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Varg Vikernes – Il killer norvegese

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Kristian Vikernes nacque l’11 febbraio 1973 a Bergen, un normale paesino norvegese, secondo figlio di Lars Vikernes e Lene Bore. Trascorse un’infanzia normale, trasferendosi anche per un breve periodo in Iraq per motivi legati al lavoro del padre.

Durante l’adolescenza intraprese la lettura dell’opera Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, che lo influenzò molto nella sua successiva produzione musicale, a partire dal nome del suo progetto: Burzum, infatti, è una parola del linguaggio nero che significa “oscurità”. Il fantasy ed i giochi di ruolo ebbero una certa importanza anche nel suo immaginario personale; Kristian infatti, nonostante le molte amicizie, preferiva la solitudine e trascorreva le giornate passeggiando nei boschi vicino casa, utilizzando la sua fantasia per popolarli di orchi ed altre creature dell’universo tolkieniano.

Il legame con il fratello diventò più forte dopo la separazione dei suoi, evento che comunque non lo segnò particolarmente.

Nel 1989 fondó la sua prima band, gli Uruk-hai. Contemporaneamente cominciò a suonare in altri gruppi, registrando diversi demo e facendosi conoscere nell’underground norvegese fino ad arrivare ad avere una fitta corrispondenza con Euronymous, leader dei Mayhem, nella speranza che quest’ultimo, possessore di una casa discografica, pubblicasse i suoi lavori.

In questo periodo, intorno al 1991, Burzum soggiornava nel retrobottega di un negozio di Euronymous e proprio in questo anno nacque la Inner circle.

Questa setta, composta appunto da Varg, Euronymous ed i frequentatori del negozio, aveva come obiettivo la distruzione di chiese e luoghi sacri del cristianesimo.

Dopo l’uscita del primo album, Burzum riscosse un’incredibile successo tanto da far preoccupare il leader dei Mayhem, il quale non gli diede la possibilità di pubblicare un secondo album, ma l’occasione di suonare nel suo gruppo.

Da qui in poi il rapporto tra i due peggiorò fino ad arrivare alla pianificazione dell’omicidio di Varg. Quest’ultimo, dopo aver saputo del piano da alcuni suoi amici musicisti, si recò immediatamente a casa di Euronymous armato di tre coltelli, una mazza da baseball, una baionetta ed un’ascia (a suo dire, senza l’intenzione di ucciderlo) .

Le dinamiche dell’omicidio non sono chiare. Si racconta che dopo la semplice domanda di Varg “perché vuoi uccidermi?” Fatta a Euronymous, i due iniziarono una colluttazione che terminó con la morte del leader dei Mayhem avvenuta con una coltellata inferta in pieno cranio.

Il mattino dopo Burzum venne raggiunto ed arrestato dalle autorità in seguito alle dichiarazioni di alcuni testimoni ed alle prove piuttosto evidenti, prima tra tutte, il contratto che Euronymous voleva proporre a Varg.

Fu condannato a 18 anni di carcere.

Durante la permanenza in prigione, continuó a pubblicare album grazie all’aiuto di una giornalista musicale italo tedesca interessata ai suoi lavori.

Scarcerato nel 2009, venne poi arrestato nel 2014 in Francia, insieme alla moglie, con l’accusa di star preparando una strage.

“Ovviamente speravo che il mondo venisse distrutto in una Terza Guerra Mondiale, in modo da ripartire di nuovo e costruire un qualcosa di migliore. Quindi, mentre attendevo, suonavo la chitarra nella mia cameretta. Faccio musica perché era troppo tardi per arruolarsi nelle SS”

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Pedro Rodrigues Filho l’assassino terribile del Brasile

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Horror Stab condanna severamente tutte le azioni brutali descritte in questo articolo, lo stesso viene proposto senza nessun scopo di incitazione, ma solo per documentare fatti realmente accaduti.

Pedro Rodrigues Filho, soprannominato Pedrinho Matador (Pedrino assassino), nasce a Santa Rita do Sapucaí, 17 giugno 1954, e divenne un assassino seriale brasiliano, forse il più prolifico e brutale che lo stato del Brasile abbia mai avuto. Avrebbe commesso almeno 100 omicidi, di cui 71 accertati.

Pedro Rodrigues Filho nacque in una fattoria brasiliana situata a Santa Rita do Sapucaì nel 1954. I suoi genitori si chiamavano Pedro Rodriguez (che lavorava come guardiano della scuola locale) e Manuela; Filho aveva anche una sorella. Poiché il padre, un uomo violento e litigioso, in passato litigò con la moglie incinta e la colpì al ventre, Filho al momento della nascita aveva una lieve ferita sulla testa.

Della sua infanzia si sanno poche informazioni: durante una colluttazione con la sorella, questa lo spinse in una pressa che serviva a macinare la canna da zucchero e per poco non morì. Da piccolo trovò lavoro per un certo tempo in una piccola macelleria di pollame. Non andò mai a scuola e a 13 anni gli venne per la prima volta il desiderio di uccidere. Quando aveva circa 14 anni il sindaco di Alfenas, sparò a suo padre, che era stato accusato di rubare dalle mense scolastiche: egli sopravvisse e da lì a poco Filho avrebbe compiuto i suoi primi due omicidi.

Pedro, per vendicare il tentato assassinio, uccise il sindaco e un’altra persona che sospettava fosse il vero ladro. Successivamente si rifugiò nella località di Mogi das Cruzes, a San Paolo. Lì iniziò a compiere svariati furti e continuò a uccidere: le vittime erano solitamente spacciatori di droga. In questo periodo si mise a fare lo spacciatore per conto di un noto leader locale chiamato Bothina e si sposò con una donna, Maria Aparecida Olimpia, che morì assassinata dai trafficanti mentre era al settimo mese di gravidanza.

Durante il periodo da spacciatore uccise più di dieci persone, tra cui tre suoi compagni, il mandante dell’omicidio della moglie e diverse persone che rapì, torturò e uccise per farle confessare e arrivare all’aguzzino. Un giorno seppe che suo padre uccise sua madre Manuela con 21 colpi di machete.

Pedro, che anni prima lo vendicò, stavolta lo uccise, gli estirpò il cuore e gliene mangiò un pezzo. Al momento di questi omicidi, il killer non aveva ancora compiuto 18 anni.

In un periodo non precisato sua sorella finì uccisa, per cause sconosciute, da una persona non identificata. Pedro Filho invece fu arrestato il 24 maggio del 1973 e passò quasi tutta la vita nel carcere di Araquara, a San Paolo. Ma fu proprio nel carcere che uccise la maggior parte delle persone: ad esempio uccise e decapitò con un coltello un prigioniero, da lui accusato dell’omicidio di sua sorella; una volta venne accerchiato da 5 prigionieri che lo volevano linciare e lui li uccise tutti; un’altra volta uccise il suo compagno di cella perché russava troppo; la volta dopo ne uccise un altro ancora perché “non gli piaceva la sua faccia”.

In tutto solo nel carcere collezionò 47 vittime: quasi tutte le vittime collezionate nei carceri erano persone che provavano ad assalirlo o dei semplici prigionieri che lui trovava in giro. Prendeva di mira soprattutto quelli con un passato da violentatore. Solitamente uccideva le sue vittime o storcendogli il collo o prendendole ripetutamente a coltellate all’addome.

