano una borsa con guanti coltelli e un cambio abito, una specie di kit del serial killer.
Intanto in Italia don Mimì è morto e la chiesa è passata nelle mani del giovane don Wagno, che il 17 marzo del 2010, avverte le autorità per una macabra scoperta, fatta dagli operai venuti a controllare una perdita d’acqua, nel sottotetto della canonica. Sotto un mucchio di tegole c’è un corpo mummificato, accanto al quale giace un vecchio paio di occhiali, ovali. Dopo diciasssette anni Elisa esce finalmente dalla chiesa della Santissima Trinità, confermando quello che tutti avevano sempre sospettato, ovvero che l’anziano sacerdote custodisse in soffitta il corpo della ragazza uccisa da Restivo. Era stata accoltellata 13 volte, ma i medici non furono in grado di stabilire se avesse subito violenza sessuale; lo stato dei suoi resti non permetterà mai di saperlo. Quel giorno di 18 anni prima, Elisa era stata spinta in soffitta da Danilo Restivo, che tentò di violentarla, strappandole i vestiti, e la uccise.

Nel frattempo nel Dorset i giudici potevano finalmente processare Restivo per l’omicidio di Heather, essendo emerso, grazie al ritrovamento di Elisa, un modus operandi che bollava i due delitti come frutto della medesima mano. Anche a Elisa erano state tagliate delle ciocche, come a decine di ragazze potentine pronte a confermarlo. Il 30 giugno 2011 Danilo Restivo venne condannato all’ergastolo dalla Crown Court di Winchester per l’omicidio della 48enne, Heather. L’8 novembre 2011, presso il Tribunale di Salerno si celebrava con rito abbreviato il processo a carico di Restivo, per l’omicidio di Elisa Claps. Essendo prescritti tutti i reati più gravi venne chiesta la condanna a trent’anni di carcere.

“L’unico prete in grado di sapere – commentò la sentenza Filomena Iemma, la madre di Elisa – non ha potuto fare tutto da solo. È arrivato il momento di pulirsi la coscienza”. Venne avviata una inchiesta bis all’interno della quale furono processate per falsa testimonianza le due donne delle pulizie della Chiesa della Santissima Trinità, sospettate di essere a conoscenza della presenza del corpo di Elisa nel gennaio 2010, insieme a don Wagno.

Dopo ventiquattro anni la famiglia di Elisa attende ancora di sapere chi e perché insabbiò l’omicidio di una studentessa di 15 anni, ingenua e perbene.

anthony hardy camden ripper
storie vere,

Anthony Hard, lo squartatore di Camden

no comment

Londra non solo possiede un certo fascino dark senza tempo, ma si presta perfettamente come ambientazione a quella tipologia di serial killer denominati “squartatori”. Il caso di stasera parla di Anthony John Hardy,

Nasce il 31 maggio 1951 a Burton Upon Trent, città sul fiume Trent nell’East Staffordshire, prossima al confine con Derbyshire, nel Regno Unito.

La sua è un’infanzia apparentemente ineccepibile, senza ombre nè segni premonitori, con eccellenti risultati negli studi che gli permettono, nonostante le umili origini (in quanto figlio di un minatore), di conquistare con successo un posto da studente all’ambito Imperial College di Londra, dove consegue una laurea in ingegneria meccanica.

Dopo la brillante carriera di studi, Hardy trova impiego come responsabile in una grande impresa in Inghilterra.

Padre di 4 figli, ha alle spalle un matrimonio con Judith Dwight, la donna che per prima lancerà pesanti accuse all’indirizzo del serial killer. Con quest’ultima si sposa nel 1972 e il matrimonio è interrotto dal divorzio, formalizzato nel 1986, scaturito da presunti atti di violenza domestica contestati dalla Dwight.

Pochi anni prima, nel 1982, Hardy viene incriminato per il tentato omicidio della moglie, in Tasmania (dove si è trasferito da tempo con la famiglia).

Le accuse a suo carico, tra cui la più grave è quella di aver tentato di annegare la consorte nella vasca da bagno, dopo averla colpita violentemente alla testa con una bottiglia, però, cadono per insufficienza di prove e viene definitivamente scagionato.

Dopo la conclusione della vicenda giudiziaria, prima viene curato in un famoso ospedale psichiatrico del Queensland australiano, poi fa ritorno, da solo, in Inghilterra.

Il divorzio del 1986 costituisce per Hardy lo spartiacque ufficiale tra una personalità apparentemente “normale” e un’identità profondamente segnata da un disturbo bipolare conclamato che lo porta in breve tempo, nel volgere di pochi anni dopo la fine del matrimonio, a continui ricoveri in diversi ospedali psichiatrici.

Il ritorno della ex moglie e dei figli in Inghilterra segna l’inizio di una serie di atti persecutori e molestie che costringono le autorità inglesi a emettere un’ordinanza restrittiva nei confronti dell’uomo, cui segue l’arresto per violazione del dispositivo. Successivamente scarcerato, torna in cura per gli ormai sempre più gravi disturbi di personalità.

Terminato il secondo ricovero e perso definitivamente il lavoro, Anthony Hardy intraprende una vita da uomo di strada, fatta di stenti e contrassegnata da una inarrestabile caduta nel vortice dell’abuso di alcol e droghe che contribuirà a farlo ammalare di diabete.

