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[Recensione] Apostle

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Un horror interessante ed un thriller psicologico. Gareth Evans e Netflix promettono emozioni da brivido in Apostle.

La Trama

Una ragazza, “Lei”, viene rapita, fatta prigioniera e portata su un’isola deserta da una setta guidata dal Profeta Malcom che predica la parola di “Lei” come fosse un mantra. Thomas Richardson (Dan Stevens), il fratello riceve una lettera in cui viene chiesto un riscatto per liberarla. Decide così di partire e cercare di infiltrarsi un questa comune di fondamentalisti che si riveleranno amanti del sangue (ogni sera viene lasciato un vasetto con del sangue fuori dai dormitori). Ben presto, però, si pentiranno di aver fatto entrare questo estraneo nella comunità. Thomas  scoprirà a sue spese l’entità del prezzo del riscatto necessario per riportare a casa sua sorella.

L’Analisi

Dopo la sua ultima fatica , The Raid 2, con la quale si è fatto un nome anche a livello internazionale, ecco il ritorno di Gareth Evans. Un ritorno in grande spolvero con una pellicola per nulla scontata e alquanto interessante sotto il profilo della regia. Una regia che non manca di pulizia, un po’ sofisticata forse, ma che arriva diretta al punto senza far mancare allo spettatore dei memorabili colpi di scena. Una ricostruzione fedele dell’epoca in cui si svolge e la trama rendono questa pellicola degna di essere vista, non solo osservata sbadatamente. Le coreografie di Iko Uwais rendono lo svolgimento di alcune scene davvero molto intriganti e, a volte, destabilizzanti. In questo film Evans ha scelto di svestire i panni del filmmaker impegnato che abbiamo visto in Merentau e The Raid per dedicarsi alla regia d’impatto dando importanza alla scenografia ed agli scenari che fanno da contorno all’azione.

Evans ha smesso le vesti di semplice evocatore di emozioni per diventare un creatore di quelle stesse emozioni ed in questa pellicola ha cercato di fermarle, cristallizzarle per renderle ancora più vive. Il tema principale di questo film è il fanatismo religioso. Tutto il film è illuminato da quella luce chiara e accecante che rispecchia quella sorta di confidenza con il male. La location, Welsh Island, può essere vista come un essere stanco e morente sottoposto al dominio dittatoriale dell’uomo che lo corrompe e lo destabilizza fino a farlo morire lentamente. Il meraviglioso lavoro di Matt Flannery alla fotografia fa sì che lo spettatore possa avvertire ogni taglio, ogni calcio, ogni pugno.

Pareri Personali

Una pellicola spiazzante sotto ogni punto di vista. E’ come se Evans avesse creato un sottogenere a sé stante. Una pellicola che quasi omaggia Lovecraft offrendo allo spettatore un incrocio fra maligno e gotico, un incrocio che non mancherà di sorprendere. I rimandi a The Wicker Man di Robin Hardy sono molteplici; primo fra tutti la scelta dell’ambiente isolano e poi il lento affermarsi dell’orrore che si nasconde in una comunità in cui la parola d’ordine è estremismo e che porta a vedere colpevole anche chi semplicemente si ama. Prima c’è un action thriller, poi si passa lentamente ad un horror che strizza l’occhio a scene hard-core che faranno sicuramente sobbalzare lo spettatore. Non una pellicola facile e a tratti potrebbe rivelarsi complicato capire da che parte stare. L’atmosfera cambia molto spesso e sotto gli occhi dello spettatore che potrebbe trovarsi disorientato ma a proprio agio nello stesso istante. Un film consigliato a chi ama le produzioni originali Netflix, ma anche a chi a voglia di perdersi un po’ nella foresta e negli abissi dell’animo umano. Possiamo definire questa pellicola il lavoro più completo di Evans, anche se non sarà così per tutti.

Voto

Lorenzo, 32 anni, appassionato ed accanito lettore, principalmente riguardo il soprannaturale. Amante dei buoni film e degli scenari horror. Ricercatore e studioso del paranormale.

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