Tra i tatuaggi che Pedro ha sul corpo, ce n’è uno sul braccio sinistro che dice “ammazzo per piacere”: questo sarebbe il suo movente. Gli psicologi che lo esaminarono nel 1982 trovarono in lui grossi sintomi di malattia mentale quali paranoia, mancanza di rimorsi, asocialità e psicopatia.

Solo molto tempo dopo Filho venne trasferito in un altro carcere di massima sicurezza di Taubaté, a San Paolo, dove smise di uccidere e di essere attaccato; inoltre venne sempre separato dagli altri detenuti e ogni volta che usciva dalla sua cella era sempre accompagnato da due guardie.

Passò gran parte del suo tempo ad allenarsi giornalmente nella palestra del carcere.

Nel 2003 è stato processato di nuovo: confessò alla polizia di aver compiuto più di 100 omicidi, di cui 47 nel carcere. Fu quindi condannato per 71 di questi, tra cui quello di suo padre. Resta comunque fortemente sospettato di molti altri omicidi. Ai 128 anni di carcere che scontava se ne aggiunsero altri, fino a 400; ma l’articolo 5 della legge brasiliana sul carcere vieta che un prigioniero resti in cella per più di 30 anni (non a caso il 75% dei criminali dopo massimo trent’anni vengono liberati): Filho fino a quel momento ne aveva passati 30 effettivi. Tuttavia il carcere gli venne prorogato fino al 2017, anno in cui si sarebbe dovuto decidere se metterlo in libertà condizionata.

Il 24 aprile 2007 è stato liberato, per poi essere riarrestato a Camboriù, nel litorale nord di Santa Catarina. Si trova tuttora in carcere.

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“Dead” il cantante dei “Mayhem” ossessionato per la morte

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Per Yngve Ohlin in arte “Dead” nacque il 16 gennaio 1969 a Stoccolma.
Sin dalla sua infanzia veniva descritto come una persona depressa e malinconica, che preferiva rimanere da solo in camera a parlare di morte e tenebre, sostenendo tra l’altro di non essere umano e di non appartenere a questo mondo.

Dead - Cantante Mayhem
Oltre a questi particolari, la sua infanzia venne segnata da due avvenimenti traumatici: il primo riguarda il sonno. Dead raccontava che da bambino si trovava in continuazione tra la vita e la morte. Il suo sonno era talmente profondo che diventava pallido in viso e nessuno era in grado di svegliarlo.

Il secondo evento riguarda un incidente.
A 10 anni ebbe un’emorragia interna, causata dalla rottura della milza in seguito alla caduta su un lago ghiacciato.
I medici riuscirono a rianimarlo, non prima di averlo dichiarato clinicamente morto. Questo episodio segnò drasticamente la sua vita, poiché probabilmente da lì in poi fu affetto dalla sindrome di Cotard (sindrome che fa credere a chi ne soffre di essere morto e che la vita che stanno vivendo sia solo un sogno).

In seguito, in un intervista, racconterà di quell’episodio così:
“Ho avuto una strana esperienza un pò di tempo fa.
Avevo un’emorragia interna e non venne rilevata ai raggi-x, così continuai a sanguinare e a sanguinare finchè non svenni cadendo a terra sul pavimento.
Il cuore non aveva più sangue da pompare e le mie vene/arterie ne erano praticamente piene.
“Tecnicamente”, ero morto.
In quel momento mentre cadevo, vidi dappertutto uno strano colore blu, era trasparente perciò per un momento potevo vedere tutto blu finchè qualcosa di bianco e caldo non mi circondò.
Tuttavia chiesi ad una persona che conosco che usa magia di vari tipi, cosa significassero quegli strani colori.
Lei mi disse che il primo piano nel mondo astrale ha il colore blu.
Il piano “terrestre” è di colore nero, poi ce n’è uno grigio che è molto vicino a quello terrestre.
Il successivo è blu e poi diventa sempre più chiaro finchè non si ferma ad un bianco brillante che non può essere oltrepassato dai mortali. Se un mortale riesce ad entrarci, egli non è più mortale e non può tornare indietro al piano terrestre e quindi a questa terra.
Dopo il piano bianco si prosegue con un altro colore che non conosco ma qui solo gli spiriti possono viaggiare.
Mi disse che il piano bianco in cui ero entrato, senza saperlo, era il mondo dei morti e che io ero morto.”

L’amore per la morte si coniugò alla perfezione con l’amore per la musica.
Nel 1985 fondò i Morbit. Ohlin si fece subito notare per la sua voce, ma soprattutto per il suo aspetto. Un paio di anni dopo, Dead venne ingaggiato dai Mayhem, una band black/dead metal abbastanza famosa.
L’ossessione per la morte lo portava ad assumere atteggiamenti che resero in poco tempo i Mayhem una band leggendaria.
Dead era inoltre noto perchè usava seppellire i propri vestiti e dissotterrarli prima dei concerti, per ottenere un aspetto il più simile possibile a quello di un cadavere; giunse addirittura a chiedere di essere lui stesso sepolto.

Con il passare del tempo il suo stato mentale peggiorò arrivando a dichiarare di volersi suicidare.
L’8 aprile del 1991, dopo che gli altri componenti della band uscirono di casa, il cantante decise di farla finita tagliandosi le vene ai polsi e sparandosi un colpo di fucile in testa.
Vicino a lui fu trovato un biglietto con scritto “Excuse all the blood, cheers.” (“scusate per tutto il sangue, saluti.)
Poche ore dopo l’accaduto, Euronymous, chitarrista della band e grande amico, fece ritorno a casa e trovò il corpo di Dead che giaceva su una sedia, ma prima di chiamare la polizia andò al negozio più vicino per comprare una macchina fotografica per immortalare la scena. La foto verrà poi utilizzata come copertina di un album.
Dicerie affermano anche che il compagno cucinò e mangiò parti del suo cervello e che abbia distribuito pezzi del suo cranio ad amici.

“ Jag är inte en människa. Det här är bara en dröm, och snart vaknar jag. Det var för kallt och blodet levrades hela tiden”

“Non sono un essere umano. Questo è solo un sogno e presto mi risveglierò. Faceva troppo freddo ed il sangue continuava a coagularsi”

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La storia vera sull’omicidio di J.F Kennedy

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Lee Harvey Oswald 

Lee nacque a New Orleans, Louisiana, nel 1939.
Alla morte del padre, le difficoltà economiche iniziarono a farsi sentire e la madre fu costretta a mandare i due fratelli di Oswald, Lee e John, in orfanotrofio. Oswald venne invece mandato a vivere prima dai vicini e poi a casa dei parenti. Si presentava come un ragazzo triste, solitario e innocuo, ma dopo il secondo matrimonio della madre, in Oswald si delinearono i caratteri tipici di un sociopatico narcisista: aggressività, violenza, delirio di onnipotenza.

Nel 1957 riuscì ad arruolarsi nei Marines e, da appassionato di armi, si procurò un fucile Marlin calibro 22.
Ottenne la qualifica di tiratore sceltissimo colpendo 48 bersagli su 50 da una distanza doppia di quella che vi era tra la macchina presidenziale di Kennedy e l’edificio dove si trovava Oswald.

Nonostante le sorprendenti doti di tiratore, Oswald venne declassato e isolato dopo essere stato sorpreso con una pistola non registrata e aver sparato a casaccio da una torre di guardia.