 

Tra il 1998 e il 2000 Hardy colleziona 3 accuse di stupro, mosse da altrettante prostitute, cui però non segue alcuna incriminazione.

All’uomo viene somministrato un trattamento terapeutico in un’altra clinica psichiatrica, prima di trovare una residenza più o meno stabile in un alloggio popolare a Camden, un quartiere londinese noto per i suoi mercati (Camden Market).

Sarà l’inizio una caduta libera che porterà al tragico e sanguinario epilogo omicidiario di un profilo criminale sino ad allora legato a reati di natura minore.

È il 17 dicembre 2000 quando un passante scorge il corpo di una donna, sezionato in due parti, a galla nel fiume Tamigi.

Passano pochi giorni e le autorità arrivano a dare un nome alla vittima: si tratta di Zoe Louise Parker, prostituta 24enne. Per quella morte non si trova la firma dell’assassino, che resta, di fatto, impunito.

Poco più tardi, nel febbraio 2001, tre minorenni trovano un sacchetto incastrato nella folta vegetazione lungo le sponde del Regent’s Canal di Camden. Dopo averlo aperto, la macabra scoperta: al suo interno i resti di un cadavere fatto a pezzi.

Seguiranno intense operazioni di ricerca in quel tratto di fiume, con sessioni di dragaggio che portano gli inquirenti a scoprire altre 6 buste che contengono, come in un mosaico dell’orrore, le parti mancanti di quel corpo mutilato che si scoprirà appartenere a Paula Fields, 31 anni, prostituta con problemi di droga, originaria di Liverpool e da due anni a Londra, madre di 2 bambini.

Per questo brutale omicidio, i primi sospetti ricadono sull’ex fidanzato della donna, con rilevanti precedenti penali che però, da soli, non sono sufficienti a stabilirne con certezza i contorni di assassino. Il caso rimane aperto, senza precisi indizi sull’identità del killer.

 

Il 20 gennaio 2002, un anno dopo l’irrisolta morte delle due prostitute, un vicino di casa di Anthony Hardy segnala alla polizia che l’uomo ha versato dell’acido da batteria nella sua cassetta delle lettere. Giunti sul posto, gli agenti si dirigono verso l’appartamento di Hardy che, addobbato come un tempio satanista, attira da subito le attenzioni dei poliziotti.

L’uomo nega di poter aprire la porta della camera da letto, della quale sostiene di aver smarrito la chiave. Ma gli agenti la abbattono, scoprendo qualcosa di sconcertante: all’interno il cadavere di una donna, identificata in seguito come Sally Rose White, prostituta 38enne tossicodipendente.

Sul corpo della vittima, diverse escoriazioni, i segni di alcuni morsi e una profonda ferita alla testa.

Anthony Hardy viene arrestato, senza però subire una condanna per omicidio: l’esame autoptico sul corpo della donna descriverà un infarto come causa del decesso, sollevando di fatto Hardy da ogni presunta responsabilità. Le autorità dispongono che l’uomo, comunque, venga inserito in una struttura sanitaria a St. Luke per accertamenti sulla sua salute mentale.

Ne consegue una diagnosi di “pericolosità” sociale tale per cui il dottor Alan Stuart-Reid, che si occupa del caso clinico di Hardy, sollecita che l’uomo venga internato. Ma si tratta di un parere medico del tutto inutile a incastrare il profilo di Hardy in quello di un potenziale assassino, tanto che nel novembre 2002 avviene il suo rilascio definitivo.

 

È il 30 dicembre 2002: un clochard rovista in un cassonetto in Royal College Street (quartiere di Camden) e si imbatte in un sacco che attira la sua curiosità. All’interno, quel che rimane di un corpo di donna.

Il senzatetto porta la busta in ospedale, e la successiva segnalazione alla polizia permette una battuta di ricerche nell’intera area, con il conseguente ritrovamento di altre 8 buste contenenti pezzi di gambe e metà torso di due diverse donne.

In un altro cassonetto, a un centinaio di metri dal luogo della prima scoperta, l’altra metà del torso femminile, un braccio destro, uno sinistro, un piede.

Le indagini portano con celerità ad Anthony Hardy, aprendo il sipario su uno scenario inquietante. L’uomo risulta scomparso da diversi giorni, ma i vicini segnalano che a ridosso del Natale il forte rumore di una sega elettrica li aveva tenuti spesso svegli.

La polizia abbatte la porta dell’abitazione, trovando l’appartamento completamente sporco di sangue, in soggiorno una sega elettrica con la lama incrostata di carne e ossa. Centinaia di riviste pornografiche, una scarpa con tacco a spillo e un torso di donna infilato nel contenitore della spazzatura fanno da corollario a una scena senza precedenti.

La caccia all’uomo scatta immediatamente, forte del fatto che il diabete di Hardy, prima o poi, lo costringerà giocoforza a necessitare di un supporto sanitario.

Effettivamente, il 1° gennaio 2003 Hardy chiede dei farmaci in un pronto soccorso. Riesce, però, a dileguarsi poco prima dell’arrivo di una pattuglia, ma senza medicinali.

