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[Recensione] The Green Inferno

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Un viaggio in Amazzonia si trasforma in un incubo per un gruppo di attivisti. Cannibalismo e violenza nel film di Eli Roth.

La Trama

Un viaggio in Amazzonia fra cannibalismo e violenza.

Un nutrito gruppo di studenti universitari attivisti parte alla volta del Perù e si addentra nella Foresta Amazzonica. Sperano di fermare l’inutile massacro in atto nei confronti di una tribù indigena. Un incidente aereo li catapulta nel mezzo della tribù che volevano proteggere. I protagonisti vengono circondati e portati come trofeo nel villaggio. Dopo essere stati presi in esame e valutati dal capo tribù, Jonah viene letteralmente squartato. Un’anziana della tribù gli cava gli occhi e la lingua mentre è ancora vivo. I sopravvissuti decidono di tentare la fuga.

Ma le cose non vanno come avrebbero sperato i ragazzi; infatti una delle ragazze viene catturata, spellata viva e servita come pasto ai suoi compagni. Una componente del gruppo di spedizione, disgustata e inorridita dalla visione, sceglie di farla finita suicidandosi con un coccio. Poi l’idea: riempire di marijuana il corpo di Samantha così da stordire gli indigeni e tentare nuovamente la fuga. I cannibali rimangono effettivamente storditi dalla marijuana ma, presi da quella che viene chiamata “fame chimica”, si avventano su Lars che viene divorato. Daniel viene invece mangiato vivo dalle formiche mentre è legato ad un palo. Justine ha un colpo di fortuna: mentre sta per diventare pasto per la tribù, un problema allontana i suoi aguzzini. Aiutata da alcuni membri della tribù riesce ad allontanarsi e mettersi in salvo.

L’Analisi

In questo film Eli Roth (Hostel, Hostel: Part II, Il giustiziere della notte – Death Wish, Il mistero della casa del tempo), ha tutto nelle sue mani. Scrive, produce e dirige una pellicola che lascia dietro di sé una scia di sangue.

Sin da subito si nota il contrasto fra la popolazione indigena e l’uomo bianco. La minoranza contro quella “civiltà” che vorrebbe radere al suolo tutto il verde possibile per poter costruire palazzi, case, parcheggi e centri commerciali. Qui, però, lo scontro diventa una lotta all’ultimo sangue. Una diatriba sociale e razziale si trasforma nel più grande massacro mai visto.

Il titolo parla da sé: il contrasto fra il verde della foresta ed il rosso dell’inferno come ce lo immaginiamo. La fotografia, probabilmente l’unica nota positiva, ha un grande risalto e rende ancora più vivida quest battaglia. La scelta di Roth, di mostrare alcuni riti ed usanze tribali (anche le più cruente) tipiche delle tribù dell’Amazzonia è un modo per portare chi guarda la pellicola a valutare in modo verosimile ogni aspetto.

Con uno stile quasi splatter, Roth riesce a rendere “normali” anche le cose meno banali (basta pensare a quando dei bambini rubano una gamba o un braccio e fanno quasi tenerezza per l’innocenza con cui compiono tale atto).

Con intelligenza il regista sceglie la sottile strada dell’ironia evitando così di far cadere questo film nella categoria splatter. Gli attori non sono proprio all’altezza della prova a loro sottoposta ma, tutto sommato, non sono nemmeno male (c’è di peggio in giro).

Pareri Personali

In questo film Roth dà adito alla sua ironia sottile. Uno sguardo ironico ed allo stesso tempo critico sul suo paese diviso da questioni razziali ed economiche. Un giudizio, non sempre positivo, sul ruolo degli attivisti spesso opportunisti. Un film interessante ma che lascia dei dubbi sulla sua qualità. Senza nulla togliere alla bravura di Eli Roth, in questa pellicola alcune cose avrebbero potuto essere risparmiate. Un film che strizza l’occhio ad un genere ormai passato di moda, quello degli anni 70 (ricordiamo Edwige Fenech in Hostel II). Un lavoro quasi anacronistico.

Pur interessando e trattenendo lo spettatore fino alla fine, non regala quello che promette di essere. The Green Inferno sarebbe dovuto essere un omaggio a personaggi come Terrence Mallick ed Herzog. L’unica cosa che lo richiama è la scelta dell’ambientazione amazzonica.

Un film che non entusiasma del tutto ma che barcolla fra la pellicola di qualità ed il film di serie b.  Sembrerebbe trattarsi di una Polaroid sbiadita, brutta copia di Cannibal Holocaust (Ruggero Deodato) e Cannibal Ferox (Umberto Lenzi). Roth si rifà ad un cinema e ad uno stile vecchio di trent’anni. Una visione ormai stantia.

Sceneggiatura e sviluppo del racconto sono alquanto prevedibili e rendono questa ultima fatica di Roth una pellicola che si può anche decidere di non vedere (a meno di non essere amanti del genere).

Voto

Lorenzo, 32 anni, appassionato ed accanito lettore, principalmente riguardo il soprannaturale. Amante dei buoni film e degli scenari horror. Ricercatore e studioso del paranormale.

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