Nel 1959 la svolta: abbandonò il corpo dei Marines e si recò a Mosca dove chiese la cittadinanza sovietica, ma la richiesta venne respinta. Affranto, Oswald decise di togliersi la vita nell’hotel in cui alloggiava, ma venne trovato in tempo e portato in ospedale. L’episodio si rivelò un colpo di fortuna perchè a Oswald venne concesso l’asilo politico e un lavoro da operaio.

Nel 1962 Oswald fece ritorno negli Stati Uniti; l’esperienza in Russia si rivelò più difficile di quanto si immaginasse e il lavoro in fabbrica non gli dava alcuna soddisfazione.
Al suo ritorno Oswald si rese conto che nessuno in patria era pronto a riaccoglierlo: a 23 anni si sentiva un eroe dimenticato da tutti, un grande uomo dal valore dimenticato.
Si trasferì a Dallas dove trovò impiego come tipografo.

Nel frattempo, con i pochi soldi da parte, acquistò un fucile Smith & Wesson e continuò ad esercitarsi al poligono. In seguito acquistò un Mannlicher-Carcano costruito nel 1940 in Italia e cominciò ad esercitarsi con questo.

Nel 1963, prima dell’attentato a Kennedy, Oswald si appostò fuori dalla residenza del generale Walker, un noto anticomunista e razzista, e sparò alcuni colpi contro la vetrata. Il fatto di non essere stato scoperto lo spinse ad alzare l’asticella e puntare su un bersaglio più grosso: J. F. Kennedy.

E’ la mattina del 22 novembre del 1963. Oswald si svegliò, andò in cantina a prendere il suo fucile Carcano e lo smontò completamente. Si fece accompagnare a lavoro da una vicina, salì al sesto piano dove si appartò in mezzo ad alcuni scatoloni e montò il fucile.
Kennedy era atteso per un discorso e un banchetto, ma prima doveva attraversare la città.

In quel preciso istante, alle 12.30, si sentirono gli spari.

Un primo colpo a vuoto fece voltare le persone a guardare indietro e ferì leggermente un passante al volto; un secondo colpo ferì Kennedy alle spalle. Il proiettile, entrato nella schiena di Kennedy  rimase intatto per aver attraversato solo tessuti molli nel corpo di Kennedy, gli incrinò una costola, gli ruppe il radio, e persa potenza, si fermò nella coscia. Dopo cinque secondi, mentre la macchina stava per accelerare, un terzo colpo mortale colpì Kennedy alla testa, facendo volare via una parte della calotta cranica.

Il Presidente degli Stai Uniti è morto.

Dopo la sparatoria Oswald si fermò a prendere una bibita per non dare nell’occhio e abbandonò il luogo di lavoro senza chiedere un permesso. Al sesto piano la polizia rinvenne un fucile dove successivamente furono identificate le impronte di Oswald.
Secondo la versione ufficiale dei fatti egli, uscito in tutta fretta in maglietta nonostante il clima di novembre, si recò alla pensione dove alloggiava durante la settimana e, presa la sua pistola, cominciò a girovagare per la città senza meta, mentre la polizia setacciava le strade di Dallas alla ricerca dell’attentatore.
Poco dopo un poliziotto fermò Oswald, ma sfortunatamente venne ucciso con alcuni colpi di pistola.
Oswald si rifugiò in un cinema senza pagare il biglietto e la cassiera chiamò la polizia. Per questo motivo arrivarono 26 poliziotti e Oswald, dopo una breve colluttazione, fu arrestato e portato alla centrale di polizia.

Le numerose prove raccolte sulla scena del crimine lo incastrarono come l’assassino del poliziotto e del Presidente Kennedy. Oswald si dichiarò sempre innocente e sostenne di essere un capro espiatorio, ma non ebbe il tempo di dimostrarlo perchè durante il trasferimento dalla Centrale della polizia di Dallas alla prigione della contea, venne ucciso da Jack Ruby, un gestore di un night club apparentemente affetto da turbe psichiche e grande estimatore di JFK.

Un poliziotto che stava vicino a Oswald, poco prima gli aveva detto: «Lee, se ti sparano, spero abbiano una buona mira». E lui di rimando: «Tranquillo, non mi sparerà nessuno»

A questo link potete vedere l’incredibile video di Abraham Zapruder, un sarto che filmò l’attentato:

 

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Il massacro nel McDonald’s di San Ysidro

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“Vado a caccia di umani”…

James Oliver Huberty nasce nel 1942 a Canton, in Ohio. A 3 anni contrasse la poliomielite che gli provocò un danno permanente alle gambe.

Dopo il divorzio dei genitori si iscrisse a sociologia, ma poco dopo cambiò e studiò scienze mortuarie in Pennsylvania. Ottenne la licenza come imbalsamatore e lavorò per un’agenzia funebre a Canton.

Nel 1965 si sposò ed ebbe due figlie.

Convinto che l’invasione dell’Unione Sovietica fosse vicina e che i banchieri stessero mandando volutamente in rovina il paese, decise di riempire la sua casa di cibo non deperibile, sei fucili, uzi e pistole 9mm.

Nel 1983 si trasferì a San Ysidro, portandosi dietro tutto l’armamentario, dove James trovò lavoro come guardia di sicurezza.

Quello che segue è il resoconto della settimana di James prima del massacro:

– Il 10 luglio venne licenziato.

– Il 15 luglio 1984, tre giorni prima di compiere il massacro, Huberty disse alla moglie, Etna, che sospettava di avere un disturbo mentale..

– Il 17 luglio, chiamò una clinica di salute mentale, richiedendo un appuntamento. Dopo aver lasciato i suoi contatti alla receptionist, gli assicurarono che sarebbe stato richiamato entro poche ore.

James non fu mai richiamato. All’insaputa di Huberty, la receptionist aveva sbagliato a scrivere il suo cognome scrivendo “Shouberty”. I suoi modi gentili non trasmisero un senso di urgenza all’operatrice; la sua chiamata fu quindi inserita nei casi non gravi, da essere richiamati entro 48 ore.

– Il 18 luglio, Huberty portò la moglie e i figli allo zoo di San Diego. Durante la camminata, disse alla moglie che la sua vita era ormai finita. Riferendosi alla mancata chiamata da parte del centro di salute mentale, disse, “Bene, la società ha avuto la sua chance”.

Dopo aver pranzato a un McDonald’s nel quartiere di San Diego Clairemont, gli Huberty fecero ritorno a casa. Poco dopo, andò in camera da letto dove la moglie si stava rilassando sdraiata sul letto; andò verso di lei e le disse “voglio darti il bacio dell’addio”. Etna gli chiese dove stesse andando, e lui rispose “vado a caccia di umani”.

All’incirca alle 4 del pomeriggio del 18 luglio James Huberty guidò la sua berlina Mercury Marquis nel parcheggio di un ristorante di un McDonald’s su San Ysidro Boulevard. Con lui aveva una pistola Browning HP 9mm semi-automatica, una carabina IMI Uzi 9 mm, un fucile a canna liscia Winchester, e una borsa di tessuto riempita con centinaia di munizioni per ogni arma. Nel ristorante erano presenti 45 clienti.