Costretto a riprovare, il giorno seguente si reca al Great Ormond Hospital, dove viene arrestato: l’incubo dello “Squartatore di Camden” termina così il 2 gennaio 2003.

Seguono indagini serrate per risalire all’identità delle due donne uccise e fatte a pezzi: l’impresa si rivela piuttosto ardua in quanto il killer ha fatto sparire la testa e le mani di entrambe.

Saranno i numeri di serie nelle protesi al silicone nei seni di una delle vittime a fornire il chiaro indirizzo verso la risoluzione del giallo intorno a una delle due. La scientifica arriva così a identificare Elizabeth Selina Valad, 29 anni, finita nel tunnel della droga e della prostituzione dopo alcune vicende personali travagliate.

I resti della seconda donna rinvenuti nel cassonetto vengono identificati grazie al test del DNA: riconducono a Brigitte McClennan, 34 anni, prostituta.

Hardy confessa i due omicidi e quello di Sally White, il cui decesso, in prima battuta, era stato attribuito a un infarto.

La confessione contiene anche una descrizione della dinamica: l’assassino seriale dichiara di averle strangolate dopo un rapporto sessuale, in seguito di averle fotografate con addosso calzini da uomo, un berretto da baseball, una maschera da diavolo e un vibratore inserito in vagina.

È il resoconto senza filtri di crimini agghiaccianti, dei quali vengono reperiti i negativi di 44 scatti, inviati preventivamente a un amico dallo stesso Hardy, quasi a preservare una memoria tangibile degli orrori commessi.

Nel novembre 2003 si apre il processo a carico di John Anthony Hardy, l’uomo che per tutti ormai, in Inghilterra, è stato etichettato con il macabro soprannome di The Camden Ripper.

In aula emergono ulteriori dettagli sui delitti: le vittime, dopo le fotografie scattate post mortem, sono state fatte a pezzi con la motosega nella vasca da bagno, poi gettate nella spazzatura.

Secondo le ricostruzioni investigative, è verosimile che al momento dell’irruzione degli agenti nell’abitazione di Hardy, cui è seguito il ritrovamento di Sally White, il serial killer fosse in procinto di fotografarla in pose oscene.

Nonostante il mancato ritrovamento dei pezzi mancanti dei corpi mutilati di tutte le donne, il 14 maggio 2010 Hardy viene condannato a 3 ergastoli, pena che sta tuttora scontando e continuerà a scontare fino alla morte: il suo è uno dei rari casi inglesi in cui il condannato non uscirà mai più dalla prigione.

Le analogie tra gli omicidi compiuti e quelli a lui non ascritti (di Zoe Parker e Paula Fields) sono tali da far pendere l’opinione pubblica in direzione di un’unica mano assassina, ma nessuna evidenza giudiziaria ha permesso di dichiarare Hardy colpevole anche di questi due omicidi.

Dylann Roof
storie vere,

Dylann Roof e la strage di Charleston

no comment

Erano le 21:05 del 17 giugno 2015 quando nella chiesa Africana Metodista Episcopale di Charleston entrava un giovane ragazzo di nome Dylann Roof. Improvvisamente, mentre tutti stavano pregando, Dylann estrasse un’arma da fuoco o cominciò a sparare verso i fedeli uccidendo 9 afroamericani, incluso il pastore e senatore di Stato C. Pinckney. Dopo la follia omicida, Dylann tentò la fuga che però durò solo un giorno; venne arrestato a Shelby nella Carolina del Nord.

Dylann nasce nel 1994 a Columbia, nella Carolina del Sud. Fu solo dopo il secondo divorzio del padre che Dylann cominciò a manifestare i primi segni di squilibrio: ossessionato dai videogiochi, iniziò a portare i capelli tagliati a scodella, cominciò a fumare marijuana e ad abusare di suboxone, uno stupefacente. Cambiò 7 scuole e nel 2010 decise di ritirarsi definitivamente.

Cominciò a vivere prima a casa della madre, poi del padre e, infine, da un amico, chiudendo ogni possibile rapporto col padre. Senza lavoro, patente e l’impegno della scuola, Dylann trascorreva le giornate tra alcol e droga.

Ha confessato di aver commesso la strage nella speranza di scatenare una guerra razziale. Tre giorni dopo la strage, un sito web, The Last Rhodesian, venne scoperto e successivamente venne confermata l’appartenenza a Dylann. Il sito conteneva foto con Dylann in posa con simboli della supremazia bianca e Neo-Nazisti.

Dylann, prima della strage, aveva avuto già due precedenti con la polizia: la prima volta nel 2015 quando entrò in un centro commerciale vestito tutto di nero e rivolgendo domande scomode alla clientela e dipendenti. La seconda volta, poco dopo il primo arresto, venne trovato all’interno di un’auto con una presa da avambraccio per un fucile AR-15 e sei caricatori scarichi. Alla polizia dichiarò di voler acquistare un AR-15 ma di non aver abbastanza soldi.

Non fu arrestato perché possedere un’arma non è illegale nella Carolina.
Roof è stato accusato di nove omicidi, tre tentati omicidi e possesso d’arma da fuoco durante un crimine violento. È stato anche accusato di crimini d’odio per i quali rischia la pena di morte.

