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[Recensione] Il Signor Diavolo

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Fede, politica e superstizioni ancestrali. Questo il nuovo e spettacolare horror padano del regista italiano Pupi Avati.

La Trama

In un nordest cupo e fitto di superstizioni, negli anni di affermazione politica della Democrazia Cristiana, un delitto scuote le coscienze. Il funzionario ministeriale Furio Momenté viene inviato per risolvere l’omicidio di un ragazzino. Nell’intricata vicenda ci potrebbe essere il coinvolgimento di un sacerdote e di una suora.

L’Analisi

Conosciamo Pupi Avati per le sue commedie all’italiana dal sapore mediterraneo. Come le pellicole di Fantozzi, quelle di Avati hanno descritto per anni i sentimenti, i comportamenti (portati spesso all’estremo), le manie e le paure degli italiani. Ma non dimentichiamo che, prima di lanciarsi nel mainstream della commedia, Avati aveva già alla spalle un paio di pellicole horror niente male (Zeder, La casa dalle finestre che ridono, Balsamus, Thomas e gli indemoniati, solo per citarne alcuni). Ne Il Signor Diavolo si vede tutta la bravura del regista sempre alla ricerca del colpo di scena. Mai banale, in continua evoluzione nonostante i suoi ottant’anni. Il nordest. Quella terra intrisa di misticismo, di culti pagani, di credenze ancestrali che fondano le loro radici nella notte dei tempi. Ma anche intriso di fede, quella cattolica, che mette in discussione molte di quelle antiche credenze popolari. Sospeso fra superstizione e misticismo lo spettatore si ritrova spesso inghiottito dalla pellicola che lo risucchia in un vortice di misticismo e visioni contadine. Avati, in questo film, analizza sottilmente anche la paura del diverso e di ciò che può risultare ignoto e, per questa ragione, spaventoso. Il protagonista, Gabriele Lo Giudice (I ragazzi dello Zecchino d’Oro), si ritrova catapultato in una regione angosciosa ed angosciante, fatta di nebbia e di misteri; quei misteri che spesso è meglio non scoprire. Nonostante il pericolo sia sempre dietro l’angolo, Momenté decide, anche a costo della sua vita, di andare fino in fondo e capire cosa si nasconda dietro l’omicidio del ragazzino. Che fosse davvero il diavolo? Un cast stellare (Alessandro Haber, Giovanni Cavina, Andrea Roncato, Fabio Ferrari, Cesare Cremonini) rende questo film davvero molto bello ed intrigante.

Pareri Personali

Il Nordest d’Italia ha sempre rappresentato un terreno fertile per storie e leggende oscure. Dai benandanti, ai sabba, alla presenza di streghe. In questo film di Pupi Avati si ritrovano tutte le angosce e le paure di una regione come il Veneto. Il periodo in cui si svolge la pellicola corre attraverso cinque anni (1947-1952); anni in cui la Democrazia Cristiana stava acquisendo sempre più consensi a livello politico. Le nebbie della laguna veneta mescolate alle superstizioni contadine formano un mix letale per lo spettatore che si ritrova letteralmente catapultato in un mondo che non gli appartiene, un mondo che sembra rimasto fermo a quegli anni. Eppure il Veneto si è evoluto. Ma ciò che non cambia mai sono le convinzioni popolari, quelle convinzioni che portavano a vedere il maligno in qualunque persona avesse una sorta di malattia che non si sapeva riconoscere. Il diavolo ha sempre rappresentato e riempito l’immaginario popolare ma, spesso, si è trasformato in qualcosa di più di un semplice pensiero. Un film che fa riflettere. Che tocca le coscienze e le scuote. Il diverso è davvero come lo vediamo noi? Oppure sono reminiscenze che abbiamo imparato da bambini e che siamo refrattari a rivedere? L’innocenza dell’intelligenza contadina è sempre vera? Oppure i contadini possono essere molto più scaltri di quanto non si pensi?

Voto

Lorenzo, 32 anni, appassionato ed accanito lettore, principalmente riguardo il soprannaturale. Amante dei buoni film e degli scenari horror. Ricercatore e studioso del paranormale.

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