Dopo essere entrato nel ristorante qualche minuto dopo, Huberty prima puntò il fucile a un impiegato di 16 anni di nome John Arnold. Il vicedirettore, Guillermo Flores, gridò, “Hey, John, quel ragazzo sta per spararti”. Secondo Arnold, quando Huberty premette il grilletto, “non successe nulla”. Mentre Huberty ispezionava l’arma, il direttore del ristorante, la ventiduenne Neva Caine, camminò verso Arnold, mentre Arnold – credendo che il tutto fosse uno scherzo – iniziò ad allontanarsi dall’uomo armato. Huberty sparò verso il soffitto prima di puntare l’Uzi verso la Caine, sparandole una volta sotto l’occhio sinistro. Morì qualche minuto dopo.

Subito dopo aver sparato alla Caine, Huberty sparò con il fucile verso John Arnold, ferendo il giovane al petto, e gridando “tutti a terra”.Huberty si riferì a tutti i presenti al ristorante come “sporchi maiali”, gridando che aveva ucciso un migliaio di persone e che aveva intenzione di ucciderne un altro migliaio. Dopo aver sentito le invettive e le imprecazioni di Huberty, ed aver visto Neva Caine e John Arnold a terra, un cliente, il venticinquenne Victor Rivera, tentò di persuadere Huberty a non sparare più. In risposta, Huberty sparò a Rivera 14 volte, gridandogli ripetutamente “stai zitto”, mentre Rivera gemeva a terra.

Mentre molti dei presenti al ristorante cercavano di nascondersi sotto ai tavoli, Huberty spostò la sua attenzione verso sei donne e bambini che si stavano abbracciando. Prima sparò, uccidendola, alla diciannovenne María Colmenero-Silva con un singolo proiettile al petto; sparò poi alla bambina di 9 anni Claudia Pérez allo stomaco, alla guancia, alla coscia, al fianco, al petto, alla schiena, al braccio e alla testa con l’Uzi, e ferì la sorella quindicenne Imelda, sparandole una volta al petto con la stessa arma, poi sparò all’undicenne Aurora Peña con il fucile. Peña – inizialmente ferita alla gamba – era stata coperta dalla zia incinta, la diciottenne Jackie Reyes. Huberty sparò alla Reyes 48 volte con l’Uzi. Dietro il corpo della madre, il neonato di 8 mesi Carlos Reyes iniziò a piangere, e Huberty lo uccise con un singolo colpo al centro della schiena.

Huberty sparò e uccise un camionista di 62 anni di nome Laurence Versluis, prima di puntare una delle famiglie nell’area giochi del ristorante, che avevano cercato di proteggere i figli con i loro corpi sotto ai tavoli. La trentunenne Blythe Regan Herrera aveva protetto il figlio di 11 anni, Matao, sotto uno dei banchi del cibo, e il marito aveva coperto il figlio di 12 anni Keith sotto un altro bancone lontano da loro. Huberty iniziò a sparare alle persone sedute al ristorante mentre camminava verso quelle sotto ai tavoli. Ronald Herrera ordinò a Thomas di non muoversi, coprendolo col suo corpo. Thomas fu colpito due volte alla spalla e al braccio, ma non fu gravemente ferito; Ronald Herrera fu colpito otto volte allo stomaco, al petto, al braccio, alla testa ma riuscì a sopravvivere; sua moglie, Blythe, e suo figlio, Matao, furono entrambi uccisi da numerosi colpi alla testa.

Nelle vicinanze due donne cercavano di nascondersi dietro un bancone. Guadalupe del Rio, 24 anni era contro un muro; fu coperta dall’amico, il trentunenne Arisdelsi Vuelvas Vargas. Del Rio fu colpita diverse volte alla schiena, agli addominali, al petto, al collo, ma nessuna delle ferite fu grave, mentre Vargas fu colpito una volta sola dietro la testa. Morì per la ferita il giorno dopo, e fu l’unica persona a sopravvivere abbastanza da raggiungere l’ospedale. In un altro bancone, Huberty uccise il quarantacinquenne Hugo Velazquez Vasquez sparandogli al petto.

La prima di molte chiamate d’emergenza fu fatta alle 4 del pomeriggio, ma la polizia fu per errore mandata a un altro McDonald’s lontano tre chilometri da quello a San Ysidro. La polizia arrivò al ristorante corretto dieci minuti dopo. Fecero chiudere la zona per sei isolati. Stabilirono poi un posto di comando a due isolati dal ristorante, e sparsero 175 agenti in zone strategiche. (Questi agenti furono raggiunti un’ora dopo dai membri della SWAT, che a loro volta si posizionarono in diverse zone attorno al ristorante.)

Una giovane donna, Lydia Flores, arrivò con la macchina nel parcheggio del ristorante poco dopo le 4, notando finestre rotte e rumori di spari, prima di “alzare lo sguardo e vederlo che sparava e basta”. La Flores fece retromarcia fino a quando la macchina non sbatté contro una recinzione; si nascose quindi con la figlia di due anni fino a quando gli spari cessarono.

Tre bambini di 11 anni arrivarono in bici nel parcheggio per comprare qualcosa da bere.] Sentendo qualcuno gridare, tutti e tre esitarono, prima che Huberty gli sparò addosso col fucile e con l’Uzi. Joshua Coleman cadde a terra ferito in maniera grave alla schiena, al braccio e alla gamba; ricordò più tardi di aver guardato verso i suoi amici, Omarr Hernández e David Delgado, vedendo che Hernández era a terra con diverse ferite alla schiena e iniziò a vomitare; Delgado era stato colpito diverse volte alla testa e morì. Coleman sopravvisse, mentre Hernández, insieme a Delgado, morì sul posto.

Huberty notò una coppia di anziani, Miguel e Aida Victoria, camminare verso l’entrata. Mentre Miguel stava per aprire la porta per far entrare la moglie, Huberty fece fuoco con il fucile, uccidendo Aida con un colpo alla faccia e ferendo Miguel. Un sopravvissuto non ferito, Oscar Mondragon, disse che vide Miguel chinarsi verso la moglie e cercare di pulirle la faccia dal sangue. Miguel iniziò poi ad insultare Huberty, che lo uccise sparandogli in testa.

All’incirca alle 4 e 10, una coppia di messicani, Astolfo e Maricela Felix, guidarono verso una delle aree di servizio del ristorante. Notando i vetri rotti, Astolfo inizialmente pensò che stessero facendo dei lavori di ristrutturazione e che Huberty – che stava camminando verso la macchina – fosse un operaio. Huberty sparò con il fucile e con l’Uzi alla coppia e alla loro figlia di 4 mesi, Karlita, colpendo Maricela in faccia, alle braccia e al petto, accecandola a un occhio e rendendole permanentemente inutilizzabile una mano. La figlia fu gravemente ferita al collo, al petto e all’addome. Astolfo fu ferito al petto e alla testa. Mentre Astolfo e Maricela scapparono dal fuoco di Huberty, Maricela mise la bambina nelle braccia di una donna che stava scappando e le disse in spagnolo, “Per favore salva mia figlia”, prima di ripararsi dietro una macchina parcheggiata. La donna portò la bambina in un ospedale vicino mentre il marito prestava soccorso ad Astolfo e Maricela in un palazzo vicino. Tutti e tre i Felix sopravvissero.