Giudicato colpevole per 33 capi d’accusa, il 10 gennaio 2017 è stata confermata la pena di morte.

 

Austin-Harrouff3
hot line news, storie vere,

Austin Harrouff – L’adolescente cannibale

no comment

Austin è uno studente universitario, gioca a football americano e ha una passione per il body building. I genitori lo descrivono come una brava persona e un ragazzo d’oro.

Cosa l’ha spinto allora, lo scorso agosto, ad attaccare due persone con un coltello e a mangiare la faccia di una delle due vittime?

Se all’inizio si era pensato all’uso di sostanze allucinogene, come la famosa flakka o i “sali da bagno”, dopo gli esami tossicologici altre opzioni devono essere prese in considerazione. Dagli esami effettuati non risulta infatti nessuna sostanza allucinogena, solo piccole tracce di marijuana. Ma cosa è successo esattamente lo scorso agosto?

Il giorno dell’attacco, Austin si comportava in modo strano. Era irrequieto, diceva cose senza senso e la madre l’ha trovato mentre mangiava olio da cucina mischiato a formaggio. Dopo questo insolito pasto, il ragazzo è uscito di casa e la madre, preoccupata, ha allertato la polizia. Ecco cosa ha detto all’operatore del 911:

“Mio figlio è uscito di casa e sono preoccupata per la sua sicurezza. Si sta comportando in modo strano. Sembra un po’ delirante. Negli ultimi tempi abbiamo notato un suo cambiamento. Oggi era fuori a cena con suo padre e se ne è scappato via. Dice di sentirsi immortale, come un super eroe. Non so cosa gli stia succedendo. Ha con sé solo un coltello a serramanico.”

 

Ed è proprio con quel coltello che poco dopo Austin ucciderà una coppia che stava in garage, a guardare la televisione come spesso accadeva. Le vittime sono John Stevens, di 59 anni, e sua moglie Michelle Mishcon, di 53. Quando la polizia è arrivata sul posto ha trovato il ragazzo, senza pantaloni, chino su John, già morto, intento a mangiargli la faccia. I poliziotti hanno intimato al ragazzo di allontanarsi e l’hanno colpito più volte con un taser. Tuttavia il ragazzo non si staccava dal cadavere a cui, nel frattempo, aveva cominciato a staccare pezzi di pelle dal ventre.

E’ stato solo dopo l’intervento di un cane poliziotto, che ha cominciato a mordere Austin, che quattro poliziotti sono riusciti a portarlo via. Dopo essere stato fermato dalla polizia, il ragazzo ha detto:

“Aiutatemi, ho mangiato qualcosa di cattivo”

Poi ha ammesso che si trattava di carne umana e ha sputato un pezzo di pelle di John.

Il ragazzo aveva bruciature all’esofago provocate, forse, dall’ingestione di alcune sostanze chimiche trovate nel garage della coppia ed è stato ricoverato in ospedale dove è rimasto per due mesi.

 

La famiglia ha ammesso che il comportamento di Austin era cambiato nelle due settimane precedenti all’attacco. Ad esempio, il giovane aveva spostato il suo letto in garage in quanto sosteneva che la casa fosse piena di demoni. La sorella del ragazzo invece ha dato agli inquirenti un file audio in cui il fratello dice:

“Tutto questo dolore e questa tristezza perché risolvo tutti i problemi che ha la gente”

Poi racconta di averlo trovato una notte che girava per casa, sostenendo di avere il potere di aprire le porte chiuse a chiave. Un amico invece, racconta di come qualche giorno prima dell’attacco Austin gli abbia detto di essere mezzo umano e mezzo animale. Forse la tragedia si sarebbe potuta evitare se i genitori e gli amici di Austin Harrouff avessero allertato prima le autorità o se avessero portato il giovane in ospedale. La famiglia del ragazzo si dice molto dispiaciuta per l’accaduto e sostiene che il “vero” Austin non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Data l’assenza di sostanze allucinogene nel sangue di Austin, l’unica altra ipotesi plausibile è una malattia mentale.

Attualmente sta scontando l’ergastolo per due omicidi di primo grado. Non è stata presentata la richiesta per la pena di morte.

Byron-Smith
hot line news, storie vere,

Byron David Smith – (Vero video & Registrazione dell’omicidio)

no comment

(ATTENZIONE, sentire l’audio di un omicidio in diretta potrebbe non essere adatto a chiunque)

Il particolare della storia di oggi è una registrazione audio nella quale è possibile sentire l’omicidio in diretta di due ragazzi: Haile Kifer, 18 anni, e Nicholas Brady, 17 anni, il cugino.

L’omicidio avvenne il giorno del ringraziamento, il 22 Novembre del 2012 a Little Falls, Minnesota. Haile e Nicholas si intrufolarono di nascosto nell’abitazione di David Smith, un addetto alla sicurezza di 65 anni, pensando che la casa fosse vuota. I due si recarono poi verso il seminterrato non sospettando che Smith fosse lì ad attenderli impugnando una Revolver .22. Nicholas fu il primo a scendere e venne immediatamente raggiunto da due colpi di pistola al petto e da un terzo colpo al viso dopo essere caduto dalle scale. Poco dopo aver sentito gli spari, temendo per l’incolumità del cugino, anche Haile raggiunse le scale del seminterrato dove venne colpita da un colpo singolo. La ragazza capitombolò lungo le scale raggiungendo il seminterrato dove c’era Smith ad attenderla. La guardò e dopo aver sbloccato la pistola inceppata, le sparò alcuni colpi nel petto. Ancora viva, la trascinò vicino al corpo del cugino, e le sparò sotto al mento. A questo punto Smith attese il giorno dopo prima di chiamare la polizia affermando che non voleva disturbare gli agenti per il giorno del Ringraziamento.