Diversi sopravvissuti dichiararono più tardi che Huberty accese una radio portatile, probabilmente alla ricerca di notiziari prima di mettere una stazione con della musica e ricominciare a sparare. Poco dopo entrò in cucina, scoprendo sei impiegati. Iniziò quindi a sparare, uccidendo la ventunenne Paulina López, la diciannovenne Elsa Borboa-Fierro e la diciottenne Margarita Padilla, ferendo gravemente il diciassettenne Alberto Leos.

Sentendo il giovane teenager Jose Pérez lamentarsi, Huberty lo uccise sparandogli alla testa. Pérez morì a fianco degli amici e della vicina, Gloria González, e di una giovane donna di nome Michelle Carncross. A un certo punto, Aurora Peña, che giaceva distesa vicino alla zia morta, alla cugina neonata e ai due suoi amici, notò una pausa negli spari. Aprì gli occhi, e vide Huberty vicino che la guardava. Imprecò e le lanciò un pacchetto di patatine fritte addosso, poi ricaricò il fucile e le sparò al braccio, al petto e al collo. Sopravvisse, nonostante il fatto che rimase in ospedale per il periodo più lungo tra tutti i sopravvissuti.

La polizia, appostata nei pressi del ristorante, non sapeva inizialmente quanti erano i carnefici, dal momento che Huberty stava usando diverse armi da fuoco e sparava rapidamente. Inoltre dal momento che molte finestre del ristorante erano state rotte dagli spari, i riflessi dei vetri rotti rendevano difficile per la polizia vedere all’interno. Un cecchino della SWAT si posizionò sul tetto di un ufficio postale accanto al ristorante. Fu autorizzato ad uccidere Huberty non appena avesse avuto una visuale chiara.

Alle 5.17 il cecchino ottenne la visuale chiara di Huberty dal collo in giù; sparò una sola volta, il colpo gli trapassò l’aorta uscendo dalla spina dorsale, causandogli una ferita di circa due centimetri che lo fece cadere di schiena.Il petto di Huberty si sollevò, per poi distendersi. La sparatoria durò 78 minuti, durante i quali Huberty esaurì non meno di 245 cartucce, uccidendo 20 persone e ferendone altre 20, di cui una morì il giorno dopo in ospedale. Diciassette persone furono uccise nel ristorante, quattro nelle immediate vicinanze. Molti feriti cercarono di tamponare le perdite di sangue con dei tovaglioli, spesso invano.

Tra le vittime, 13 furono uccise per colpi alla testa, 7 perché furono colpite al petto e una vittima, il bambino di 8 mesi Carlos Reyes, da un singolo proiettile da 9 mm che lo colpì alla schiena. Le vittime, la cui età variava dagli 8 mesi ai 74 anni, erano quasi tutti di origine messicana, riflettendo la demografia della zona. Nonostante Huberty durante la sparatoria disse che aveva ucciso migliaia di persone in Vietnam, non aveva fatto parte di nessun reparto militare.

Elva Zona Heaster
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Elva Zona Heaster – La testimonianza post mortem

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Se un giorno doveste trovarvi nel West Virginia, tra le tortuose strade di montagna, vicino al cimitero di Greenbrier potreste vedere una targa recante la scritta:”Interrata nel vicino cimitero c’è Zona Heaster Shue”.

Fantasma Greenbrier

Il cartello che racconta del fantasma al cimitero “Greenbrier” nel West Virginia.

La sua morte nel 1897 fu ritenuta naturale, fino a quando il suo spirito apparve a sua madre per descrivere come era stata uccisa da suo marito Edward. L’autopsia sul corpo riesumato ha confermato il resoconto dell’apparizione. Edward, riconosciuto colpevole di omicidio, fu condannato alla prigione di stato. Solo caso noto in cui la testimonianza di un fantasma ha contribuito a condannare un assassino”.

Elva Zona Heaster aveva solo 23 anni quando incontrò, nell’ottobre del 1896, uno sconosciuto da poco arrivato in zona, Edward Trout Shue, di 37 anni, che aveva trovato lavoro come fabbro proprio lì, nella contea di Greenbrier.

La Heaster con il marito

La Heaster con il marito

Erano le 10 di mattina del 23 gennaio 1897 quando il corpo di Zona fu trovato da un fattorino, Andy Jones, mandato a casa sua per sbrigare una commissione. La ragazza era distesa sul pavimento, a faccia in giù, ai piedi delle scale, con un braccio piegato sotto il petto e l’altro allungato in avanti; la sua testa era inclinata da un lato. Andy corse nella bottega del fabbro per avvisare Trout, mentre sua madre cercava di rintracciare il medico, il dottor George Knapp, che arrivò circa un’ora dopo la scoperta del cadavere. Nel frattempo il marito Shue aveva già spostato il corpo della moglie, adagiandolo nel letto nuziale, ma non solo, aveva vestito il cadavere con un abito a collo alto, circostanza che in seguito apparve sospetta, perché tradizionalmente erano le donne della comunità ad occuparsi dei rituali funebri come il lavaggio e la vestizione di una defunta.

Quando il dottor Knapp iniziò ad esaminare il corpo di Zona, il marito manifestò segni di dolore inconsolabile, abbracciando le spalle e la testa della donna, cullandola dolcemente in preda ai singhiozzi. Il medico interruppe l’esame della salma, per rispetto verso il marito, e imputò la morte ad una “debolezza estrema”.

Inizialmente, nessuno sospettò di Trout Shue, tranne la madre di Zona, Mary Jane Heaster, che ogni notte pregò perché il Signore gli rivelasse la verità.
Secondo il racconto della donna, dopo quattro settimane, nell’oscurità della notte, mentre Mary Jane era completamente sveglia, apparve il fantasma di Zona.

Zona rivelò alla madre una storia di abusi fisici da parte del marito, culminati la sera del suo assassinio, quando l’uomo era andato su tutte le furie perché la moglie non aveva “cucinato la carne”: Shue l’aveva strangolata, dopo averle spezzato il collo “alla prima articolazione”.

L’autopsia, effettuata il 22 Febbraio del 1897, dimostrò che il collo di Zona era rotto tra la prima e la seconda vertebra, mentre la trachea risultava schiacciata: la donna era stata strangolata.

La giuria accettò la testimonianza della madre legata unicamente a ciò che le confidò il fantasma della figlia.
Vero o no, Shue venne condannato all’ergastolo e morì per un’epidemia nel penitenziario in cui era imprigionato.

 

Famiglia Norton
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Il caso nero della famiglia Norton

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Durante l’epoca Vittoriana, la famiglia Norton vantava non solo il pregio di essere una delle più facoltose di Londra, ma anche di essere in stretto contatto con la famiglia reale e di avere conoscenze molto influenti in politica e nella grande industria. Si occupava per lo più di portare avanti le varie industrie tessili in tutto il paese, arricchendosi a dismisura a scapito dei poveri operai che lavoravano giorno e notte per una paga quasi inesistente.

La famiglia Norton


Tutto andava per il meglio fino a quando un membro della famiglia si macchiò di un terribile crimine e di conseguenza infangò il nome della famiglia: era il 1886 quando nel piano interrato di un’industria tessile dei Norton venne ritrovato il corpo di un bambino di soli 9 anni, uno dei tanti bambini sfruttati come dipendenti della fabbrica. La famiglia tentò di arginare lo scandalo, ma i giornali dell’epoca incolparono il padrone, Roy W. Norton, dell’efferato omicidio. A sostegno dell’ipotesi c’erano le numerose testimonianze di contadini che lo avevano più volte visto in atteggiamenti equivoci con i loro figli e molti sospettavano addirittura che intrattenesse rapporti incestuosi con i bambini della sua stessa famiglia, per i quali non nascondeva un attaccamento morboso.