La registrazione video e audio dell’omicidio venne fornita dallo stesso Smith che possedeva un sistema di sorveglianza all’interno della casa; pensò che potesse essere una prova per giustificare la legittima difesa e raccontò l’accaduto nei minimi dettagli. Nella sua dichiarazione Smith confessò:

“Se stai tentando di sparare a qualcuno e quel qualcuno ti ride in faccia, allora gli spari ancora”. Ma la verità è che non esiste nessuna risata nella registrazione, ma solo una ragazza in lacrime e terrorizzata dire: “Oh mio Dio!”.

Il 29 Aprile 2014 Smith venne trovato colpevole di due capi d’accusa per omicidio di primo grado con l’aggravante della premeditazione e condannato all’ergastolo.

L’accusa dimostrò come “la legittima difesa non ti permette di giustiziare qualcuno quando non rappresenta più una minaccia”.

Il professore di Legge Joseph Olson dichiarò: “Penso che il primo colpo fosse giustificato. Dopo che la persona, seriamente ferita, non rappresenta una minaccia, la legittima difesa non è più applicabile”.

Qui trovate l’audio dell’omicidio:

I tre di Memphis
hot line news, storie vere,

I Tre di West Memphis

no comment

Ci troviamo a West Memphis, popolosa città della Contea di Crittenden, in Arkansas, un paese fanatico religioso dove la noia fa da padrone.

E’ il 5 maggio del 1993 quando Christopher Mark Byers, James Michael Moore e Steve Edward Branch, compagni di classe alla Weaver Elementary School che tutti i pomeriggi si incontrano per giocare insieme, spariscono nel nulla.

Passano le ore, arriva sera e i piccoli non tornano a casa. I genitori terrorizzati avvertono immediatamente la polizia che avvia le prime ricerche. I 3 bambini vengono ritrovati la mattina dopo, verso le 14, in una zona boscosa a Robin Hood Park.

Da un fossato spuntano tre corpicini nudi, orrendamente mutilati, con le braccia e le gambe legati. Stevie Micheal e Chris sono stati legati, picchiati brutalmente e annegati. Inizialmente si pensa che il piccolo Chris, il cui cadavere è irriconoscibile, sia stato mutilato e evirato dagli assassini, ma si scoprirà poi che il corpo del piccolo è stato attaccato da pesci e tartarughe del fossato, che ne hanno strappato le carni.

Per la popolazione del posto non c’è alcun dubbio: è stato il Diavolo, Satana in persona a fare tutto questo; oppure un culto satanico da parte di qualche deviato…ma chi?

Il 3 giugno, tre ragazzi del posto, uno di 18 anni e gli altri due di 17, la cui unica colpa è quella di ascoltare musica metal, vengono arrestati per l’omicidio dei piccoli. Si fa strada la teoria che i tre metallari abbiano ucciso in un macabro rituale satanico, conservando anche un feticcio delle loro vittime. I testicoli di Christofer, accusa il patrigno del bambino, sarebbero stati mutilati e conservati sotto formaldeide all’interno di un barattolo nella stanza da letto di uno di questi.

Damien Echols, uno dei tre, è un ragazzo solitario, taciturno, affetto da depressione (ha già tentato il suicidio un paio di volte). Il giovane indossa sempre un lungo impermeabile di pelle nera e ha un tatuaggio a forma di pentacolo sul petto. Il tenente gli tende una trappola e gli chiede perché, secondo lui, l’assassino avrebbe infierito in quel modo sui tre bambini. Damien ammette che, in effetti, le ferite sono brutte e ne descrive qualcuna. Il tenente si rende conto che quelli sono particolari che possono sapere solo la Polizia e l’assassino.

Per la polizia non c’è dubbio: lui, insieme ai due suoi amici Jessie e Jason, sono gli assassini. I 3 vengono arrestati e soprannominati “I 3 di West Memphis”.

Le prove contro di loro sono:

  • Fibre che li collegano a Robin Hood Park
  • Un coltello a serramanico compatibile con quello utilizzato per uccidere i bambini
  • Materiale satanico rinvenuto a casa dei tre
  • La testimonianza di una donna che li avrebbe sentiti dire in giro che avrebbero ucciso alcuni bambini
  • La testimonianza di una vicina che racconta di riti pagani

Jessie, il più piccolo e impaurito dei 3, sotto pressione della polizia, confessa: quel giorno si sono recati al parco, hanno legato i 3 bambini e li hanno uccisi. Confessa anche di partecipare a riti satanici e orge.

Il caso è chiuso! Jessie viene condannato a 20 anni perchè minorenne, Jason all’ergastolo e Damine, maggiorenne, alla pena di morte tramite iniezione letale.

Ma siamo ben lontani dalla verità e per fortuna qualcuno ha preso a cuore il loro caso. Una frangia innocentista si solleva in tutt’America, trovando l’appoggio anche di personaggi famosi tra cui: Eddie Vedder, Winona Ryder, Marilyn Manson, Peter Jackson e Johnny Depp che divenne uno dei migliori amici di Echols, tanto da tatuarsi lo stesso disegno sul braccio.

La difesa sostiene che la confessione di Jessie, che possiede un QI di 72, sia stata estorta psicologicamente. Sostiene inoltre che la scientifica entrò in campo solo 8 giorni dopo l’uccisione dei piccoli, quando ormai la scena del crimine era stata contaminata da parenti, curiosi e giornalisti. Infine, il paese è piccolo e le voci girano pertanto i dettagli dell’uccisione erano sulla bocca di tutti, anche di Damien.

Grazie a queste prove, i 3 ragazzi sono stati scarcerati nel 2012.

Vi starete chiedendo: perchè 18 anni e 78 giorni dopo? Ebbene, pare che esista una legge in America, chiamata Alford plea, dove l’imputato non si dichiara colpevole, ma è consapevole e ammette che l’accusa ha fornito prove a sufficienza per ottenere un verdetto di colpevolezza.  In questo modo sconterà una pena ridotta in carcere e non potrò chiedere un risarcimento allo Stato una volta uscito.

Fritz Haarman – Il macellaio e vampiro di Hannover
storie vere,

Fritz Haarman – Il macellaio e vampiro di Hannover

no comment

È il 1918, la Prima guerra mondiale è appena finita e nella Germania dilaniata e sconfitta che conta sette milioni di caduti, ci sono otto milioni di disoccupati e la fame uccide almeno un altro milione di persone.
Nei bassifondi di Hannover un lupo solitario caccia, uccide e sbrana come una belva furiosa.
Il suo nome è Friederich Heinrich Karl Haarmann, detto Fritz.
Trentanove anni, nato ad Hannover, nel 1918 abita in affitto nel retrobottega di un negozio inizialmente adibito ad ufficio, al numero 27 della Cellerstrasse.
È un commercianti di carni, ma il commercio non è regolare; Fritz è un contrabbandiere e le sue carni sembrano essere di prima scelta. La gente lo sa, ma nessuno dice niente perché si muore di fame.
Nessuno si lamenta neppure dell’eccessivo rumore che fa di notte nel retrobottega, quando sega le ossa e macella la carne.

È settembre, Fritz è al caffè Kröpcke e incontra Friedel – diciassettenne scappato di casa – in compagnia di due amici, Helmut e Hans. Si presenta loro come agente di polizia e poi fa intendere molto bene cosa vuole. I ragazzi lo seguono nel bosco e poi Friedel va con lui al numero 27 di Cellerstrasse.
Fritz si rivela un amante focoso. Lo schiaccia contro il letto e all’improvviso gli morde la gola. La trachea, compressa, provoca un infarto a Friedel e intanto Fritz stringe le mani intorno al collo e succhia il sangue fino a lasciare il ragazzo esanime.
Prende un secchio, poggia il cadavere sul pavimento, gli copre il volto con uno straccio, gli apre la pancia con un coltello, due tagli netti all’inguine e allo sterno, lo svuota dalle viscere e le getta nel secchio.
Fa altri tre tagli all’altezza delle costole, le afferra e tira verso l’alto fino a staccargliele. Asporta cuore, polmoni, reni e getta tutto nel secchio. Stacca la testa e le gambe, taglia la carne e la mette in una borsa di tela cerata. Taglia il pene in minuscoli pezzettini e nonostante provi orrore non riesce a farne a meno. La carne viene macellata e venduta, oppure la regala ai vicini che non fanno troppe domande.

12 Febbraio 1923.

Fritz Franke, giovane di diciassette anni viene adescato e ucciso “dall’agente” Fritz Haarmann alla stazione di Hannover.
Fritz lavora con i coltelli, con l’ascia, gli stracci e la bacinella e la borsa in cui mettere la carne.
Stacca la testa, fa lo scalpo, la avvolge con molti stracci così da non far rumore e la fa a pezzi picchiando col retro dell’ascia. Il cervello lo butta nel secchio e le ossa nel Leine.

Fritz procede a ritmo serrato con le uccisioni, così tante da non riuscire a tenerne il conto.

I vicini iniziano a sospettare, anche se Fritz è sempre gentile e vende un sacco di carne al ristorante della Singnora Engel, grasso conservato in bottiglia, salsicce fatte da Haarmann in persona. Tutto quel rumore, però, non convince. I viaggi avanti e indietro con i sacchi, verso la latrine comune dello stabile non convincono.