Quella fu solo la punta dell’iceberg perchè da lì in poi molti iniziarono ad interessarsi alle numerose bizzarrie della famiglia, che pian piano vennero a galla e furono rese pubbliche sui giornali.
La famiglia Norton aveva una predisposizione genetica a contrarre la malattia di Lyme, che al tempo, oltre ad essere ai più sconosciuta, era anche incurabile. La patologia comporta diversi stadi di sintomi; tra cui: eritemi, paralisi facciali, cambiamenti di umore, instabilità comportamentale e deformità varie.


Dal 1865 al 1896 ben 6 membri della famiglia si uccisero in circostanze misteriose e stravaganti.
La famiglia si chiuse in assoluto silenzio stampa, ma i molti curiosi si intrufolavano ovunque pur di immortalarli in situazioni compromettenti e di screditarli di fronti alla società. Il fatto che la malattia colpiva i membri della famiglia con stadi avanzati della stessa, non li aiutava di certo a rimanere nell’anonimato, dato che per proteggersi i membri erano costretti ad indossare delle maschere quasi tutto il giorno. Questo insinuò il sospetto nei giovani giornalisti del tempo che la famiglia facesse parte di una setta satanica e che in casa si predicasse chissà quale strano culto.


Forse da quella situazione nacquero le dicerie secondo cui alcuni agenti in borghese scoprirono alcuni membri della famiglia eseguire un rituale occulto in una delle loro residenze nella campagna londinese. Quando la notizia arrivò alle cronache di Londra la famiglia Norton venne fatta a pezzi dall’opinione pubblica che li accusò di essere dediti a satanismo e alla magia nera, e di essere responsabili delle inspiegabili morti dei loro dipendenti.
Da allora vennero soprannominati “la famiglia del Diavolo” e vennero completamente estromessi dalla vita di corte e aristocratica di tutta l’Inghilterra.

Parte malata cervello assassini
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La parte malata del cervello degli assassini

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E’ la teoria del neurologo Tedesco Gerhard Roth, il quale sostiene che tutti i criminali abbiano un’ombra scura nel lobo frontale che li porterebbe a commettere azioni violente.

“Quando sottoponiamo assassini, stupratori e ladri a una radiografia la zona cerebrale rivela quasi sempre gravi carenze nella parte frontale-inferiore”.

Ciò che vuole dimostrare è la famosa predisposizione genetica al crimine; trovare quell’area del cervello che dovrebbe regolare la compassione e la pena.

Un ragazzino, spiega il medico, che mostra un’area più scura nel lobo frontale, quasi certamente è un potenziale criminale, o un violento. Ciò non significa che lo diventerà per certo, ma se il soggetto dovesse trovarsi in un ambiente dove il furto, la violenza e l’omicidio sono all’ordine del giorno, allora sicuramente diventerà un criminale.

Spiega inoltre come, in futuro, intervenendo in quell’area del cervello chirurgicamente, si possa impedire al soggetto di manifestare la violenza:

“Vi sono stati casi di aumento dei comportamenti violenti a causa di un tumore in quell’area del cervello. Dopo l’operazione di rimozione del cancro i soggetti curati sono tornati a vivere nella più completa normalità”.

Pseudoscienza o il medico dimostrerà di avere ragione?

Lui è sicuro: “Quel buco nero è il luogo in cui si cova, nasce e si nasconde il male».

Neurologo Tedesco Gerhard Roth

Neurologo Tedesco Gerhard Roth

HelenMirren
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Inquietanti presenze nella masseria di Helen Mirren?

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Capita molto spesso, purtroppo, che alcuni attori di film horror rimangano in qualche modo segnati dalle esperienze vissute sul set. Si tratta solo di finzione, certo, ma se sono suggestionabili gli spettatori figuriamoci quanto possano esserlo le persone che interpretano quelle determinate scene, entrando forse troppo nella parte.

 

Helen Mirren, protagonista del film “La vedova Winchester”, ha acquistato la magnifica masseria Matine di Tiggiano, in Puglia, per trascorrere serenamente i periodi in cui non è impegnata in nessun set. La pace regna sovrana in questo posto magico circondato da vasti terreni, campi da ripulire ed edifici da ristrutturare.

 

 

 

Una calma apparante, a quanto pare. Una fonte vicina all’attrice avrebbe dichiarato che la Mirren è fuggita improvvisamente in preda al terrore dalla sua amata fattoria, dopo aver assistito a strani fenomeni paranormali: rumori sospetti, oggetti che si spostano da soli ed improvvisi black-out. Ma è davvero andata così?

 

L’avvocato di Helen ha smentito tutto spiegando che si tratta di una notizia del tutto infondata che ha sorpreso negativamente la Mirren, riportano la dichiarazione fatta dall’attrice dopo essere venuta a conoscenza dell’accaduto: “Ho trascorso gran parte dell’estate nella masseria e me ne sono andata poco dopo Natale per impegni di lavoro. La masseria è un posto calmo e bello. Amo rimanerci. La comunità di Triggiano è stata molto accogliente e trascorrerò ancora molti anni in quel posto quando non sarò impegnata altrove per motivi di lavoro”.

 

Ora, a chi credere? È davvero una bufala o un tentativo di nascondere oscuri segreti che aleggiano nella masseria?

Daniel Camargo Barbosa 2
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Daniel Camargo Barbosa – La storia vera

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La bestia delle Ande – La Bestia di los Manglares – Il sadico di Chanquito

Daniel Camargo Barbosa

Daniel Camargo Barbosa diventerà una bestia, un mostro, uno dei peggiori serial killer della Colombia.
Nato nel 1936 in un villaggio delle Ande, Daniel perde la madre alla nascita. Il padre, un uomo rozzo e violento, si risposa con una donna che non sarà in grado di rimanere incinta. La matrigna, con evidenti problemi psicologici, desiderava tanto avere una figlia e, vista l’impossibilità, decide di vestire Daniel come una femminuccia e di trattarlo come tale non solo in casa, ma anche a scuola e in pubblico.

In Daniel inizia a svilupparsi quel risentimento nei confronti delle donne e in particolare delle bambine.
Nonostante gli ottimi risultati a scuola, il padre decide comunque di mandarlo a lavorare per contribuire alla famiglia.
Il tempo passa tutto sommato in tranquillità e Daniel diventa un uomo magro, apparentemente innocuo e alto appena 1,65 m.
Ha però una ossessione: quella di deflorare una vergine.
Esperanza, una donna con cui Daniel conviveva, per ben cinque volte riesce a circuire delle ragazzine e a portarle nell’appartamento di Camargo, dove le droga e le violenta indisturbato.
È il 1964. La quinta vittima stuprata è appena una bambina, ma è determinata. Va dalla polizia e denuncia l’accaduto. Daniel ed Esperanza vengono arrestati e per il futuro serial killer si aprono le porte del carcere, dove sconterà una condanna a otto anni.