La vera svolta si avrà solo il 17 maggio 1924, quando dei bambini che giocano vicino al Castello trovano un teschio umano.
29 maggio 1924, il Leine restituisce un altro resto umano. Il 13 giugno affiorano altri due teschi sulle rive del fiume.
Un sacco contente ossa umane e un teschio viene trovato in un prato fuori città e si scatena il panico.
Si setaccia la città, viene bloccato il corso del Leine e vengono scoperti almeno cinquecento resti umani di persone comprese tra i quindici e i venti anni.
La polizia recupera le denunce a carico di Haarmann, le segnalazioni dei viavai e della carne a poco prezzo, dei vestiti venduti e indossati.
Haarmann il 22 giugno si reca dalla polizia, ignaro di essere indagato, per denunciare una lite avuta con un ragazzo che a sua volta ha denunciato Haarmann. Gli inquirenti prendono la palla al balzo e lo arrestano.
Gli agenti sequestrano la mansarda e tutti i vestiti presenti in essa, circa quattrocento, vengono esposti e le famiglie degli scomparsi ne riconoscono almeno cento.
Dopo lunghi interrogatori Fritz confessa gli omicidi.

Il 19 dicembre 1924 il processo si conclude e viene condannato per ventiquattro omicidi.
Il 15 aprile 1925 Fritz viene ghigliottinato.

3effd4f3-f193-4899-ac55-d6e843892962 (1)
storie vere,

Varg Vikernes – Il killer norvegese

no comment

Kristian Vikernes nacque l’11 febbraio 1973 a Bergen, un normale paesino norvegese, secondo figlio di Lars Vikernes e Lene Bore. Trascorse un’infanzia normale, trasferendosi anche per un breve periodo in Iraq per motivi legati al lavoro del padre.

Durante l’adolescenza intraprese la lettura dell’opera Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, che lo influenzò molto nella sua successiva produzione musicale, a partire dal nome del suo progetto: Burzum, infatti, è una parola del linguaggio nero che significa “oscurità”. Il fantasy ed i giochi di ruolo ebbero una certa importanza anche nel suo immaginario personale; Kristian infatti, nonostante le molte amicizie, preferiva la solitudine e trascorreva le giornate passeggiando nei boschi vicino casa, utilizzando la sua fantasia per popolarli di orchi ed altre creature dell’universo tolkieniano.

Il legame con il fratello diventò più forte dopo la separazione dei suoi, evento che comunque non lo segnò particolarmente.

Nel 1989 fondó la sua prima band, gli Uruk-hai. Contemporaneamente cominciò a suonare in altri gruppi, registrando diversi demo e facendosi conoscere nell’underground norvegese fino ad arrivare ad avere una fitta corrispondenza con Euronymous, leader dei Mayhem, nella speranza che quest’ultimo, possessore di una casa discografica, pubblicasse i suoi lavori.

In questo periodo, intorno al 1991, Burzum soggiornava nel retrobottega di un negozio di Euronymous e proprio in questo anno nacque la Inner circle.

Questa setta, composta appunto da Varg, Euronymous ed i frequentatori del negozio, aveva come obiettivo la distruzione di chiese e luoghi sacri del cristianesimo.

Dopo l’uscita del primo album, Burzum riscosse un’incredibile successo tanto da far preoccupare il leader dei Mayhem, il quale non gli diede la possibilità di pubblicare un secondo album, ma l’occasione di suonare nel suo gruppo.

Da qui in poi il rapporto tra i due peggiorò fino ad arrivare alla pianificazione dell’omicidio di Varg. Quest’ultimo, dopo aver saputo del piano da alcuni suoi amici musicisti, si recò immediatamente a casa di Euronymous armato di tre coltelli, una mazza da baseball, una baionetta ed un’ascia (a suo dire, senza l’intenzione di ucciderlo) .

Le dinamiche dell’omicidio non sono chiare. Si racconta che dopo la semplice domanda di Varg “perché vuoi uccidermi?” Fatta a Euronymous, i due iniziarono una colluttazione che terminó con la morte del leader dei Mayhem avvenuta con una coltellata inferta in pieno cranio.

Il mattino dopo Burzum venne raggiunto ed arrestato dalle autorità in seguito alle dichiarazioni di alcuni testimoni ed alle prove piuttosto evidenti, prima tra tutte, il contratto che Euronymous voleva proporre a Varg.

Fu condannato a 18 anni di carcere.

Durante la permanenza in prigione, continuó a pubblicare album grazie all’aiuto di una giornalista musicale italo tedesca interessata ai suoi lavori.

Scarcerato nel 2009, venne poi arrestato nel 2014 in Francia, insieme alla moglie, con l’accusa di star preparando una strage.

“Ovviamente speravo che il mondo venisse distrutto in una Terza Guerra Mondiale, in modo da ripartire di nuovo e costruire un qualcosa di migliore. Quindi, mentre attendevo, suonavo la chitarra nella mia cameretta. Faccio musica perché era troppo tardi per arruolarsi nelle SS”

pedro-rodrigues-filho
storie vere,

Pedro Rodrigues Filho l’assassino terribile del Brasile

no comment

Horror Stab condanna severamente tutte le azioni brutali descritte in questo articolo, lo stesso viene proposto senza nessun scopo di incitazione, ma solo per documentare fatti realmente accaduti.

Pedro Rodrigues Filho, soprannominato Pedrinho Matador (Pedrino assassino), nasce a Santa Rita do Sapucaí, 17 giugno 1954, e divenne un assassino seriale brasiliano, forse il più prolifico e brutale che lo stato del Brasile abbia mai avuto. Avrebbe commesso almeno 100 omicidi, di cui 71 accertati.