Durante la prigionia a Gorgona

Passano gli anni e Daniel invece che redimersi, si convince sempre più che la pena che gli era stata comminata era troppo severa. Una volta uscito decide di non lasciare più testimoni.
Compra un carretto per vendere la sua merce e muoversi così liberamente.
Il 2 maggio 1974 vede una bambina di nove anni che attira la sua attenzione.
Con un raggiro si apparta con lei. La violenta, le ruba la verginità e la strangola per non lasciare testimoni.
Commette, però, un errore grossolano lasciando sul luogo del delitto le merci che offriva in vendita. Cerca di recuperarle il giorno dopo e viene fermato dalla polizia, che lo accusa del crimine.
Al processo, non c’è pietà per un criminale recidivo ed il giudice, visti i precedenti, condanna Camargo a venticinque anni.
Qui succede qualcosa di epico: Daniel sarà l’unico prigioniero a fuggire da una delle prigioni più terribili. Il penitenziario di Gorgona.
Gorgona è un’isola di circa 26 kmq, situata a 35km dalla terraferma.

Isola di Gorgona

Quest’isola dell’oceano Pacifico, fu scoperta nel 1542 da un esploratore spagnolo, Diego de Almagro, che la chiamò San Felipe. Tre anni dopo un gruppo di 170 soldati spagnoli la occuparono per recuperare le loro forze dopo una battaglia con gli Incas. Di questi 170 soldati, ben 87 morirono per i morsi dei serpenti presenti sull’isola.
I serpenti erano i veri padroni dell’isola, tanto che gli spagnoli decisero di chiamarla Gorgona, come la creatura della mitologia greca che aveva i serpenti al posto dei capelli. Alla fine degli anni ’50 le autorità colombiane decisero di convertire l’isola in un carcere di massima sicurezza, dal quale proprio a causa delle migliaia di serpenti presenti nell’area, era impossibile evadere. Nelle acque, inoltre, erano presenti numerosi squali.
La prigione di Gorgona fu aperta nel 1960 e funzionò fino al 1984. I prigionieri venivano reclusi in strettissime celle e non avevano nessun tipo di privacy, controllati continuamente dalle guardie, con le quali spesso si scontravano violentemente.
I prigionieri più deboli venivano sottomessi allo stesso trattamento che avevano riservato alle loro vittime, torturati, seviziati e violentati, in una colonia penale disegnata sul modello dei campi di concentramento nazisti.
Daniel Camargo Barbosa sopravvive, e non solo, ma sarà l’unico carcerato a riuscire a scappare dal penitenziario della Gorgona.
Per lungo tempo studia le correnti marine, le abitudini e gli orari delle guardie, fa tesoro dei racconti degli altri prigionieri che hanno tentato la fuga.
Il 24 settembre 1984 Camargo scappa.

Prima della fuga

È il giorno della Madonna della misericordia ed i controlli sono meno rigorosi. Riesce a nascondersi nella vegetazione e a costruire una zattera di fortuna con assi di legno tenute insieme dalle liane degli alberi tropicali e con questa affronta il mare.
Nessuno è mai riuscito nell’impresa e le autorità della Gorgona lo danno per morto, mentre i giornali riportano la trucida fine dello stupratore divorato dagli squali.
Sembra finita, invece l’incubo è appena iniziato.
Camargo è vivo e si trova in Ecuador. La sua presunta morte e l’aspetto consumato e provato dalle avversità della vita, lo rendono insospettabile agli occhi di chiunque. Ma Daniel, ossessionato dalla purezza e dalla verginità, ucciderà 71 bambine.
Il modus operandi è tanto semplice quanto efficace: si presenta, Bibbia alla mano, alle giovani ragazzine chiedendo loro di mostrargli dove si trova la Chiesa evangelica. Ottenute le indicazioni, al momento propizio, le minaccia con un coltello, le trascina negli arbusti e le violenta. Poi le strangola. Mentre lo fa, si eccita nel vedere il volto angelico delle piccole che si spegne, il loro pianto, le implorazioni e il pensiero di avere tra le dita il loro destino.
Memorizza tutto, ogni attimo, e una volta finito, porta con sè anelli, collanine, abbigliamento e ogni piccola cosa legata alla piccola.
Smembra i corpi a colpi di machete, si orina sulle mani per pulirsi dal sangue e si cambia camicia.

L’incubo finisce solo nel 1986 a Quito. Daniel ha appena ucciso una piccola di 10 anni. La polizia lo trova a vagabondare per la strada in stato confusionale e decide di fermarlo per un controllo di routine. Nella borsa troveranno i vestiti della piccola sporchi di sangue e Daniel verrà arrestato. Sarà lui a confessare tutto con la lucidità e la fermezza di chi sa di non aver commesso nessun male.
Successive indagine parlano di almeno 150 vittime ma, nonostante il numero elevato, Daniel, che ha studiato il codice processuale Ecuadoriano, sa che non possono condannarlo a più di 16 anni di carcere. E così sarà.
Il giudice lo condanna a 16 anni da scontare nella prigione di Quito.

Il 13 novembre del 1994 la sua cella è aperta ed entra Luis Masache Narvaez, un giovane 29enne fratello di una vittima. Prende Daniel per i capelli, lo costringe a inginocchiarsi e lo pugnala 8 volte. Infine, beve il suo sangue convinto che serva per liberarsi dallo spirito di Daniel che lo perseguita.

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Leonarda Cianciulli: La saponificatrice di Correggio

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Spesso, ingenuamente, si pensa che gli avvenimenti più raccapriccianti non tocchino il nostro paese, purtroppo non è così, ci sono casi in tutto il mondo e l’Italia non è di certo lo stato più pulito dell’intero globo. Uno di questi casi riguarda una donna, Leonarda Cianciulli, autrice di omicidi violenti e assurdi.

Nata a Montella, in provincia di Avellino, nel 1892, non ebbe un’infanzia serena. A causa della sua salute cagionevole era considerata  un peso dai suoi genitori rispetto ai suoi fratelli e per questo motivo tentò più volte di togliersi la vita, impiccandosi o ingoiando oggetti pericolosi, come le stecche di un busto o cocci di vetro e tutte le volte l’espressione di sua madre le faceva capire che le dispiaceva rivederla in vita.

Nel 1914 sposò un impiegato dell’ufficio del registro e si trasferì ad Ariano Irpino e visse lì fino al 1930, perchè a causa del terremoto dell’Irpinia la loro abitazione fu completamente distrutta. Decisero così di andare a vivere a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, grazie ad un cospicuo risarcimento statale concesso ai terremotati e al commercio degli abiti usati portato avanti da Leonarda. Le sue gravidanze furono 17, ma le sopravvissero solamente 4 figli e probabilmente a causa delle perdite questi 4 bambini divennero per lei una vera e propria ossessione.

Nella Cianciulli cominciarono a farsi strada pensieri sempre più tormentati, tanto che decise che per salvare la vita dei suoi figli avrebbe dovuto fare dei sacrifici umani. Sembra che anni prima si fosse fatta leggere la mano da una zingara e che questa le avesse detto: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti i figli tuoi moriranno”. Quindi si era rivolta a un’altra zingara ancora, che le aveva detto: “Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio”. Infatti per il terrore di perdere altri bambini iniziò a studiare la magia nera, apprendendo tutto sui sortilegi e come riuscire a neutralizzarli.