Pedro Rodrigues Filho nacque in una fattoria brasiliana situata a Santa Rita do Sapucaì nel 1954. I suoi genitori si chiamavano Pedro Rodriguez (che lavorava come guardiano della scuola locale) e Manuela; Filho aveva anche una sorella. Poiché il padre, un uomo violento e litigioso, in passato litigò con la moglie incinta e la colpì al ventre, Filho al momento della nascita aveva una lieve ferita sulla testa.

Della sua infanzia si sanno poche informazioni: durante una colluttazione con la sorella, questa lo spinse in una pressa che serviva a macinare la canna da zucchero e per poco non morì. Da piccolo trovò lavoro per un certo tempo in una piccola macelleria di pollame. Non andò mai a scuola e a 13 anni gli venne per la prima volta il desiderio di uccidere. Quando aveva circa 14 anni il sindaco di Alfenas, sparò a suo padre, che era stato accusato di rubare dalle mense scolastiche: egli sopravvisse e da lì a poco Filho avrebbe compiuto i suoi primi due omicidi.

Pedro, per vendicare il tentato assassinio, uccise il sindaco e un’altra persona che sospettava fosse il vero ladro. Successivamente si rifugiò nella località di Mogi das Cruzes, a San Paolo. Lì iniziò a compiere svariati furti e continuò a uccidere: le vittime erano solitamente spacciatori di droga. In questo periodo si mise a fare lo spacciatore per conto di un noto leader locale chiamato Bothina e si sposò con una donna, Maria Aparecida Olimpia, che morì assassinata dai trafficanti mentre era al settimo mese di gravidanza.

Durante il periodo da spacciatore uccise più di dieci persone, tra cui tre suoi compagni, il mandante dell’omicidio della moglie e diverse persone che rapì, torturò e uccise per farle confessare e arrivare all’aguzzino. Un giorno seppe che suo padre uccise sua madre Manuela con 21 colpi di machete.

Pedro, che anni prima lo vendicò, stavolta lo uccise, gli estirpò il cuore e gliene mangiò un pezzo. Al momento di questi omicidi, il killer non aveva ancora compiuto 18 anni.

In un periodo non precisato sua sorella finì uccisa, per cause sconosciute, da una persona non identificata. Pedro Filho invece fu arrestato il 24 maggio del 1973 e passò quasi tutta la vita nel carcere di Araquara, a San Paolo. Ma fu proprio nel carcere che uccise la maggior parte delle persone: ad esempio uccise e decapitò con un coltello un prigioniero, da lui accusato dell’omicidio di sua sorella; una volta venne accerchiato da 5 prigionieri che lo volevano linciare e lui li uccise tutti; un’altra volta uccise il suo compagno di cella perché russava troppo; la volta dopo ne uccise un altro ancora perché “non gli piaceva la sua faccia”.

In tutto solo nel carcere collezionò 47 vittime: quasi tutte le vittime collezionate nei carceri erano persone che provavano ad assalirlo o dei semplici prigionieri che lui trovava in giro. Prendeva di mira soprattutto quelli con un passato da violentatore. Solitamente uccideva le sue vittime o storcendogli il collo o prendendole ripetutamente a coltellate all’addome.

Tra i tatuaggi che Pedro ha sul corpo, ce n’è uno sul braccio sinistro che dice “ammazzo per piacere”: questo sarebbe il suo movente. Gli psicologi che lo esaminarono nel 1982 trovarono in lui grossi sintomi di malattia mentale quali paranoia, mancanza di rimorsi, asocialità e psicopatia.

Solo molto tempo dopo Filho venne trasferito in un altro carcere di massima sicurezza di Taubaté, a San Paolo, dove smise di uccidere e di essere attaccato; inoltre venne sempre separato dagli altri detenuti e ogni volta che usciva dalla sua cella era sempre accompagnato da due guardie.

Passò gran parte del suo tempo ad allenarsi giornalmente nella palestra del carcere.

Nel 2003 è stato processato di nuovo: confessò alla polizia di aver compiuto più di 100 omicidi, di cui 47 nel carcere. Fu quindi condannato per 71 di questi, tra cui quello di suo padre. Resta comunque fortemente sospettato di molti altri omicidi. Ai 128 anni di carcere che scontava se ne aggiunsero altri, fino a 400; ma l’articolo 5 della legge brasiliana sul carcere vieta che un prigioniero resti in cella per più di 30 anni (non a caso il 75% dei criminali dopo massimo trent’anni vengono liberati): Filho fino a quel momento ne aveva passati 30 effettivi. Tuttavia il carcere gli venne prorogato fino al 2017, anno in cui si sarebbe dovuto decidere se metterlo in libertà condizionata.

Il 24 aprile 2007 è stato liberato, per poi essere riarrestato a Camboriù, nel litorale nord di Santa Catarina. Si trova tuttora in carcere.

Si prega di attivare i Javascript! / Please turn on Javascript!

Javaskripta ko calu karem! / Bitte schalten Sie Javascript!

S'il vous plaît activer Javascript! / Por favor, active Javascript!

Qing dakai JavaScript! / Qing dakai JavaScript!

Пожалуйста включите JavaScript! / Silakan aktifkan Javascript!
[ Disattiva AdBlock per visitare Horror Stab e una volta fatto ricarica la pagina oppure clicca qui ]