La prima vittima si chiamava Faustina Setti. La Cianciulli le disse di averle trovato un marito a Pola, le consigliò di vendere tutto, ma si raccomandò con l’amica di non parlarne con nessuno perché avrebbe potuto scatenare delle invidie. Il giorno della partenza, Faustina si recò a casa sua per salutarla. Dato che Faustina era semi analfabeta, Leonarda le offrì il suo aiuto, invitandola a scrivere alcune lettere e cartoline per amici e parenti che avrebbe poi spedito da Pola, nelle quali diceva di stare bene e che tutto procedeva per il meglio. L’amica però non giunse mai a destinazione. Quel giorno stesso, Leonarda la uccise a colpi di scure e la trascinò in uno stanzino. Qui sezionò il cadavere e fece colare il sangue in un catino. A tal proposito, nel suo memoriale, scrisse: “Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comperato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, e mescolai il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io”. Qualche giorno, dopo il suo primo omicidio, la “saponificatrice” (come sarà in futuro chiamata) mandò il figlio Giuseppe fino a Pola affinché imbucasse le lettere della vittima per farle giungere ai destinatari con il timbro postale giusto e vendette i suoi indumenti.

Uccise altre due vittime prima della sua cattura, Francesca Soavi Virginia Cacioppo (cantante lirica) entrambe con un modus operandi simile e di ques’ultima Leonarda disse che finì nel pentolone come le altre due, ma la sua carne essendo più grassa e bianca quando fu disciolta insieme ad un flacone di colonia, in seguito ad una lunga bollitura, ne vennero fuori delle ottime saponette cremose. Le diede in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna, secondo la sua mente contorta, era veramente dolce”.

Fu la cognata dell’ultima vittima a insospettirsi dell’improvvisa sparizione di Virginia, che aveva visto entrare nella casa della Cianciulli prima di far perdere le sue tracce per sempre. La casa della stessa donna che poi aveva messo in vendita i vestiti della Cacioppo. Decise quindi di confidare al questore di Reggio Emilia i suoi sospetti, il quale seguì le tracce di un Buono del Tesoro di Virginia, presentato al Banco di San Prospero dal parroco di san Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il prete disse di aver ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla saponificatrice per il saldo di un debito. Le tracce condussero quindi le indagini fino a Leonarda, la quale confessò i suoi tre omicidi senza fare molta resistenza. Gli inquirenti però non riuscivano a credere che una donna anziana, bassa e grossa avesse potuto fare tutto questo da sola e andarono alla ricerca di un complice che l’avesse aiutata a compiere i delitti. Il sospettato numero uno era il figlio Giuseppe che al processo (1946) dichiarò di aver spedito le lettere, senza però sapere la verità. La madre, intenzionata a difenderlo con tutte le sue forze, propose una dimostrazione atta a far capire che lei era l’unica artefice di quella mattanza. Davanti a magistrati e avvocati, in soli dodici minuti, sezionò il cadavere di un vagabondo morto in ospedale e procedette con le tecniche di saponificazione.

Condannata a 30 anni di carcere e a 3 di manicomio giudiziario passò il suo tempo a scrivere memorie, lavorare ad uncinetto e cucinare biscotti, che nessuno aveva voglia di assaggiare. Il 15 ottobre del 1970, morì nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, stroncata da apoplessia cerebrale.

Amelia Killer
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Amelia Dyer – La Levatrice Assassina

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Amelia era una bambina brillante e intelligente, che nutriva un amore per i libri e la letteratura. Tuttavia, la sua infanzia è stata rovinata quando la madre contrasse il tifo e iniziò a soffrire di gravi complicazioni che le causarono un danno mentale permanente. La madre soffriva spesso di attacchi violenti e Amelia fu costretta ad assisterla fino alla sua morte.

Amelia – La Levatrice Assassina

All’età di 24 anni Amelia cominciò a studiare per diventare infermiera. Tuttavia, molto presto scoprì che avrebbe potuto fare soldi molto più facilmente e con molto meno sforzo attraverso mezzi più subdoli. Amelia iniziò dunque ad offrire alloggi per le donne in gravidanza che avevano concepito i loro bambini illegittimamente in giovane età o al di fuori del matrimonio. Una volta partorito, le affidavano il bambino che veniva mantenuto dalla signora Dyer fino a che non avesse trovato una famiglia.

In realtà, Amelia faceva tutto ciò solo per intascarsi i soldi e poi lasciava morire di fame i bambini, che ormai non le servivano più. In particolare i bambini rumorosi o cattivi venivano sedati con alcool oppure con oppio, che a quel tempo erano prontamente disponibili e venduti tra i normali medicinali e sciroppi. E’ ben documentato che molti bambini in quel periodo morirono in seguito a sedazione, non a causa di un’overdose, ma a causa della drastica riduzione dell’appetito determinata dall’assunzione di tali sostanze stupefacenti. Altri, invece, moriravano di malnutrizione.
Ad un certo punto della sua ‘carriera’, Amelia decise di smettere di “consentire” ai bambini di morire lentamente per malnutrizione. Cominciò così ad ucciderli rapidamente, subito dopo essere stati posti nelle sue “cure”. In questo modo avrebbe potuto intascare tutti i soldi che percepiva dalle loro madri e non doversi più preoccupare delle spese di latte e cibo.
Le frequenti morti insospettirono i medici che rilasciavano i certificati di morte e fu così che la signora Dyer venne arrestata.


Uscita di prigione Amelia Dyer tornò ad uccidere i bambini che le venivano affidati. Decise, però, di non coinvolgere più i medici per redigere i certificati di morte ed iniziò ad usare vari pseudonimi cambiando spesso città, in modo da riguadagnare il proprio anonimato e riprendere i propri affari.
Nel gennaio del 1896, una cameriera di 25 anni chiamata Evelina Marmon diede alla luce una figlia illegittima e l’affido alla Dyer.
Fu incredibilmente difficile per Evelina vedere sua figlia nelle mani di un’altra donna e decise di scrivere ad Amelia per informarsi sulla sua bambina. Amelia rispose dicendo che la bambina stava bene e che tutto procedeva nel modo migliore. La figlia di Evelina, invece, era stata strangolata lentamente con un nastro da sarta stretto intorno al collo. La piccola soffocò lentamente in una morsa lancinante. Amelia in seguito dichiarò che le piaceva guardare i bambini soffocare, ma non durava abbastanza a lungo:
“Sono morti troppo in fretta”, disse.

I corpi venivano messi in sacchi e gettati nel fiume. La Dyer però non era solita pesare i sacchi e fu così che tornò a galla un sacco contenente il cadavere di una bambina, che venne recuperato da un barcaiolo insospettito. Sulla carta da imballaggio c’era un nome ancora vagamente leggibile “la signora Thomas” e un indirizzo. L’indirizzo permise alla polizia di rintracciare Amelia Dyer e arrestarla.

Si calcola che uccise circa 400 bambini.
Amelia Dyer fu dunque condannata a morte per impiccagione.

Due anni dopo l’esecuzione della Dyer, alcuni impiegati delle ferrovie, ispezionando le carrozze di un treno nel Devon, trovarono un pacco contenente una bambina di tre settimane di età. La bambina era stata affidata ad una certa signora Stewart, per 12£. Non serve dirvi chi fosse in realtà la signora.

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